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Le borse dell'energia 19-25 Nov.

Fabrizio Rinaldi commenta la settimana

Nel mercato italiano dell'elettricità i prezzi hanno toccato i nuovi massimi storici. La media settimanale del baseload ha superato i 105 €/MWh, con un incremento del 5% rispetto ai massimi della settimana scorsa.
Negli scorsi report abbiamo già evidenziato che il trend in atto da fine ottobre è particolarmente forte e legato ai fondamentali. A questo proposito, può essere utile spiegare in che modo i due elementi di supporto dei prezzi agiscano congiuntamente.
Dal lato della domanda, le basse temperature mantengono elevati i livelli di fabbisogno nazionale, mentre i prezzi elevati sui mercati dell'Europa continentale incentivano l'esportazione di energia dall'Italia, sostenendo la produzione. Il risultato è la notevole riduzione dell'overcapacity di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi, di conseguenza salgono i prezzi e si riducono i differenziali zonali, poiché l’intero Sistema Italia è chiamato ad aumentare la produzione di energia. Il quadro appena delineato non è destinato a mutare radicalmente nel breve, a meno di forti cambiamenti sui mercati esteri. Pertanto la previsione rimane di prezzi elevati.

La discesa dei prezzi del grezzo fino agli 86 usd/bbl ha avuto vita breve, e velocemente è ripartita la corsa al superamento di nuovi massimi. La situazione dal punto di vista dei fondamentali non sta dando segni di significativi cambiamenti. Infatti anche le revisioni al ribasso della crescita della domanda non sono sufficienti a dare l'impressione di una maggiore flessibilità del sistema che, in questo momento, trova la sua maggiore limitazione nell'offerta di grezzo.
Permane la situazione, descritta già dall'ultima estate, di una necessità di maggiore ricorso all'Opec che, invece, mantiene la propria produzione limitata, per molte ragioni. Da un lato l’Opec sta probabilmente sottostimando la crescita della domanda, ritenendo che un aumento della produzione porterebbe velocemente ad un indebolimento dei prezzi, perché non vi sarebbe sufficiente interesse all'acquisto. Inoltre l'Opec esporta anche molto gas liquefatto (LNG – Liquid Natural Gas) che è prezzato con formule che sono funzione del prezzo del grezzo.
Anche la debolezza del dollaro probabilmente influenza questa politica restrittiva, anche se non in maniera continua e diretta. Tuttavia dobbiamo chiederci in che misura tale crescita dei prezzi non abbia effetti pesanti sulle economie dei paesi consumatori, e la risposta non è certo facile, perché alcuni paesi (e in primis la Cina) sovvenzionano il prezzo domestico dei combustibili, sfruttando gli enormi avanzi della bilancia commerciale, per cui non si avvertono gli effetti inflattivi. I paesi più industrializzati, invece,  hanno una domanda minore di prodotti petroliferi in proporzione al proprio PIL, e hanno quindi bisogno di prezzi molto elevati per avvertire lo choc. Questo non vuol dire che le economie occidentali possano essere considerate immuni da questa notevole salita dei prezzi.
Si ha l'impressione che a livello globale ci sia un equilibrio tra tante situazioni squilibrate (deficit commerciale dello Stato degli USA; debolezza del dollaro; avanzi enormi nei paesi produttori di olio e nei paesi esportatori di merci; la moneta cinese ancorata al dollaro; l'euro forte; prezzi delle materie prime alle stelle), e basti poco per scaricare un'energia che appare come compressa. I prezzi crescenti del grezzo avranno probabilmente un effetto deprimente sulla domanda, ma non a breve termine, e quindi dovremo convivere ancora per qualche mese con questa situazione di prezzi elevati e di estrema volatilità. Peraltro la struttura di backwardation (premio nel pronto contro termine) disincentiva la detenzione di inventari, e in una situazione già di inadeguatezza gli squilibri tra domanda ed offerta devono essere sempre più corretti con forti movimenti dei prezzi. L'impressione è che i paesi Opec stiano in realtà cominciando ad esportare di più, ma gli effetti si potranno notare solo tra qualche mese.

Per il mercato del gas naturale in Italia il tema dominante è il rischio che si verifichi una situazione di emergenza come nel 2005/2006. A tal riguardo, seppure riteniamo che quella fu una situazione limite e che oggi il sistema sia meglio attrezzato, il rischio è legato soprattutto all'andamento delle temperature e alla distribuzione delle punte di freddo. Quest'anno siamo partiti con livelli maggiori di stoccaggio rispetto a due anni fa, ma il freddo della scorsa settimana ha cominciato ad intaccare significativamente gli inventari. Le prossime tre settimane saranno molto utili per poter valutare il rischio che corre il sistema.

Riguardo al dollaro le prospettive appaiono sempre alquanto scure; siamo probabilmente nel pieno della crisi subprime e, nonostante non ve ne sia ancora solida evidenza statistica, siamo convinti che l'economia sia in deciso rallentamento, nonostante il diluvio di dollari da parte della FED. I rischi di recessione, che ritenevamo fino al mese scorso essere intorno al 30%, crediamo che oggi possano essere almeno nell’ordine del 50%.