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Fenomeno NEET, tre milioni di giovani non studiano né lavorano

Donne e ragazzi del Mezzogiorno sono i più esposti: non hanno occupazione e non sono impegnati in un percorso di formazione

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Se non studi, ti mando a lavorare. Sembrava una minaccia, ma oggi appare quasi un auspicio. Perché sempre più giovani che terminano o abbandonano la formazione non riescono nemmeno a trovare un lavoro. Per loro esiste un acronimo anglosassone, perché purtroppo il fenomeno non esiste solo in Italia. Si tratta di NEET, che sta per "neither in employment nor in education or training" e indica quei giovani tra i 15 ed i 34 anni che non lavorano, non studiano e non sono in formazione professionale. Un fenomeno in cui noi italiani siamo "eccellenti" in negativo e su cui pesa l’abbandono della scuola prima del diploma e la mancanza di opportunità, per i più fragili, quando anche questo traguardo viene raggiunto. Nella Giornata internazionale dello studente, il pensiero va a tutti coloro che studenti non sono, proprio perché spesso non adeguatamente tutelati. Soprattutto in alcune regioni del Sud, dove il fenomeno assume dimensioni da incubo sociale: in Sicilia, Calabria e Campania circa il 40% dei giovani si trova in questa condizione, come emerge da un recente rapporto Actionaid e Cgil analizzato da Skuola.net.

NEET in Italia, siamo quarti in Europa
L'Italia è tra i Paesi con il più alto numero di giovani che non studia e non lavora in Europa. Secondo i dati Eurostat, nel 2020 i NEET in Italia erano il 25,1% della popolazione dai 15 ai 34 anni, cioè complessivamente più di 3 milioni. Veniamo solo dopo la Turchia (33,6%), il Montenegro (28,6%) e la Macedonia (27,6%). Il dato, per il nostro Paese, è cresciuto di circa 5 punti percentuali rispetto al 2008, quando si fermava al 20,3%.

La situazione peggiore si è registrata nel 2014, quando la quota è cresciuta fino a raggiungere il picco del 27,4%. In seguito, è progressivamente calata fino al 23,8% del 2019, mai tornando quindi ai livelli di partenza. Per poi di nuovo salire nel 2020, fino ad arrivare a superare, come visto, il 25% degli individui fino ai 34 anni. In pratica, solo due anni fa un giovane su 4 non studiava né lavorava. Ed è difficile immaginare grandi miglioramenti durante l’emergenza pandemica.

Differenze di genere tra i NEET
A preoccupare, visionando nel dettaglio i dati già di per sé allarmanti, sono le differenze di genere che, ancora una volta, mostrano le maggiori difficoltà di realizzazione personale, in Italia, per il sesso femminile.

Al 2020, la quota percentuale delle giovani NEET dai 15 ai 34 anni supera di 12 punti quella dei loro coetanei maschi: le ragazze sono infatti 1,7 milioni, il 56% del totale. Altro particolare degno di nota è che più cresce l’età, più aumenta la quota delle e dei NEET. Infatti, il maggiore bacino si concentra tra le fasce tra i 25-29 anni (30,7%) e i 30-34 anni (30,4%).

Il (solito) divario tra Nord e Sud
Non è un segreto che uno degli annosi problemi che affliggono la nostra nazione è quello del divario tra Nord e Sud Italia, rilevato tra i più diversi ambiti e che, a proposito di scuola, è una costante dell'annuale rapporto INVALSI, da cui emerge la difficoltà da parte degli studenti del Mezzogiorno di pareggiare, per competenze, quelli del Settentrione e del Centro. Se affrontiamo quindi il tema dei NEET, non c’è da sorprendersi che esistano disuguaglianze territoriali.

Ovviamente, queste sono dovute alle differenti caratteristiche del mercato del lavoro a seconda delle aree geografiche, nonché alle possibilità formative per i giovani nei territori, spesso disomogenee. Ed ecco che nel Sud Italia c'è la più alta presenza di NEET rispetto al resto del Paese: secondo Istat, la percentuale nel 2020 è pari al 45% dei giovani. La distanza con le altre zone è considerevole, constatando che il 17% è residente nel Centro Italia, il 23% al Nord-Ovest e il 15% al Nord-Est.

A livello regionale emergono ancora di più le contraddizioni presenti nello Stivale. Se analizziamo il dato puro, sul totale nazionale, scopriremo infatti che la quota più alta è quella della Sicilia pari al 16,8%. Seguono Lombardia (quasi 11%), Campania (pari all’8,7%) e Piemonte (circa 8%). Balza all’occhio il Lazio al 7,8%. Poi via via si scende fino ad arrivare a cifre quasi irrilevanti, come Trentino-Alto Adige (1,3%), l’Abruzzo (1,6%) e il Molise (2%). Ma se andiamo a rilevare la situazione regionale relativa al numero di giovani presenti all’interno del territorio, scopriremo una realtà ben diversa.

Tutte le regioni del Sud, infatti, sono quelle con le quote più alte. Per Sicilia parliamo di ben il 40,1% della popolazione tra i 15 e i 34 anni che non ha un lavoro e non è neanche in formazione. In Calabria, il dato si discosta di poco: equivale al 39,9%. In Campania si tratta di ben il 38,1%.

E poi ci sono Molise (32,1%), Sardegna (30,7%), Puglia (30,3%), Basilicata (29,1%), tutte zone dove circa un terzo dei giovani è NEET. Si va a scendere di quasi 5 punti percentuali solo spostandosi più a Nord, con il Lazio che arriva al 25,1%. Si rimane tra il 16 e il 21,1% nelle altre aree italiane, con le due province autonome registrano i numeri più bassi, pari appunto al 16%.

NEET: sono più degli studenti delle scuole superiori
"A fronte di 8 milioni di studenti che frequentano ancora la scuola esiste un esercito di 3 milioni di giovani fino ai 34 anni che non studiano e non lavorano. Un numero che basterebbe a riempire un intero ciclo scolastico. Basterebbe questo numero a far rabbrividire. Il neo-eletto 'Governo del Merito' riceve in eredità una situazione in cui il merito fa fatica ad emergere a causa delle disuguaglianze che affliggono in particolare i giovani e, ancora di più, le giovani donne, soprattutto al Sud Italia. Il 18 novembre gli studenti scenderanno in piazza anche, tra le altre cose, per il diritto allo studio, per cui propongono una legge nazionale. Diritto allo studio che il ministro Valditara ha definito, in occasione della Giornata Internazionale dello Studente, strettamente correlato alla libertà. Ma questa libertà, ancora, sembra essere appannaggio solo dei meno vulnerabili", così commenta Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net.

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