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Kherson, il ritiro dei russi apre la strada al dialogo: "Pronti a discutere" | Zelensky: "Ci muoviamo con cautela"

La decisione di Mosca segna una svolta nel conflitto, dal punto di vista sia militare sia politico. Le "spinte" a negoziare di Ue, Papa Francesco ed Erdogan possono rivelarsi altrettanto decisive. Ma Putin prepara un piano B

Ukrinform

Che Kherson fosse uno dei centri strategici più importanti della guerra in Ucraina si era capito da tempo. Ecco perché il ritiro delle truppe russe dalla città, ordinato dal ministro della Difesa Sergej Shoigu, rappresenta una svolta nel conflitto e potrebbe avvicinare Mosca al negoziato con il Paese invaso e con l'Occidente. E aprire una "finestra di dialogo" col Cremlino per porre fine alle ostilità, come ha sottolineato il generale Mark Milley, capo dello Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa. "Siamo pronti a discutere, ma ci sia un valore aggiunto per la Russia", ha fatto sapere il ministero degli Esteri della Federazione. Dal canto suo l'entourage di Volodymyr Zelensky predica cautela: "Ci muoviamo con molta attenzione su questo fronte. Il nemico non fa regali né gesti di buona volontà".

La scelta russa apre per la prima volta concretamente  lo spiraglio di un negoziato dall'inizio del conflitto. A concorrere al risultato sono stati anche e soprattutto gli inviti a Zelensky a trattare da parte di grandi autorità internazionali: Papa Francesco, l' Unione europea e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. E ora anche dagli Stati Uniti.

Le parole di Zelensky sottolineano tutta l'importanza di Kherson. "Ci muoviamo con molta attenzione, senza emozioni, senza rischi inutili, nell'interesse di liberare tutta la nostra terra e in modo che le perdite siano il più ridotte possibile. Nessuno va da nessuna parte se non si sente forte. Garantiremo la liberazione di Kherson, Kakhovka, Donetsk e delle altre nostre città", ha dichiarato il presidente ucraino. All'insegna della cautela, come impone la realtà di un Paese in guerra.

Perché Kherson è così importante - Lo spostamento dei contingenti russi sulla sponda sinistra del fiume Dnepr cambia gli equilibri del conflitto sia dal punto vista militare e strategico sia politico. Militare e strategico perché Kherson è uno snodo fondamentale verso il porto di Odessa, sul Mar Nero, e verso la Transnistria, provincia secessionista della Moldova dove sono dislocate altre truppe del Cremlino. La città rappresenta un vero e proprio "bottone" che chiude la linea del fiume più importante d'Ucraina e, di conseguenza, l'avamposto principe di un fronte che i due eserciti si contendono e cercano di conquistare e rinforzare. Il ritiro russo è anche però un forse segnale simbolico e politico: Kherson è infatti uno dei quattro territori ucraini che a settembre hanno votato per l’adesione alla Federazione russa. Infine bisogna considerare che il fiume Dnepr divide geograficamente in due le zone controllate dai due eserciti e offre dunque una linea quasi "naturale" per il cessate il fuoco.

La Russia ha perso oltre 100mila soldati - Secondo il generale americano Milley, da febbraio il conflitto è costato alla Russia la perdita di oltre 100mila militari tra morti e feriti. Anche l'Ucraina viaggia su cifre simili. Allo stato attuale delle ostilità, i due Paesi dovrebbero giungere alla "mutua comprensione" che una vittoria "probabilmente non può essere raggiunta tramite mezzi militari ed è dunque necessario tentare altre strade", ha osservato Milley.

Kherson, dalla battaglia al dialogo - Secondo il generale, la Federazione Russa ha accumulato tra i 20mila e i 30mila militari a Kherson e nelle aree circostanti, dove le forze ucraine proseguono da settimane un'offensiva con scarso successo. "I primi segnali indicano che si stiano effettivamente ritirando", ha dichiarato Milley, commentando l'annuncio del Cremlino. "Hanno annunciato pubblicamente che lo faranno, e credo che tenteranno di ristabilire le linee di difesa a sud del fiume Dnepr", ha aggiunto. Proprio il ritiro da Kherson potrebbe comunque creare secondo Milley una finestra aperta per il dialogo. "Quando si crea un'opportunità di negoziare, quando è possibile conseguire la pace, l'opportunità va colta", ha rimarcato il generale, precisando però che se i negoziati non si concretizzeranno, gli Stati Uniti continueranno ad armare l'Ucraina, nonostante "una vittoria militare completa di una delle due parti appaia sempre più improbabile".

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Perché i russi lasciano Kherson - La campagna ucraina per riconquistare Kherson, nonostante un rallentamento nelle ultime settimane, ha prodotto risultati significativi, tagliando le linee di rifornimento del nemico. Questa circostanza è stata ammessa anche dal comandante in capo delle truppe dell'Armata sul terreno, il generale Sergej Surovikin, chiamato a rapporto dal ministro Shoigu. In questa situazione Surovikin ha suggerito di spostare la linea di difesa lungo la sponda sinistra del Dnepr, dalla parte opposta rispetto alla città di Kherson. Una "decisione molto difficile", ma che al tempo stesso consentirebbe di "salvare la vita dei militari e dei civili, continuamente minacciati dai missili ucraini". Permettendo tra l'altro di condurre "offensive in altre direzioni". Il ministro Shoigu, dopo aver ascoltato il rapporto del suo comandante, ha concordato le conclusioni e le proposte e ha ordinato il ritiro, con una dichiarazione trasmessa dalle tv russe.

Il piano B di Putin - Il ritiro da Kherson potrebbe però anche essere una mossa calcolata e non solo frutto delle contingenze militari e diplomatiche. La guerra nelle città ucraine si dipana attraverso le modalità tipiche della guerriglia, con soldati nascosti in case ed edifici civili, incursioni e scontri quartiere per quartiere, porta per porta. Putin avrebbe potuto lasciare i suoi incursori, soprattutto miliziani del Gruppo Wagner e ceceni, per continuare a contrastare la controffensiva ucraina e mitigare la disfatta. L'inverno sui campi di battaglia ucraini è storicamente il nemico più implacabile e quindi Mosca sembra orientata a una tregua che però non vanifichi (o lo faccia il meno possibile) gli sforzi e compiuti finora. Tramite il ritiro la Russia potrebbe dunque tentare di riorganizzarsi in vista di una nuova offensiva nella stagione primaverile. O anche prima, ma su altri fronti. Gli analisti individuano un segnale di questa possibilità nel trasferimento, ordinato da Putin, di 150mila uomini alla frontiera in Bielorussia e nelle zone di Kursk e Bryansk.

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