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Violenza domestica, "Know your rights" a New York per la prima volta, un convegno per informare gli italiani dei propri diritti

E mentre in America la comunità nera transgender si alza in piedi per chiedere tutele, in Italia c’è un vuoto legislativo sulle coppie same-sex

Tgcom

Tre parole semplici e potenti: Know Your Rights. Parte così da una campagna volta a conoscere i propri diritti in un Paese straniero, il primo convegno sulla violenza domestica organizzato, al Consolato di New York, dal Comites del Tri-State in collaborazione con il gruppo Italian Women USA. Sensibilizzare e informare l’immensa comunità italiana e italo-americana che vive tra New York, New Jersey, Connecticut e Bermuda e che conta quasi 90mila connazionali sbarcati nella terra delle opportunità. Un incontro tutto in lingua inglese per raggiungere nuove e vecchie generazioni, donne e uomini che lontano da casa, dall’Italia, in un sistema a loro sconosciuto, potrebbero sentirsi doppiamente isolati, doppiamente in difficoltà. Un convegno aperto in realtà a tutti e che ha accolto anche persone non italiane interessate ad essere informate su un argomento che attanaglia l’intera società odierna.


“Stiamo promuovendo una serie di eventi per far conoscere alla comunità italiana e italo-americana quali sono i nostri diritti a New York e come accedere ai servizi di sostegno e di supporto. Per gli immigrati lontani dal proprio Paese e da un sistema conosciuto, è ancora più difficile chiedere aiuto e sapere come proteggersi in caso di violenza domestica. Vogliamo creare una rete di supporto inclusiva per la nostra comunità in sintonia con professionisti, associazioni e istituzioni del Tri-State che si occupano di domestic violence” spiega Claudia Carbone, avvocato e presidente della Commissione dei Diritti Civili del Comites.

A dare il benvenuto alle tantissime persone arrivate in quel di Park Avenue 690, la sede istituzionale dell’Italia a New York, il Console Generale, Fabrizio Di Michele entusiasta di aver aperto le porte del Consolato a un dibattito così importante sul quale il silenzio non deve scendere. Moderato da Doc Dougherty, attore americano e vittima di violenza domestica durante tutta la sua infanzia, l’evento ha accolto in apertura la testimonianza diretta e molto toccante dell’attivista per i diritti della comunità nera transgender, Ceyenne Doroshow. “Per la comunità nera transgender, la violenza domestica rappresenta un problema enorme soprattutto perché percepiamo una diseguaglianza nei trattamenti che spesso derivano da pregiudizi sociali e da tanta ignoranza” ha tuonato la fondatrice e direttrice artistica di Glits Inc associazione no profit che si occupa di alloggi e di salute per le persone nere transgender.

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A spiegare le procedure prettamente legislative in materia di violenza domestica negli Stati Uniti, il giudice della Corte penale del Queens, Jessica Earle Gargan insieme anche, in una prospettiva diversa, agli avvocati Germana Giordano – avvocato penalista – Nancy M. Greeen – avvocato di famiglia – e Susan B. Henner, avvocato dell’immigrazione.  Coinvolti a livello professionale in casi di violenza domestica nelle famiglie di immigrati, il giudice Gargan e gli avvocati presenti hanno spiegato come spesso la paura per chi vive sul suolo americano da illegale diventi un pericoloso deterrente per la denuncia della violenza subita. “Non chiediamo mai lo stato di immigrazione, quindi il legale permesso di soggiorno sul territorio americano, per non creare una barriera nella libertà di denuncia. Facciamo di tutto per tutelare le vittime e proteggerle anche se la strada è ancora lunga ed ardua”.

Violenza fisica e violenza psicologica dove il controllo entra nella vita quotidiana della vittima e “dove il supporto terapeutico e delle associazioni di settore diventa fondamentale”, come hanno evidenziato Wanda Lucibello, vicepresidente di Safe Horizon per il programma rivolto alle vittime di violenza, Jara Traina, dell’ufficio di Prevenzione per la violenza domestica dello Stato di New York e la terapeuta italiana che opera negli Stati Uniti, Alessandra Sabatini. Cosa fare, cosa evitare, a chi rivolgersi, come denunciare e chi contattare per uscire dal cono d’ombra del terrore.

“Il silenzio sulla violenza domestica non deve essere mai un’opzione. Bisogna parlarne e far capire alle persone vittime di abusi in famiglia che il problema non è individuale ma sociale e in questo il giornalismo gioca un ruolo fondamentale per la giusta e corretta informazione” ha sottolineato la giornalista, ex volto Mediaset, Francesca Di Matteo che per oltre quindici anni si è occupata di casi di cronaca nera, femminicidi e violenza domestica. Con dati allarmanti alla mano che hanno scioccato le persone presenti al convegno, molte delle quali ignare – soprattutto tra la comunità italo-americana e americana – dei numeri elevati di violenza e di femminicidio in Italia, la giornalista televisiva fondatrice di StrategicA Communication, ha evidenziato due grandi problematiche italiane. La prima “la non presenza in Italia di dati sulle violenze nelle coppie Lgbtqi+ perché non vengono inserite come violenze domestiche come negli Stati Uniti o, peggio ancora, perché lesbiche, gay e transgender hanno paura, a causa di pregiudizi sociali, psicologici e clinici, di denunciare le violenze subite dal partner visto che non sono totalmente tutelati dal sistema legislativo di riferimento”.

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“La vita di una coppia LGBTQI+ o di una famiglia eterosessuale e omogenitoriale – ha continuato la giornalista – non è poi così diversa da quella di altre formazioni affettive, nel bene come nel male. Il problema resta la mancanza di leggi che tutelino tutti i cittadini senza alcuna distinzione e su questo l’Italia è ancora troppo indietro”. E se da una parte è estremamente importante parlare di questa grande problematica che coinvolge tutta la società odierna, è basilare, come ha sottolineato la Di Matteo a cui ha fatto eco il presidente del Comites di New York Alessandro Crocco, partire dall’educazione in famiglia sulle nuove generazioni. “Possiamo stare qui a raccontarci tantissime strategie da intraprendere, ma dobbiamo iniziare a cambiare la mentalità dei nostri figli. Io sono mamma di due bambini maschi e percepisco una grossa responsabilità sulle mie spalle. A mio figlio che ha solo due anni sto insegnando il rispetto nei confronti delle donne, degli uomini e della libertà altrui in generale. E lo sto facendo sin da ora perché la violenza non deve essere mai più un’opzione”. 

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