televisione

Il sisma e la vergogna del Tg1

Telebestiario di Francesco Specchia

In quel vello di lacrime e macerie che ha ricoperto il terremoto abruzzese disseminato nei palinsesti televisivi, c’è stato un evento che ci ha fatto vergognare d’essere giornalisti. Ci capita spesso,in verità; ma qui abbiamo toccato il picco. La vergogna è durata poco: un minuto e mezzo, esattamente il tempo che è occorso, l’altro giorno, al Tg1 dell’edizione delle 13 per autoincensarsi sull’onda dei risultati d’audience “conseguiti ai servizi da L’Aquila, sul luogo della tragedia”.

Un minuto e mezzo per riflettere su quanto meschina e inopportuna può essere la nostra scalcinata categoria. Dopo la vergogna è subentrato lo stupore; e poi la rabbia degl’impotenti; e poi lo stesso innaturale senso di spaesamento di Riccardo III° che ricercava il suo cavallo nell’Apocalisse di sangue della battaglia di Bosworth. Non c’è nulla di cui vantarsi, cari colleghi: è normale che i telegiornali si nutrano della tragedia, ed è un semplice dovere che il servizio pubblico faccia il servizio pubblico. Mario Giordano addebita la scivolata Rai al fatto che il vecchio direttore Riotta se ne sia andato al Sole24Ore,” il nuovo non è ancora arrivato e c’è un interim in corso”. Sarà pure.

Ma è comunque strano che l’informazione nei grandi eventi dia i numeri. E non solo sullo share. Domande idiote (“Cosa prova i questo momento?”), microfoni infilati nei posti più impensabili, cronisti che s’imbucano nelle tendopoli per cercare di succhiare uno scoop a chi, in quel momento a stento mastica la vita (un collega si è beccato un “vaffanculo” grande come la Maiella. Meritatissimo): tutto ribolle nella tragedia. Ciò detto, a fronte di una macchina statale efficientissima (per una volta) e del lavoro straordinario dei volontari provenienti da parti impensabili d’Italia, la tv d’informazione ha vissuto, sul terremoto la sua ennesima trasformazione.

La notizia è che, cancellati giustamente reality, fiction e talent show, i talk show hanno rubato la scena ai tg nella confezione stessa del servizio pubblico. Anzi, hanno fatto essi stessi (per una volta) il vero servizio pubblico Uno mattina, Omnibus, Porta a porta, Matrix, Annovero, Exit, non solo hanno raggiunto punte d’ascolto inenarrabili; ma l’hanno prodotte con un’inedita capacità d’entrare nella notizia e, soprattutto, di raccontare storie. Specie i talk considerati d’intrattenimento “leggero” hanno fatto la parte del leone. Premettendo che noi stessi in alcuni di questi talk presenziamo graditi ospiti, programmi come La vita in diretta (fino al 30% di share), Mattino Cinque (26,9%), Pomeriggio Cinque (23,3%), pur mantenendo la solita struttura “leggera”, da cacciatorpediniere della notizia, hanno fornito allo spettatore una copertura degnissima. Italia allo specchio condotto dall’amica Francesca Senette, poi, s’è addirittura trasfigurato: dalla media dell’8-9% è schizzato –con la sola Francesca in studio con un solo ospite: non serviamo poi a molto- al 12%, 16%, fino ad arrivare al 19%.

Ed è stato piacevolmente spiazzante trovare, qui, toni mai lacrimosi e compostezza giornalistica da Bbc. E trovarli in un programma che fino a qualche mese fa puntava sull’Isola dei famosi (ma quest’inversione di rotta che porta a un abbassamento dell’età, all’innalzamento dell’alfabetizzazione e al riposizionamento geografico verso nord del pubblico, è nella strategia del direttore di Raidue Marano). I talk che surrogano i tg sono, oggettivamente un fenomeno inedito. Dovuto principalmente ora al grande lavoro delle tv locale (accade lo stesso con le emittenti genovesi al G8), ora alla copertura all news h24 data, per esempio, da Sky Tg24 o dai siti Internet, TgCom compreso, roba che le generaliste non possono permettersi. Abbandonata quindi l’informazione tradizionale dei telegiornali, rimangono per lo spettatore le storie dei programmi di parola. Che, essendo di parola, almeno, le parole, le calibrano. Altro che i trionfi del Tg1