

Albasax racconta "Hiroshima": Oppenheimer, 140.000 scuse e una storia d'amore destinata all'esplosione
Un amore che finisce, 140.000 scuse e una tragedia che ha segnato la storia.
Nel nuovo singolo “Hiroshima”, Albasax veste i panni di J. Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica, per raccontare le conseguenze irreparabili degli errori commessi in una relazione. Al suo fianco Giorgia Carletti, che interpreta la città giapponese in un videoclip interamente in bianco e nero, costruito come un cortometraggio tra cinema, danza e teatro. Il musicista romano ci racconta la nascita del progetto, il significato del riferimento alle 140.000 vittime di Hiroshima e la sua idea di Dramatic Pop, il genere musicale da lui ideato, che unisce musica, cinema e teatro in un'unica forma espressiva in cui la musica diventa parte di una vera e propria rappresentazione teatrale.
Nel tuo nuovo singolo “Hiroshima” interpreti J. Robert Oppenheimer, mentre Giorgia Carletti dà un volto alla città giapponese. Hai scelto di raccontare la fine di un amore attraverso una delle tragedie più devastanti della storia contemporanea. Come è nata questa idea e cosa ti ha portato a utilizzare un riferimento storico così delicato?
Ogni grande storia d’amore che implode possiede la sua fisica nucleare: montagne di silenzi, pressioni e colpe che, a un certo punto, non possono più essere contenute. In "Hiroshima" ho voluto vestire i panni di Oppenheimer non per rievocare freddamente la storia, ma perché la figura del "padre della bomba atomica" incarna perfettamente il dramma supremo della responsabilità: l'architetto di un'arma implacabile che finisce per annientare ciò che ama di più. Quando un rapporto finisce, non ci sono vincitori: c'è solo un cratere fumante e la consapevolezza di aver azionato noi stessi il detonatore.
Nel testo canti «Dopo scuse chieste 140.000 volte», richiamando intenzionalmente la stima delle vittime della bomba atomica di Hiroshima. È una scelta molto forte, che accosta una tragedia collettiva a una vicenda sentimentale. Qual è il significato che hai voluto attribuire a questo numero e quale riflessione vorresti suscitare in chi ascolta?
Quel numero è un monumento alla disperazione e all'inutilità del rimorso tardivo. Chiedere scusa centoquarantamila volte in un rapporto non è un atto di redenzione, è una condanna: significa aver reiterato l'errore infinite volte, svalutando il peso della parola stessa fino a renderla polvere. Vorrei che chi ascolta recepisse questo messaggio: le scuse, quando diventano un automatismo difensivo, non salvano il mondo e non salvano l'amore. Spesso sono solo il fumo che precede il silenzio definitivo.
Il videoclip è un vero e proprio cortometraggio in bianco e nero, con un'estetica dark-noir, coreografie, maschere antiradiazioni e un trucco teatrale che hai ideato personalmente. Quanto lavoro ha richiesto la realizzazione di questo secondo capitolo e perché per te è così importante raccontare una canzone anche attraverso il cinema, la recitazione e la trasformazione scenica?
In questo prodotto completamente cinematografico ogni inquadratura risponde a una drammaturgia precisa. Il bianco e nero non è una scelta nostalgica, ma una necessità estetica: elimina il superfluo, riduce tutto a chiaro e scuro, denuda il tutto a colpa e innocenza, proprio come una tragedia classica. Credo nella potenza dell’audiovisivo, ho scommesso l’intero progetto su ciò, e ho bisogno di andare a fare cinema con la mia musica , di riscoprire il brivido della messa in scena e di trattare il palco o il video non come una vetrina, ma come un palcoscenico teatrale.
Sei diplomato in sassofono jazz al Conservatorio di Santa Cecilia, utilizzi sei differenti sassofoni e hai sviluppato un linguaggio che definisci Dramatic Pop. In un panorama musicale nel quale spesso si tende a ricondurre gli artisti a generi ben precisi, come sei arrivato a costruire una proposta che riunisce formazione accademica, elettronica, canto, danza e teatro?
Il Dramatic Pop non è semplicemente il mio genere musicale, ma una vera e propria drammaturgia in musica. Ho preso l'accessibilità, l'immediatezza e la forza comunicativa della forma-canzone pop e l'ho fusa con la struttura profonda e inesorabile della tragedia greca, mio grande amore: ogni mio brano segue le sue fasi universali — hubris (la superbia, l'errore umano), até (la cecità che porta alla colpa) e infine la catarsi (la purificazione attraverso il dolore). Per me la musica deve funzionare come un dramma teatrale: lo spettatore non deve solo ascoltare, deve assistere a un vero e proprio rito.
In “Hiroshima” racconti due persone che continuano a chiedersi perdono, pur ripetendo gli stessi errori, fino a compromettere definitivamente il loro rapporto. Secondo te, perché a volte riusciamo a riconoscere il valore di ciò che abbiamo soltanto quando rischiamo di perderlo? E quanto conta imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte prima che sia troppo tardi?
È il paradosso più crudele della natura umana: scambiamo la presenza per eternità e ci accorgiamo del tesoro solo quando si trasforma in cenere. Nel brano e nel video mostriamo esattamente questo cortocircuito: la reiterazione dell'errore protetta dalla convinzione che l'altro ci sarà sempre. Per quanto riguarda l’assumersi la responsabilità delle proprie scelte, l'hubris della tragedia greca è l'unico argine possibile alla distruzione. Quando ci si rifiuta di farlo, l'unica via d'uscita rimane la catarsi: quella purificazione dolorosa che arriva non attraverso la salvezza del rapporto, ma attraverso la presa d'atto della fine. Si brucia tutto, ma dalle ceneri, finalmente, si torna a vedere la realtà.
Nel corso della tua carriera e dei tuoi progetti, l'impatto visivo e il trasformismo, sulla scia di icone come David Bowie, hanno un ruolo centrale. Quanto conta il trucco e chi si occupa della tua caratterizzazione scenica?
Il trucco non è mai un semplice vezzo estetico, ma la linfa vitale di un progetto che nasce per essere totalmente teatrale. Viviamo in un'epoca in cui la musica è spesso spogliata di ogni fisicità; io faccio esattamente il contrario. Il make-up è la mia armatura drammaturgica, il mezzo con cui rendo visibile la tragedia interiore che racconto in musica.
Ecco perché scelgo di ideare e curare personalmente ogni dettaglio del mio trucco, sul palco e nei miei video non indosso una maschera per nascondermi, ma per rivelare l'autenticità viscerale del mio Dramatic Pop.