cronaca

Via D'Amelio, "vicini alla verità"

"Siamo prossimi a una svolta nelle indagini sulla strage di via D'Amelio e ora, più che mai, dobbiamo stare attenti che le porte blindate che ancora ci separano dalla verità non ci vengano chiuse in faccia per l'ennesima volta". Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato a Palermo nel '92, al corteo organizzato dal Movimento delle Agende Rosse alla vigilia dell'anniversario dell'attentato.

"In un momento così delicato - ha aggiunto - non c'é solo il rischio, ma la certezza che ci siano tentativi di depistaggi0, alcuni anche istituzionali. Mi riferisco alla protezione negata al pentito Gaspare Spatuzza, che su via D'Amelio, con le sue dichiarazioni, ha aperto scenari inquietanti. Non a caso si e' deciso di non ammetterlo al programma di protezione''.

"E dannosa - ha continuato - per le indagini, che tentano di fare chiarezza sui tanti misteri legati alla morte di mio fratello, sarebbe anche la legge sulle intercettazioni, un provvedimento iniquo da bocciare in toto''. Borsellino ha, infine, criticato ''il silenzio di quegli esponenti delle istituzioni che solo a 18 anni dalla strage, hanno ricordato particolari che, se fossero stati conosciuti prima, avrebbero potuto dare un input diverso alle inchieste''.

Quella strage di luglio
Alle 16.58 del 19 luglio 1992 un'auto imbottita con cento chili tritolo, posteggiata in via D'Amelio, fece tremare ancora una volta Palermo, dopo appena 57 giorni dalla strage di Capaci. Una vera e propria carneficina che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai suoi cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Le immagini trasmesse dai tg quel giorno mostrarono i palazzi sventrati da un'esplosione che in una frazione di secondo, tra le alte colonne di fumo, aveva trasformato Palermo in una città come Beirut.

Dietro quella strage, che rappresenta una delle pagine più nere della storia recente del Paese, i contorni nebulosi e sfumati di una realtà capace di celare ancora oggi i nomi di quelli che furono i reali mandanti ed esecutori di un attentato destinato a segnare per sempre le coscienze della società civile italiana. A differenza della strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone, infatti, riguardo le responsabilità sull'eccidio via D'Amelio si è sempre sospettato un maggior coinvolgimento di un'entità che andasse oltre la sola Cosa nostra, arrivando piuttosto a lambire ambienti attigui a quelli istituzionali: in particolare il sistema deviato del Sisde.

Un episodio ancora lontano dall'essere chiarito e in cui l'ingorgo di verità ha inesorabilmente impantanato il delicato lavoro dei magistrati della Procura di Caltanissetta che indagano ancora oggi sulla strage. Un mistero su tutti, le verità scritte dallo stesso giudice Borsellino sulla sua agenda rossa, sparita misteriosamente da via D'Amelio pochi minuti dopo l'agguato e mai più recuperata.