

Migranti, la saga dei centri in Albania
Le tappe del piano Italia-Albania fino al parere dell'avvocato generale della Corte di giustizia europea
Certifica come "compatibile" con le norme dell’Unione sul rimpatrio e l'asilo il protocollo Italia-Albania del novembre 2023, l'avvocato generale della Corte di giustizia europea, a condizione che "i diritti dei migranti siano pienamente tutelati". Un parere non vincolante ma che anticipa la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo. "I Centri in Albania funzioneranno!", dichiarava Giorgia Meloni. Più che un auspicio, fu una previsione quella della premier nel dicembre di due anni fa, in coda a un autunno che segnò l’inizio del braccio di ferro fra parte della magistratura e la politica. Il 18 ottobre ’24 a sorpresa, arrivarono i primi pronunciamenti della sezione immigrazione del tribunale di Roma che non convalidava il trattenimento di 12 migranti -fra egiziani e bengalesi- appena portati a Gjader. "Impossibilità di riconoscere come Paesi sicuri le nazioni di provenienza", la motivazione. Nuovo round a novembre ’24, finché l’esecutivo decide di superare le contestazioni varando il decreto "Paesi sicuri". Niente da fare, però, piovono ancora stop dalle toghe, in base ai dubbi su una sentenza della Corte di Giustizia europea di inizio ottobre che avrebbe inteso come sicuro tutto il territorio di provenienza del migrante. Così ancora a gennaio ‘25, nonostante lo spostamento della giurisdizione dai tribunali alle corti d’appello. Mentre a dicembre la Cassazione aveva riconosciuto il diritto di stabilire un regime differenziato delle domande di asilo per chi proviene da Paesi designati come sicuri. E dunque che il giudice "non potesse sostituirsi" al ministro degli Esteri. Cassazione cui ricorrerà il Viminale per portare avanti il progetto: i magistrati passeranno la palla a loro volta alla Corte europea. Avviata ora a mettere un punto fermo sulla questione.