INTERVISTA A TGCOM24

Will Sheff porta dal vivo il primo album solista lontano dagli Okkervil River

Il leader della folk indie band ha pubblicato "Nothing Special" a suo nome. Dal vivo all'Arci Bellezza di Milano 

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Dopo nove album acclamati dalla critica e due decenni di radici folk-rock, Will Sheff lascia gli Okkervil River alla deriva con "Nothing Special", che segna la prima uscita a proprio nome dell’acclamato cantautore indie. Scritto durante un periodo di dolorose perdite e profonde trasformazioni e registrato con un mix di vecchi amici e nuovi collaboratori, il disco rappresenta più di un semplice cambio di nome; è un atto di liberazione e autodeterminazione, un confronto emotivamente crudo con il dolore, l’identità e la speranza attraverso una profonda spiritualità. Sarà dal vivo mercoledì 22 novembre all’Arci Bellezza di Milano. A Tgcom24 ha raccontato del suo debutto da solista che segna la sua nuova fase.

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Quali sono le influenze che potresti citare per questo nuovo disco? È nato dagli stessi dischi che ti hanno formato fino a ora o, in questi ultimi anni, sei stato suggestionato anche da altro? Che ruolo ha avuto la musica per te durante la pandemia? È rimasta comunque una parte della tua vita?

In questi giorni mi accorgo che non penso più alle influenze musicali allo stesso modo in cui ci pensavo prima. Seguo il mio intuito. Se un pezzo sul quale sto lavorando inizia a ricordarmi qualcosa che mi piace me ne accorgo, ma non cerco di spingere la musica ad assomigliargli troppo perché farlo potrebbe renderla troppo referenziale o derivativa, e privarla della sua personalità. Ascolto continuamente nuova musica e riascolto le vecchie cose che amo. A volte mi chiedo se non stia ascoltando troppo, e dedicando troppo poco tempo al silenzio. Per rispondere alla tua domanda, non mi sembra che gli anni pesanti della pandemia abbiano cambiato molto la mia relazione con la musica.

Ho ben presente quanto i percorsi della vita e le loro circostanze possano cambiare il tuo sguardo sui tuoi sé passati, e so che gli anni appena trascorsi sono stati un punto di svolta molto difficile per molte persone intorno a noi. In che modo gli ultimi anni hanno dato forma a te e al disco?

Spero di diventare sempre più umile e sensibile, man mano che trascorro del tempo in questo corpo, sulla Terra. Penso che l’instabilità degli anni passati e il disvelamento della fragilità e dell’inadeguatezza di sistemi come quello del business musicale, della catena di distribuzione, dei governi e del capitalismo in generale abbiano colpito me allo stesso modo in cui sei stata colpita tu e allo stesso modo in cui sono stati colpiti molti altri che conosciamo e non conosciamo. 

Parlando della nuova e incredibile band con cui hai scritto le canzoni, qual è stato il loro contributo? Possiamo pensare a questa tua nuova fase come qualcosa di meno egoriferito e più collettivo?

Questa, in un certo senso, è la differenza più radicale fra Nothing Special e gli album precedenti: ho scritto la maggior parte delle canzoni insieme alla band, ed è veramente ironico che proprio questa volta il progetto si chiami “Will Sheff” - nonostante sia il disco più collaborativo che abbia mai fatto. Prima scrivevo tutto da solo; non so se fosse egoismo, ma è il modo in cui ho sempre composto, non ero tanto abituato a farlo con altre persone. Nel periodo di “In the Rainbow Rain”, però, mi sono così tanto innamorato dei miei musicisti e delle loro idee che ho iniziato a chiedermi come sarebbe stato scrivere insieme a loro. Questo percorso di scrittura condivisa mi dà molta energia, e mi aiuta a far emergere trame e idee alle quali altrimenti non avrei pensato. È qualcosa che amplia molto gli orizzonti e tende a dare molta più vita e aria al processo. 

Il tuo nuovo album suona come qualcosa che avevi veramente bisogno di far uscire: c’è dentro una vera urgenza, simile a quella che pervadeva i primi dischi degli Okkervil River. Penso a canzoni come “Red” o “Seas too far to Reach”, che sembravano arrivare da un momento di sincera introspezione, mai sterile, sempre meditata a lungo. 

Mi fa piacere! Mi sentivo più o meno così mentre scrivevo queste canzoni. Non potrei spiegarlo meglio di come lo hai fatto tu, ma percepivo queste canzoni come una comunicazione diretta, accompagnata da melodie che mi facevano stare bene. È più o meno questo, quello che sto cercando di fare negli ultimi tempi. 

 Il tuo modo di scrivere è rimasto lo stesso, o suonare con nuovi musicisti lo ha cambiato in qualche modo?

Credo che, rispetto a prima, il mio modo di scrivere sia diventato molto simile al tentativo di evocare qualcosa. È come se fossi sempre lì ad annusare intorno cercando qualche sensazione, come un cane che fiuta una traccia, e non sa esattamente cosa sia fino a che non ne trova la fonte. Credo che, in passato, volessi "dire qualcosa", mentre adesso voglio "scoprire qualcosa".

Nella canzone che dà il titolo all’album canti “Quando l’ho perso (quello che volevo, ndt.), sono stato finalmente libero di non essere niente di speciale”: ho quasi la tua stessa età e ho sempre pensato che la nostra generazione sia stata una delle prime a poter scegliere di perdere, o almeno di non partecipare alla giostra splendente del successo. Noi, come persone nate in quegli anni, abbiamo potuto scegliere fra molte figure di riferimento che comunicavano questo tipo di idea, e sono ancora convinta che questo modo di pensare ci abbia resi più resilienti e ci abbia aiutati ad affrontare i tempi complicati in cui viviamo.

Penso che uno dei modi più sostenibili per muoverci in avanti - un modo che aiuterebbe l’umanità a smettere di essere un cancro e a sviluppare quella relazione simbiotica che dovremmo avere con la natura e gli altri intorno a noi - potrebbe essere scegliere di non inseguire il successo, di non costruire il nostro brand, di chiamarci fuori dalla morsa delle imprese e costruire il nostro percorso insieme agli amici e a chi ci sta intorno, anche se questo potrebbe voler dire accontentarci di meno cose e connessioni più sincere, con più intenzione.  Al momento non mi sembra che ci siano troppe persone, là fuori, che abbiano preso il coraggio necessario per seguire questo sentiero, ma è un’opzione che vedo all'orizzonte per molti di noi, sia per scelta che per necessità, e quando qualcuno inizia a fare queste cose in un modo splendido e radioso, diventa per forza un modello da seguire. 

Come descriveresti l’urgenza di sentirsi “niente di speciale”? È qualcosa che hai sempre desiderato o una specie di traguardo che sei riuscito a definire dopo averlo tagliato?

Penso che viviamo in un momento in cui i media corporativi ci incoraggiano ad abbracciare il narcisismo, e questo stia minando il rapporto con gli altri, con la natura e con la nostra stessa anima. Ho pensato che sarebbe stato bello se qualcuno avesse provato a rendere pubblico un certo tipo di modestia, e che avrei benissimo potuto farlo io, con quest’album. Chiaramente, sono narcisista come ogni altra persona al mondo, ma ho pensato che chiamare il disco “Nothing Special” potesse essere un gesto utile per la mia evoluzione personale.