Classe 1991, molto newyorkese, Jeremy White Allen è divo maschile in massima ascesa: tra fidanzate bellissime (dalla cantante Rosalìa alla modella Lulu Tenney, ma l'elenco è lungo. Ha pure una ex moglie, amore adolescenziale, e due figlie) e ruoli che smembrano fatti apposta per fargli vincere l'Oscar (il Golden Globe se lo è già accaparrato). Una carriera iniziata nelle serie tv, genitori entrambi attori, Jeremy inizia da giovanissimo come ballerino: tip tap e jazz. Ma poi arrivano ruoli tv - da Shameless a The Bear - che lo consacrano come bello e imbronciato.
E con una forte propensione per i biopic. Per la sua interpretazione del Boss in "Springsteen - Liberami dal nulla" è stato scelto e voluto da Bruce in persona. Poi è stato il wrestler Kerry Von Erich in "The Iron Claw" è apparso nel blockbuster The Mandalorian and Grogu (o meglio c'è la sua voce: prestata a Rotta the Hutt, figlio di Jabba). A ottobre è atterrato nei cinema italiani in "The Social - Il prezzo della verità (The Social Reckoning)", regia di Aaron Sorkin (2026), storia di Facebook e del suo fondatore, in cui interpreta il reporter Jeff Horwitz. “Ero preoccupato all’idea di buttarmi subito nell’interpretazione di un altro personaggio reale e di sentire di nuovo quella responsabilità”, ha spiegato. Ma già sta pensando al prossimo ruolo: interpretare Gene Wilder in un film biografico. "Sarebbe un onore per me”, ha risposto White durante lo show Today. “Il giovane Frankenstein è uno dei miei primi ricordi cinematografici. In Blazing Saddles è un vero genio. Sarebbe un onore. Era un genio. Sarebbe un onore. Sì, lo adoro. L’ho sempre adorato".
Intanto, complice l'aspetto stropicciato e la sigaretta perennemente in bocca, c'è chi già lo ha incoronato "il nuovo Sean Penn". Che è pure il suo mito. "Credo che sarò sempre grato del fatto di aver potuto lavorare a lungo, tra la fine dell’adolescenza e tutti i miei vent’anni, senza il peso di essere un personaggio troppo esposto", ha raccontato. "Shameless era una serie molto popolare, ma nessuno ha mai sentito il bisogno di intervistarmi. E, quando capitava, mi sorprendevo a imitare Sean Penn, o meglio, la mia idea di Sean Penn. Cercavo di sembrare distaccato o duro, in qualche modo. The Bear mi ha portato su un altro livello, ma sono fortunato che sia arrivato nei miei primi trent’anni, ora che mi sento un po’ più a mio agio con me stesso e non ho più la sensazione di dover ostentare un’aria seriosa o tormentata".