televisione

Gad, barbone radical chic

Telebestiario di Francesco Specchia

Sempre detto: c’è dell’autentica aristocrazia, del genio strepitosamente radical chic, nella confezione dell’Infedele. Gad col barbone e con la Kippah -«Shalom a tutti»- che entra in bottega con la forza di un rabbino che ha appena ripassato la Torah. Gad col barbone che s’infila sotto il rasoio, biancovestito come un muezzin - «Salam a tutti»-. Gad che irrompe in negozio con camicia e barba verde leghista. Gad che si materializza, addirittura, vestito da garibaldino; e si accomoda alla seggiola pronto al pannicello caldo, con una bandiera in mano e la striatura d’un patriottismo d’altri tempi dipinto in volto. Ecco.

È con questa sequenza assai cinematografica (una citazione inconscia da Leone, e una conscissima dall’umorismo ebraico newyorchese del Woody Allen di Zelig), che si apre il promo della nuova serie del programma di Gad Lerner in onda dal 28 settembre. Il quale Gad, dopo il rapido susseguirsi della trasformazioni fregoliane, assiso sulla sediona del barbiere pronuncia, in coda allo sketch un claim di rara intensità emotiva: «L’Infedele, per tutti i gusti». Ora - ammettiamolo - lo spot non difetta d’originalità. È ben fatto e tecnicamente vicino a una sequenza del vecchio Carosello in salsa democratica; è come se Gad dicesse: guardateci, siamo un vero programma multietnico, multiculturale, capace d’infiammarsi nel rispetto ecumenico delle minoranze. E, insomma, formalmente un po’ è vero.

La barberia è come la stanza da bagno: un posto dove le classi sociali si livellano: una forma assoluta di democrazia. Come scriveva Alan Coult in un’essenziale saggio sull’esegesi della letteratura da bagno, «lo sciaquone - e la sedia del barbiere - sono il fondamento della civiltà occidentale...». Il colto Lerner, probabilmente, ne era al corrente. Probabilmente. E, dunque, l’idea della barberia intesa come mercato delle libere idee e come Weltantaschauung del povero, del ricco, e della classe media; be’, era originale. Se non fosse per una lieve imprecisione filosofica, un errore nel quale Gad cade spessissimo. La barberia usata come location dello spot non era una qualsiasi bottega della provincia italiana.

Una parruccheria di Quarto Oggiaro, un locale di Arezzo, chessò un antico salone della Palermo Vecchia. Non era, insomma, il luogo dell’anima della middle class , il posto delle chiacchiere della gente comune, dove il sorriso lieve s’inarca sui volti rigati della fatica quotidiana; e il portafogli, all’atto dello scontrino, non si sgonfia anzi sospira del sollievo. Nient’affatto. La location di Gad era nientepopodimeno che l’“Antica Barberia Colla”, il centenario negozio storico milanese di via Morone in cui farsi la barba costa quanto un pranzo medio a base di pesce in una trattoria di Castellamare di Stabia, bibite comprese. All’Antica Barberia Colla - scintillante nel suo gusto retrò - si sono sbarbati da D’Annunzio a Pirandello, da Tronchetti Provera (ecco, chi l’ha consigliata a Gad...) all’intero gruppo dirigente di Mediobanca. Roba da 18/20 euro a rasoiata; il nostro barbiere Sebastiano di via Casati deve farne quattro, di rasature, per solo sperare di raggiungere il livello. La barberia Colla non è, per dirla tutta, un posto da barboni. Ad eccezione, naturalmente del barbone rabbinico di Gad. Ora, dopo le sgambate sul Machu Picchu, le ospitate nella villa sarda dell’ingegner De Benedetti (invece di andare sulla striscia di Gaza, suggerisce un suo lettore...), gli articoli griffati su Vanity Fair, la polemica sulle zanzare del Monferrato e quella sulle galline razzolanti nell’aia intese come metafora politica della libertà; be’, Gad dovrebbe convincersi. Essere radical chic, in fondo, non è un male. Basta ammetterlo a se stessi.