Turgidi, carminii e basculanti a trequarti -come la sua famosa posa da mezzobusto - i labbroni di Lilli Gruber anchorwoman appena insediatasi ad Otto e mezzo (La7), avevano un che dipnotico e caleidoscopico; lo spettatore era talmente concentrato sullapparato maxillo-facciale di Lilli da dimenticarsi il resto della trasmissione, temi, servizi, sguardo del co-conduttore Federico Guiglia compresi. Gli ospiti, poi, tra le labbra di Lilli e lo sfanalare ceruleo di Guiglia, vivevano, accecati, in uno stato beckettiano, nellattesa perenne di quel turno di parola che mai gli sarebbe stata assegnato.
Otto e mezzo, ai primordi della Gruber, possedeva lallure dun programma inutile. E probabilmente inutile è rimasto. Pure se Lilli, oggi, è cambiata. E Otto e mezzo, sebbene lontanissimo dai fasti di Ferrara e Ritanna Armeni, sta riacquisendo un propria -diciamo- dignità. Laltra sera è stato abbastanza divertente lo scazzo tra liperlaico Della Vedova (che in quanto al concetto di eletti moralmente superiori ai propri elettori, aveva ragione da vendere...) e il supercattolico Lupi in visibile imbarazzo sul caso Ruby. Ma anche altre volte i duelli proposti nel classico contesto-ring (Bocchino-Bondi, Bindi- Gasparri) hanno funzionato. Lamico Bartezzaghi su LEspresso parla di un esito dialettico simile alla sperimentazione di Berio su Joyce, per definire la sequenza cacofonica dei pensieri. Daccordo, ma in parte. Saranno le pettinature espressioniste di Lilli; sarà che non cè più Guiglia confinato da qualche parte nel palinsesto (nemmeno lufficio stampa di La 7, demblée si ricorda dove); sarà leffetto/Mentana che tutto trascina, ma, insomma, il programma si lascia guardare. La puntata migliore è stata quella, vivace, del 10 dicembre 2010 ospiti Marco Travaglio e Matteo Renzi, che ha realizzato l 8,13% di share medio con oltre 2 milioni di telespettatori; la peggiore, invece, quella del 12 ottobre con ospiti Laura Ravetto ed Enrico Rossi, entrambi dotati di narcolessia, che ha raggiunto una share del 3,86%. Il programma, nella rivoluzione digitale, rimane pleonastico. Ma almeno i labbroni non sono più lepicentro.
Francesco Specchia