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Diario semiserio di una redattrice

Tgcom incontra l'autrice Sara Lorenzini

Sara Lorenzini, romana di nascita, ha un trascorso professionale di tutto rispetto. Redattrice televisiva, ora editor di riviste per teenager, si lancia nel mondo della narrativa entrando dalla porta principale. Il suo libro “Diario semiserio di una redattrice a progetto”, edito da Mondadori, fotografa con ironia il selvaggio mondo del lavoro, visto da chi vi si affaccia per la prima volta.

Classe 1981, boccoli che danno risalto al viso dolce e alla sua aria trasognata, ironia e grinta da vendere. Ecco come si presenta Sara all’intervista. Si è data da fare in prima persona e, anche ora che il grosso del lavoro è fatto – il libro uscirà il 19 gennaio – non si riposa. Al contrario, spinge il piede sull’acceleratore. Prima di entrare nel vivo delle domande, scambiamo quattro chiacchiere con lei, gentile e disponibile, e ci lasciamo pervadere da un po’ della sua fresca energia, che ben si sposa all’aria frizzante di queste invernali mattine romane. Ci racconta del tam tam virtuale già attivo grazie anche alla pagina facebook “Diario Semiserio di una redattrice a progetto”, intitolata alla sua opera prima, che conta già oltre 900 iscritti. Non male per qualcosa che ancora non c’è e, soprattutto, non male se si considera che Sara ha cominciato a ricevere ogni giorno tante e-mail da persone che, come lei, condividono il sogno di un contratto a tempo indeterminato, ma che, come lei, sono orgogliose del lavoro che fanno. Ci parla del precariato come di una condizione generazionale e di massa, una tematica talmente attuale che comincia a essere raccontata sempre più spesso, in varie forme e contesti e ci racconta che il suo fidanzato, compositore, proprio in questo periodo sta lavorando alla colonna sonora di un film di prossima uscita intitolato “La ballata dei precari”. Non sarà un caso. E forse, proprio Sara potrebbe essere considerata la pioniera di questo nuovo filone artistico. Il suo romanzo, infatti, lo mostra agli occhi dei lettori attraverso la sua protagonista Emma, una giovane redattrice in cerca di una “storia bomba” che induca il suo datore di lavoro a prolungarle il contratto. Dopo avere lottato con insicurezze, paure, dopo avere riversato fatiche, preghiere, lacrime e speranze in questa avventura, capisce che la storia che sta cercando potrebbe essere la sua. Sara dice che, proprio grazie alla sua reale esperienza di redattrice, ha capito che anche la vita più semplice e comune può essere raccontata.

Parliamo del libro: pura finzione o assemblaggio di ritagli di vita?
Il mio romanzo non è autobiografico, ma è chiaro che se non avessi lavorato in TV, non avrei potuto raccontare questa storia. Emma, la protagonista, ha venticinque anni e un contratto a progetto come redattrice di un talk show di prima serata. Al primo impiego importante, non deve semplicemente cercare le storie strappalacrime da portare in diretta: Emma deve trovare una "storia bomba" per garantirsi il rinnovo del contratto. Non sarà facile, tra telefonate a aspiranti ospiti, una caporedattrice distratta, degli autori bizzarri e una conduttrice spietata. Anche perchè nel frattempo sarà costretta a fare i conti con una vita sentimentale più precaria di quella lavorativa. Per fortuna a farle compagnia ci sono le sue colleghe amiche. Con loro condivide sogni, chiacchiere e pranzetti a mensa. Ma oltre al contesto televisivo, il mio romanzo esplora quello lavorativo in genere, attraverso gli occhi di una giovane precaria di belle speranze. È facile riconoscersi in Emma, nelle sue difficoltà e nelle sue speranze.

Cosa c’è di autobiografico nel personaggio di Emma? La stesura del libro quanto è durata?
Emma ricorda quella che ero quando ho mosso i primi passi in questo mondo, tanta fatica, tante emozioni. Pensando al suo stage, dice di essersi sentita la ragazza più felice del mondo. Anche io ne ero entusiasta. Sentivo, come lei, di avere varcato una soglia. E di volerci rimanere, un contratto dopo l’altro. Una sensazione stimolante. Emma è il compendio delle emozioni di quando ho iniziato. Il lavoro in una redazione televisiva è stata una scuola di vita, mi ha fatto crescere. E incontrare alcuni dei miei più cari amici, proprio come capita a Emma con Matilde,Michela, Miriam e Luis. Ho cominciato a pensare a questo libro due anni fa, durante il mio lavoro di redattrice televisiva, un mestiere fatto di ricerca, di contatti umani, magari intensi e trattenuti al telefono anche per ore. Ho sentito tante storie, alcune anche molto difficili da sostenere psicologicamente. Chi è dall’altra parte della cornetta non lo immagina nemmeno quanto sia difficile il lavoro del redattore. Tu che chiami, per loro, sei la televisione, una specie di magica entità.

Chi sono Francesco e Stefania, ai quali hai dedicato il libro?
I miei genitori, non potevo dedicarlo a nessun altro se non a loro. Sono stati fondamentali.

Nel romanzo l'equilibrio tra realtà e finzione è messo continuamente in bilico. La finzione, secondo te, è nella vita di tutti i giorni?
Sì. Siamo “Uno, nessuno e centomila”, no? Spaventa e affascina allo stesso tempo. Nel romanzo queste due dimensioni si mischiano, per esempio i sogni di Emma sono più veri di quello che vive perché scoprirà che molto di ciò che le capita nella vita reale è pregno di finzione. La finzione, da questo punto di vista, diventa realtà. Emma ha paura della verità, come ha paura delle storie vere che cerca, ma sarà costretta ad affrontarla.

Dove immagini Sara Lorenzini tra 5 anni? Cosa ti aspetti?
(Ride) Che paura. Non riesco a immaginarmi. C’è una serie americana che si intitola Flash Forward, in cui i protagonisti riescono a vedersi proiettati di sei mesi nel futuro, e devono capire se la loro visione è vera e come potere cambiare le cose. Pagherei per vedermi fra cinque anni o a cinquanta anni. Mi sembra impossibile. Colpa del precariato, forse. Pervade tutti gli aspetti della vita.
Nel libro usi il titolo “cercasi storia bomba disperatamente”. E’ questo che vuole la gente o è solo quanto i media vogliono darle?
Eh, è nato prima l’uovo o la gallina? Domanda da un milione di dollari… è un mix. Penso che se il pubblico è abituato a un certo tipo di prodotto, poi se lo aspetta. Tenere incollati allo schermo milioni di telespettatori, considerata l’offerta di canali attuali, dal satellite al digitale, ormai è diventata una sfida sempre più ardua, soprattutto per un canale generalista. Ma penso anche che “le storie bomba”, per citare quelle che cerca Emma, però, siano una scorciatoia. Credo che si possa suscitare interesse e attenzione, anche con il coraggio di sperimentare offrendo reali alternative. 

Emma dice: “questo lavoro mi piace, quando non mi spaventa”. Perché spaventa? Di cosa ha paura?
Emma lo dice perché ogni giorno sente storie che fanno paura, di malattie, violenze, depressioni... Essere a contatto col dolore degli altri, senza avere gli strumenti culturali, una preparazione specifica, con una laurea in Scienze della Comunicazione e non in Psicologia, è una fatica. Quella del redattore è un mestiere difficile, con il mio libro volevo fare emergere anche questo aspetto. Qualcuno pensa che lavorare in televisione significa divertirsi, fare parte di un mondo “figo” e, forse lo è anche, ma non “figo” nel senso di cool, quanto nel senso di creativo e interessante, ma comunque un mestiere, che richiede dedizione e impegno, un mestiere tutto da imparare sul campo.

Beatrice, la caporedattrice di Emma, nel romanzo dichiara: “i morti contano. Sono un valore aggiunto”. E’ proprio così?
Il libro è semiserio. Ogni cosa lo è al suo interno. Dire che i morti contano è un’espressione cinica e provocatoria, ma che nasconde una verità. Basta pensare a un quiz televisivo, è più facile che si faccia il tifo per un operaio in cassa integrazione che per un ricco imprenditore… Il secondo farebbe venire i nervi a chi lo guarda da casa, sognando di sedersi anche lui prima o poi su quello sgabello. Allora le probabilità che cambi canale saranno più alte. Le difficoltà, il dolore, i lutti anche, suscitano empatia, commozione, partecipazione e anche, perché no?, una certa morbosa curiosità.
“Trovate la storia nella storia”. Questa è una grossa fonte di stress, pure così inutile, almeno secondo le regole del giornalismo…
Costruire una storia partendo da una vita comune è una cosa stimolante, affascinante. È esercizio mentale e di scrittura. Può capitare che nei talk show si dia a un ospite anche un’ora di spazio. Sai quante cose si possono raccontare in un’ora? Ma per renderle attraenti, ci vuole abilità e creatività, pure se la materia da cui si parte è la realtà.

Ti riconosci nella TV di oggi? Cos’è secondo te la “spazzatura televisiva”?
Quando ho lavorato nella redazione romana di “Markette”, ho avuto l’occasione di incontrare Giancarlo Funari. Ero agli inizi, timida e imbarazzata. Lui, che mi ha visto giovanissima, mi ha dato un consiglio: “La tv è come la cacca, bisogna farla ma non guardarla”. Penso che non abbia tutti i torti, anche se io ne guardo parecchia, più per deformazione professionale che per interesse d’altro tipo. So cosa c’è, ma ho i miei programmi e le mie serie preferite. La tv spazzatura è tutto quello che non ha contenuto. È la tv che urla ma non dice niente. E mi spaventa nella misura in cui crea illusioni. Facendo casting, scopri quanta gente farebbe di tutto per di apparire. Ragazzi senza doti artistiche che si presentano comunque ai provini per un talk show, ragazze lontane dagli standard fisici per fare le showgirl, disposte a lunghissime code per partecipare alle selezioni… Ma basterebbe cambiare canale. Il telecomando è uno strumento democratico per eccellenza.

Hai imparato a farti i nodi alle sciarpe? (Questa la capirà solo chi leggerà il libro)
(Ride) Sì… alle sciarpe non rinuncio. Sono la mia passione. Le colleziono.

Giuditta Mosca

Sara Lorenzini – Diario semiserio di una redattrice a progetto
Edizioni Mondadori, Collana Omnibus, 2010
324 pagine, 18,50 €