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Tesoretto?Facciamoci gli acquedotti

di Mattias Mainiero

da "Libero"

Non arrabbiatevi. Sappiamo benissimo che stiamo per raccontarvi la più banale delle banalità. Chiediamo scusa, ma la colpa non è nostra. Ecco l'ovvietà: in Italia d'estate fa caldo e piove poco, d'inverno fa freddo e piove molto. Alcune volte nevica anche oppure.grandina. Ragion per cui, in Italia e d'estate, oltre al sole e a qualche sporadico rovescio (di solito dopo la metà d'agosto), c'è anche la siccità.

Banalissimo, pare che funzioni così fin dai tempi di Adamo ed Eva, ininterrottamente nei secoli dei secoli e con l'eccezione dei giorni del diluvio universale. Ma c'è un fatto: ora se ne sono accorti anche al ministero per lo Sviluppo economico. E subito è scattato l'allarme: «Rischio black out, bisogna contingentare le risorse idriche». Oddio, non è che al ministero se ne siano accorti proprio dalla sera alla mattina. Bisogna comprenderli: le cose, quando sono così complicate, necessitano di approfondimenti e studi. Tant'è vero che al dicastero esiste una speciale task force di teste d'uovo incaricata di esaminare il delicato problema. L'équipe di specialisti si è riunita ieri, terza riunione. Nella prima, gli esperti devono aver osservato le nuvole. Nella seconda hanno guardato il termometro. Nella terza hanno sentenziato: visto che aprile è quasi terminato e che dopo aprile c'è maggio, vuol dire che sta arrivando l'estate. E siccome non pioverà bisogna decretare lo stato di crisi e prendere adeguate contromisure.

Per ora, le limitazioni proposte riguardano gli usi industriali e non quelli domestici. Domani chissà.

L'incredibile rivelazione
Non ci sono più dubbi. Per un'unanime decisione e scoperta degli esperti dei ministeri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente, della Protezione civile, dell'Autorità per l'Energia elettrica e il Gas, dell'Autorità del Bacino del Po e delle Regioni interessate al problema (esperti si presume pagati anche per riunirsi e studiare l'alternanza delle stagioni), i mesi caldi sul fronte idrico sono mesi di passione.

Gli esperti torneranno a riunirsi il 7 maggio, forse per capire se l'emergenza durerà a lungo e se dopo l'estate arriverà anche l'autunno.

Nel frattempo, ecco una modesta proposta per il governo Prodi e gli studiosi dei tubi idrici.

Eccellentissimi esperti di nuvole e catastrofi, perché, oltre a lanciare l'allarme e sperare nella danza della pioggia, non fate proposte concrete almeno per giustificare il vostro stipendio?

Suggerimento: inviate una lettera a Prodi e ai ministri interessati. Testo: «Caro presidente del Consiglio e carissimi ministri, proponiamo di costruire un acquedotto e magari pure un invaso artificiale, un bacino, un desalinizzatore o una qualunque di quelle opere che funzionano in tutto il mondo civile e che forniscono acqua anche quando fa caldo e c'è la siccità». Seconda parte della missiva: «Quanto ai soldi necessari, signor presidente e signor ministro Padoa-Schioppa, abbiamo una soluzione. Visto, tanto per usare una metafora idrica, che in Italia siamo col sedere nell'acqua e che non possiamo sopportare nuove tasse, per finanziare le opere potremmo utilizzare il famoso "tesoretto", quello derivante dall'extragettito fiscale: dieci miliardi di euro. Tolto tutto ciò che il governo sta sperperando sotto forma di aumento della spesa pubblica, e che richiederà opportuni fondi per la relativa copertura, restano due o tre miliardi di euro. Forse non è tantissimo, ma abbiamo l'impressione che un paio di acquedotti e un bacino come si deve si possano costruire. Se i nuovi acquedotti costano troppo, riparate quelli esistenti». Non sarebbe un buco nell'acqua. E sarebbe anche una cosa meritoria (forse per questo il governo non ci ha mai pensato).

Qualche numero per rendere l'idea: in Italia gli enti che ci forniscono acqua sono circa 13.000 (40.000 se si considera l'intero ciclo idrico). Cifre da capogiro, come quelle della disponibilità idrica: 155 miliardi di metri cubi, cioè 2.700 metri cubi per abitante. Teoricamente. In pratica, un terzo degli italiani (percentuale che ci avvicina pericolosamente al Terzo Mondo) non se la passa bene perché il 42 per cento dell'acqua che finisce nei nostri acquedotti si disperde tra mille buchi, fessure e falle prima di arrivare ai nostri rubinetti. Trattandosi di acquedotti, non potevano che fare acqua da tutte le parti. Attenzione, parliamo di perdita media, comprensiva del 73 per cento del Lazio meridionale e del 22 piemontese. In Campania, Puglia e Calabria si viaggia sul 50 per cento, la metà del totale.

Una rete piena di buchi
L'età media delle condutture pubbliche è di una trentina d'anni. Vuol dire che alcune hanno più di mezzo secolo di vita. Ancora: in Calabria sono state progettate trentasei dighe. Di queste solo dieci funzionano regolarmente. Delle altre ventisei, cinque non sono mai state completate e sei sono state completate ma è come se non lo fossero perché manca la rete di distribuzione. Altre quindici stanno solo sulla carta. E il sospetto è che rimarranno lì per l'eternità. Risultato: l'effettiva disponibilità pro-capite di acqua in Italia è di 920 metri cubi, molti dei quali finiscono all'agricoltura o all'industria.

Storie vecchie quanto il cucco. E ogni tanto qualcuno si siede ad un tavolo ministeriale, discute, studia, si scervella, osserva gli astri e le nuvole e sentenzia: signori, sta arrivando l'estate, qui c'è il rischio siccità. Abbiamo bisogno di acqua fresca, possibilmente anche potabile. E loro scoprono l'acqua calda. Sarà una purga?