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La Francia che sogna il rilancio

Giuseppe Mammarella su "Il Messaggero"

Trenta per cento del voto a Sarkozy, 26 a Ségolène Royal, 17 a Bayrou, 12 a Le Pen. Sono le ultime percentuali attribuite ai quattro maggiori candidati alle presidenziali francesi da "Le Figaro" in un sondaggio appena pubblicato. Sono dati significativi perché ci confermano che nessuno dei quattro raggiungerà la maggioranza assoluta alla prima votazione ma sono insufficienti ad indicarci il vincitore finale dopo il ballottaggio del 6 maggio.

Ségolène e Sarkozy saranno quasi certamente i finalisti (secondo un ultimissimo sondaggio della Csa i due sarebbero sostanzialmente alla pari nelle intenzioni di voto per il secondo turno di ballottaggio) e Bayrou, che un mese fa sembrava insidiare il secondo posto della Royal, è ormai decisamente distaccato, ma i suoi voti potrebbero essere determinanti per la scelta del vincitore finale. Nelle due settimane che separono la seconda votazione dalla prima per assicurarsi la vittoria i due candidati, usciti dal primo scrutinio, dovranno conquistarsi l'alleanza degli eliminati al primo turno e i loro voti. Buona parte di quei voti si ridistribuiranno secondo le preferenze dei votanti, ma le indicazioni dei leader avranno il loro peso.

A Sarkozy andranno quasi certamente gran parte dei voti dell'elettorato lepenista che il leader dell'Ump ha assiduamente corteggiato durante la campagna elettorale e alla Royal quelli della sinistra, frazionatisi come già nel 2002 tra i candidati comunisti e trotzkisti; ma né gli uni né gli altri sono sufficienti per dare la vittoria. E allora saranno gli elettori centristi nonché i nuovi elettori, tra cui quelli residenti all'estero che si sono registrati al voto in numero doppio rispetto alle elezioni precedenti, a svolgere un ruolo determinante nella scelta del nuovo inquilino dell'Eliseo per i prossimi cinque anni.

Saggiamente il vecchio Michel Rocard, socialista di molte battaglie, ha suggerito alla Royal di stringere già adesso un'alleanza con Bayrou e il suo partito, consiglio che Ségolène ha sdegnosamente rifiutato per non compromettere la sua performance in questa prima fase, ma che sarà costretta a riconsiderare in quella successiva. La Francia che esce dalle denunce e dai programmi dei due candidati, focalizzato sul sociale quello della Royal e sulla sicurezza quello Sarkozy, è un Paese che riassume in sé gran parte dei mali e dei problemi dell'Europa. Il libro di Nicolas Baverez dall'apocalittico titolo "La Francia che crolla", uscito tre anni fa e presto diventato un best-seller, è stato la più forte, ma non l'unica denuncia del declino francese. Michel Camdessus, Christophe Lambert, Alain Minc sono tra i nomi più noti del nutrito drappello dei declinisti francesi. In effetti, accanto ai clamorosi successi del treno "Grande vitesse" e dell'Airbus 380, c'è tutta una serie di problemi che sembrano giustificare la definizione di Bavarez della Francia anello debole della catena europea.

La Francia è uno dei pochi Paesi europei che sembra aver bloccato l'emorragia delle nascite, ma poi negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi il numero dei giovani, 2,2 milioni, il quattro per cento della popolazione, che lasciano il Paese per mancanza di opportunità. La disoccupazione giovanile è al 22%, una delle più alte d'Europa, e tra i laureati è al 7%. In Italia vediamo avanzare il capitale francese, ma parte di quei soldi sono delle multinazionali che hanno investito in Francia e le aziende francesi acquistate dal capitale straniero sono numerosissime; un'indagine della "Repubblica delle idee" ha segnalato che le nuove povertà sono più forti in Francia che negli altri Paesi europei.

Anche all'estero la Francia segna il passo, la sua influenza culturale si sta riducendo ed è in declino anche quella politica, specie in aree come l'Africa equatoriale in cui la Francia era rimasta dominante anche dopo la decolonizzazione. Anche il referendum contro la Costituzione europea è stato una sconfitta per la Francia che con quel voto ha sostanzialmente rinunciato a quella leadership nel processo di integrazione che aveva mantenuto per mezzo secolo. E infine l'incendio delle banlieus del novembre del 2005, oltre che a mettere a ferro e a fuoco le periferie, ha rivelato l'esistenza all'interno della società francese di una comunità nemica, quella dei figli dei "sarkis", gli ascari francesi arrivati in Francia dopo la perdita dell'Algeria.

Il tema del declino e la corrispondente necessità della "rottura" rispetto alla situazione attuale hanno fatto da sfondo a tutta la campagna elettorale e tutti i maggiori candidati hanno sostenuto che la Francia ha bisogno di una terapia shock. Chiara la diagnosi meno chiare le cure. L'Europa è rimasta nello sfondo della campagna elettorale, pochi e indefiniti i riferimenti al rilancio del processo di integrazione quasi si volesse evitare di riaprire una ferita non ancora completamente rimarginata. Ma se, come è emerso dal dibattito prima e durante la campagna elettorale, i mali della Francia sono in larga misura quelli di molti Paesi dell'Unione, è difficile che la "rottura" possa nascere al di fuori di una forte iniziativa europeista.