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Giornata della Memoria, Ornella Coen a Tgcom24: “Bisogna investire sull’educazione dei giovani”

La pietra d’inciampo dedicata a suo padre Dante Coen, due anni fa a Milano, subì un intollerabile atto vandalico, subito dopo la posa

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“Il nome è quello che rimane, nella storia come nella memoria. Poterlo leggere, poterlo vedere inciso, serve innanzitutto a lasciare un segno e a preservarne l’esistenza. É l’unica cosa che si possa mantenere viva, dopo la morte”. Raggiungiamo Ornella Coen alla stazione, mentre sta per prendere il treno che da Ancona la riporta a Milano. Ha da poche ore partecipato alla posa di due pietre d’inciampo dedicate ai suoi zii, Romilde e Umberto, due dei quindici fratelli del padre Dante, uccisi anche loro in un campo di sterminio nazista, ad Auschwitz.

Tutt’altro che mute. Parlano, le pietre d’inciampo. Queste appena posate ad Ancona, in via Astagno 18, come tutte le altre nelle nostre città. Il loro ideatore, l’artista tedesco Gunter Demnig, è continuamente dedito a realizzarle e posarle davanti a quelle che erano le case degli ebrei che sono stati rastrellati, deportati, annientati e poi strappati alla vita nei campi di concentramento nazisti. Un nome inciso su ogni sampietrino: per vincere l’oblio, fare memoria, arginare il mare dell’indifferenza e il male dell’ignoranza. Attualmente ne sono state posizionate oltre 70mila, in tutta Europa.

“Ho vissuto avendo sempre dentro di me questa catastrofe dell’umanità – racconta Ornella Coen, riferendosi alla Shoah –. E ho provato dolore, anche per gli altri. Non solo per l’assenza di mio padre e degli altri familiari ma ho accusato questo sentimento in modo costante e continuo anche per tutti coloro che non sono tornati. Mi sono da sempre immedesimata, sentita inserita nelle loro vite, sentendole dentro di me, come avessi sofferto quelle stesse cose anch’io”.

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Ritratto di famiglia: Arrigo Coen e Ilde Porteleone Coen, i nonni paterni di Ornella, con i loro figli (archivio del CDEC)

Ebreo milanese, nato anche lui ad Ancona, Dante Coen venne arrestato a Milano, dove viveva con la sua famiglia, il 26 luglio del 1944. Andarono a prenderlo a casa, alle sette del mattino. Ornella aveva allora appena 33 giorni e insieme ai suoi fratelli e a sua madre, cattolica, vennero risparmiati. Detenuto a San Vittore, suo padre venne prima deportato ad Auschwitz, poi trovò la morte a Buchenwald, il 4 aprile del 1945. Aveva 34 anni. Stesso destino anche per la sorella Romilde e il fratello Umberto. Arrestati, rispettivamente, a Caramagna (Cuneo) e a Torino, nel marzo del 1944. Inizialmente detenuti nel carcere del capoluogo piemontese, poi trasferiti a Fossoli, Auschwitz la destinazione finale.

Signora Coen, dice il Talmud che chi salva una vita, salva il mondo intero. Ha mai provato a immaginare come sarebbero state quelle dei suoi familiari?
“Ho sempre immaginato per loro delle vite di persone come tutti, che avrebbero lavorato, con semplicità. E che sarebbero potute stare vicino ai loro figli. Una presenza che a me è sempre mancata”.

Quando ha capito che sarebbe diventata anche lei una voce, che doveva raccogliere il testimone della memoria come un tesoro inestimabile, da preservare e da tramandare?
“É un patrimonio soprattutto da tramandare. Tocca ora alle nuove generazioni raccogliere il testimone e portare avanti la memoria di quello che è stato, portarlo a conoscenza è essenziale e importantissimo”.

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La pietra d’inciampo dedicata a suo padre Dante Coen, due anni fa a Milano, subì un intollerabile atto vandalico, subito dopo la posa. La città seppe però rispondere con una sentita e partecipata manifestazione di solidarietà. Nei giorni scorsi, in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in guardia dal “male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società”. La stessa senatrice a vita Liliana Segre è solita sottolineare che ignoranza e indifferenza sono tra i grandi mali del nostro tempo. Ravvisa anche lei questi stessi rischi?

“Assolutamente, bisogna contrastare l’ignoranza, l’indifferenza ma aggiungo anche la cattiveria e la superficialità. A volte anche solo una parola mal detta fa più breccia di tante parole giuste. Bisogna investire sull’educazione dei giovani. A scuola si è sempre studiato molto poco la Storia contemporanea e, a meno che non si abbia un interesse personale, non si approfondisce. Bisogna invece dare gli strumenti, far capire, studiare e far toccare con mano quello che è stato”.
 

 

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