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"Come Haiti, tsunami e Katrina"

"Come Haiti, più lo tsunami, più l’uragano Katrina insieme". Almeno tre immagini impresse nella nostra mente e che a fatica riusciamo a sommare e sovrapporre. E' così che Guido Sabatinelli, direttore dell’Ufficio Oms in Pakistan prova a rendere l’idea della devastazione prodotta dalle alluvioni che dalla fine di luglio hanno investito parte del Pakistan.

Come procedono i soccorsi nelle zone colpite?
Non ci siamo mai trovati a gestire un’emergenza umanitaria di questo tipo. Sono stati spazzati via sessant’anni di sviluppo. Le persone colpite in qualche modo sono venti milioni, di cui dieci rimaste senza nulla. È come se tutta l’Italia fossa inondata, e con essa metà della popolazione. Una scenario apocalittico…

Rispetto ad altre emergenze in diverse zone del mondo, questa volta gli aiuti internazionali sono stati tiepidi?
All’inizio devo dire di sì. Nella prima fase ero qui e osservavo l’indifferenza del mondo intero di fronte a questa calamità.

Complice il pregiudizio della comunità internazionale nei confronti di un territorio islamico?
Francamente non credo, e poi l’Occidente ha tutto l’interesse ad aiutare questo governo. Secondo me molto è dipeso dalla coincidenza dell’evento col culmine della stagione estiva in Europa. Infatti, le prime risposte agli appelli di aiuto si sono avute dopo il 15-20 agosto, sia per i finanziamenti, sia per gli aiuti diretti. Dopo le vacanze, insomma.

E il governo come ha reagito agli interventi?
Non ho alcun interesse nel dirlo, ma devo ammettere che il governo si sta comportando benissimo. Ho partecipato a tante emergenze, ma mai come ora ho visto una simile apertura e collaborazione. Se prima per avere il visto occorrevano tre settimane, ora gli operatori umanitari possono partire senza e ottenerlo direttamente una volta atterrati in aeroporto.

Ma non si sono verificate strumentalizzazioni e polemiche per il ritardo negli aiuti da parte dello stato e l’intervento dei talebani?
I talebani sono nel Nord, in un’area in cui vivono 2 milioni e mezzo di abitanti su 180 milioni. Se anche si fosse verificato il loro intervento in un villaggio, per il resto non ci sono state ingerenze. Non è una questione su cui valga pena porre l’accento. La disponibilità a collaborare è massima e tutte le settimane incontro presidente e primo ministro.

Quindi gli equilibri politici in questo momento non sono minacciati?
Credo che chiunque arrivi in Pakistan in questo momento si corci le maniche e si concentri sugli aiuti. I problemi politici ed economici arriveranno dopo, con la ricostruzione. Ora ci sono dieci milioni di persone sfollate, mancanza di acqua potabile, rischi di epidemia… 

La seconda parte dell'intervista nella pagina seguente

La popolazione si sente abbandonata?
Nella prima fase sì e ci sono state proteste. Non è stato semplice raggiungere alcune aree del Nord inondate. Per via dei collegamenti interrotti, il paese è rimasto tagliato in due per giorni, e mancavano anche fondi e risorse umane. Ma se pensiamo agli enormi ritardi in occasione dell’uragano Katrina, nello stato più efficiente del mondo, qui è quasi giustificato. Per il governo questo è un banco di prova, e deve fare di tutto per evitare la ribellione della popolazione. Anche i militari, che in Pakistan rappresentano un nucleo importante della società, stanno facendo benissimo.

Dal punto di vista medico come siete organizzati?
Sosteniamo le attività del Ministero della salute. C’è una mobilitazione interna di 800 medici di scuole e università prestate ai soccorsi. Forniamo gli automezzi, i farmaci di prima necessità e coordiniamo le organizzazioni arrivate con ospedali mobili.

Il peggio è passato?
Temevamo che i focolai di malaria e colera sfociassero in epidemia. Per ora abbiamo ridotto le contaminazioni ma le prossime settimane sono decisive. Senza dimenticare che parliamo di zone rurali già fortemente sottosviluppate, e a volte è difficile distinguere tra gli effetti delle alluvioni e le condizioni generali del paese. Ad esempio, qui il colera era già endemico e la denutrizione dei bambini viaggia stabilmente sul 30 per cento. La crisi peggiora ulteriormente il quadro. Dove resta alta l’attenzione in questo momento? L’inondazione è inarrestabile e procede verso il Sindh, nella parte meridionale. È un fiume parallelo all’Indo, che percorre il paese e non possiamo prevederne l’andamento. Nel Sud è ancora emergenza piena, mentre nel Nord, in Punjab, iniziano i primi rientri di contadini. Le popolazioni rurali non possiedono i terreni, ma una volta stanziati possono restarvi. È per questo che saranno i primi a voler tornare nelle loro terre di origine, da cui non volevano separarsi. È proprio lì, infatti, che si è registrato il maggior numero di vittime.

Nessuna allerta invece per i collaboratori umanitari in un paese dagli equilibri delicati?
Nessuna. I talebani sono al confine con l’Afghanistan, e i conflitti tra sciiti e sunniti sono nel cuore del paese. L’11 settembre qui c’era l’allarme e si raccomandava di non uscire. Ma io sono stato in giro e non è successo niente. Non è che le bombe ci siano tutti i giorni.

Alessia Gabrielli