Per la Santa Sede non bisogna mai interrompere l'alimentazione anche in caso di coma. "La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita". Lo afferma la Congregazione della Dottrina della Fede. Anche se in "stato vegetativo permanente", il paziente è una persona "con la sua dignità umana fondamentale", ricorda il Vaticano.
Il concetto, ribadito dalla Congregazione della dottrina della fede, è arrivato in risposta a due domande che la Conferenza episcopale degli Stati Uniti formulònel 2005, a pochi mesi dalla morte di Terri Schiavo (31 marzo di quell'anno), un caso che infiammò il dibattito Oltreatlantico sull'eutanasia e l'accanimento terapeutico.
Pur prevedendo - in una nota esplicativa - tre fattispecie di "casi eccezionali" per i quali questa indicazione non vale, l'ex Santo Uffizio spiega, nel documento vero e proprio approvato da Benedetto XVI, che il nutrimento e l'idratazione sono un "mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita" (primoq uesito) e, quindi, non possono mai essere interrotti: anche quando i medici competenti giudicano con certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza (seconda questione).
"Un paziente in stato vegetativo permanente - si legge nel breve testo delle risposte - è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali".
"In favore della possibilità di rinunciare all`alimentazione e all'idratazione di questi pazienti si invoca spesso il Discorso di Papa Pio XII ad un Congresso di Anestesiologia del 24 novembre 1957", ricorda la nota esplicativa alle due risposte. Invece, "le Risposte che ora dà la Congregazione per la Dottrina della Fede si collocano nella linea" di una serie di documenti della Santa Sede citati e, "in particolare, del discorso di Giovanni Paolo II del 20 marzo 2004".
La nota esamina anche il problema che grava sulle famiglie. "Può costituire un onere notevole - rileva - il fatto di avere un parente in stato vegetativo, se tale stato si prolunga nel tempo. E' un onere simile a quello di curare un tetraplegico, un malato mentale grave, un Alzheimer avanzato". I pazienti in sato vegetativo, infatti, "sono persone che hanno bisogno di un'assistenza continua per mesi o addirittura per anni". In questi casi, il principio (formulato da Pio XII) che riguarda l'obbligo delle sole cure minimali, "non può essere interpretato, per ragioni ovvie, nel senso che allora è lecito abbandonare a se stessi i pazienti, la cui cura ordinaria impone un onere consistente per la loro famiglia, lasciandoli quindi morire. Non è questo il senso - ribadisce il documento vaticano - in cui Pio XII parlava di mezzi straordinari. Invece, tutto fa pensare che ai pazienti in stato vegetativo debba essere applicata la prima parte del principio formulato da Pio XII: in caso di malattia grave, c'è il diritto e il dovere di mettere in atto le cure necessarie per conservare la salute e la vita. E lo sviluppo del Magistero della Chiesa, che ha seguito da vicino i progressi della medicina e i dubbi che essi suscitano, lo conferma pienamente".