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Origine del virus Sars-Cov-2, Le Figaro: si torna a pensare alla pista di una fuga dal laboratorio

Secondo il quotidiano francese ci sono ancora tante zone d'ombra sulla gestione del virus da parte della Cina.  E se a Wuhan un dipendente di un laboratorio fosse stato contaminato da un animale o da un rifiuto trattato non adeguatamente?

-afp

Sono passati oltre diciotto mesi ma dell'origine del virus non v'è certezza. Anzi: più si va avanti e più ci si addentra in un tunnel senza apparente uscita. A riaprire la discussione è un lungo articolo pubblicato sul quotidiano francese "Le Figaro". Il giornale sottolinea che la pista dell'origine in laboratorio venne ben presto abbandonata anche senza la prova tangibile di un'origine di tipo naturale (contagio da animale allo stato brado o da allevamento). Al punto che il direttore dell'Oms stesso, Tedro Adhanom Ghebreyesus, si è rifiutato di scartare con certezza l'incidente di laboratorio anche dopo il rapporto della prima missione conoscitiva dell'organizzazione in Cina, il 30 marzo.

Benché l'equipe dell'Organizzazione Mondiale della Salute abbia concluso che una "fuga dal laboratorio" fosse l'ipotesi meno probabile, il direttore ha anche dichiarato che "dati e studi supplementari sarebbero necessari per arrivare a conclusioni più solide, per le quali servirebbero altre missioni con esperti specializzati, che io sono pronto a mettere a disposizione". 

Fuga dal laboratorio, crescono gli elementi "a favore" - Al contrario, spiega "Le Figaro", la pista della fuga accidentale diventa più credibile nella misura in cui crescono gli elementi "di disturbo". Come dimostrano una serie di lettere aperte all'Oms pubblicate in questi mesi da alcuni scienziati (tutti appartenenti a un gruppo internazionale battezzato in modo informale "gruppo di Parigi" perché inaugurato da alcuni francesi) che si appellano a un'inchiesta rigorosa e a una maggiore trasparenza da parte della Cina. La lettera più recente, diffusa venerdì, propone una dettagliata metodologia d'inchiesta,  con una lista di domande precise e di risorse essenziali che permetterebbero di dissipare le zone d'ombra. Nel documento viene prefigurata una lista di scenari accidentali possibili,  che vanno dal dipendente contaminato da un animale da laboratorio al rifiuto trattato non adeguatamente che ha infettato una persona esterna. 


I "ritardi" dell'intervento cinese - Ma torniamo ai fatti. Non ci sono dubbi che l'epicentro dell'epidemia del Covid vada localizzato a Wuhan. Se  il mercato di Wuhan fu sospettato di essere all'origine delle prime infezioni, ora è piuttosto chiaro che  si tratta piuttosto di un evento  che ha amplificato i contagi, un primo cluster che ha fatto emergere, alla luce del sole, un'epidemia che già esisteva da diverse settimane. Ma l'inchiesta cinese, per determinare l'origine dei primi casi, ufficialmente non arriva prima dell'8 dicembre. "La Cina ha creato una sorta di fortezza, un muro artificiale che infastidisce molto l'Oms" spiega Gilles Demaneur, co-firmatario di queste lettere aperte e membro del collettivo di ricerca indipendente Drastic, che ha indagato sulle origini della pandemia analizzando dati liberamente disponibili sulla Rete.


L'Istituto di virologia di Wuhan e il virus "cugino" del Covid - Difficile sapere cosa può nascondere questa cortina di fumo. Forse niente, dopo tutto. E' sicuramente possibile che la Cina non voglia essere vista come il Paese in cui il virus ha fatto la sua apparizione, anche in modo naturale. Ma questa mancanza di trasparenza alimenta i sospetti. In particolare perché la città ospita il Wuhan institute of virology, un istituto riconosciuto come uno dei più importanti centri di ricerca al mondo sui coronavirus di pipistrello. D'altra parte è qui che le equipe del dottor Shi Zheng Li, specialista mondialmente riconosciuto nel  settore, hanno identificato a posteriori il cugino "naturale" del Sars-Cov- 2. Si tratta di RaTG13, virus scoperto in un prelievo di escrementi di pipistrelli realizzato nel 2013 in una minera di rame in disuso nello Yunnan. 

I dubbi sul virus "parente" - Il modo in cui questo campione è stato studiato non è ancora chiaro. Una breve sequenza di 370 lettere (sulle 30mila che contiene) era già stata pubblicata nel 2016 sotto un altro nome : informazione passata sotto silenzio nel momento della pubblicazione di RaTG13 nel 2020. "Questo non prova niente ma può anche voler dire che in Cina stessero lavorando su questo virus da parecchi anni" azzarda il virologo Etienne Decroly, direttore della ricerca CNRS, uno dei membri più influenti del "gruppo di Parigi". D'altronde, i dati grezzi forniti dalle equipe cinesi non permettono agli osservatori esterni di ricostituire l'integralità del genoma pubblicato. 

WIV: integralmente distrutto il campione di quel virus - Shi Zheng Li ha assicurato da parte sua che il virus non era mai stato in "coltura" e che su di lui non era mai stato realizzato nessun esperimento.  Il campione sarebbe stato integralmente distrutto nelle operazioni di sequenziamento. "Questo sembra molto strano" osserva un altro cofirmatario delle lettere, Virginie Courtier, responsabile di un'equipe nell'Istituto Jacques-Monod a Parigi. "Ne resta sempre una certa quantità, non c'è mai il bisogno di utilizzarlo tutto". 

Il caso delle polmoniti anomale nella miniera di Tongguan - Altro elemento strano è il fatto che sia servito molto tempo prima che Shi Zheng confermasse nella rivista Nature, a novembre 2020, che il campione provenisse dalla miniera di Tongguan. Lì  sei lavoratori avevano contratto nel 2012 una polmonite atipica e tre erano morti. Molte le zone d'ombra: perché le autorità cinesi all'epoca non avevano allertato l'Oms? Se ci fosse stato un virus di pipistrello all'origine della loro malattia non è mai stato chiarito.  Shi Zheng Li (più propenso a pensare a un'infezione legata a un fungo che cresce sugli escrementi di pipistrello) ha spiegato di aver campionato il sito dell'infezione alla ricerca di un potenziale virus. Altri otto coronavirus della famiglia del Sars-CoV-2 vi furono identificati senza però divulgare i genomi completi (sono state pubblicate solo brevi sequenze,  relativamente distanti da quella del Sars-CoV-2).  

Il problema non è sapere se questi lavoratori siano stati infettati dal Sars-CoV-2 (i quattro sieri dei pazienti inviati al WIV nel 2012 sono stati esaminati e risultati negativi), ma se abbiano potuto essere infettati da un virus simile e cosa implicherebbe questo avvenimento. Se un'infezione diretta dovuta a un virus di pipistrello fosse confermata, uno scenario che sembrava finora poco plausibile, questo vorrebbe dire che è ipotizzabile che l'attuale epidemia abbia un'origine simile.

La questione della veicolazione del virus - Resta poi da capire come il virus sia stato veicolato dal Sud-ovest in cui questo tipo di coronavirus è endemico verso Wuhan, lontana 1.500 km. "Non si può scartare l'ipotesi che un dottorando del WIV sia stato infettato effettuando un prelievo - dice Gilles Demaneuf -. Noi non affermiamo evidentemente che sia andata così: chiediamo che ci si dimostri che non è così". In teoria, aggiunge, dovremmo tornare in quella miniera e moltiplicare i prelievi. Ma sembra che il sito sia stato bloccato dalle autorità. Alcuni giornalisti della Bbc hanno tentato di arrivarci senza successo: le strade erano sistematicamente rese impercorribili da camion opportunamente in panne.

Un'altra domanda si pone: ci sono diverse maniere di "spingere" i virus a variare più rapidamente in laboratorio. E' pubblicamente risaputo che il WIV conduceva ricerche dette di "guadagno di funzione" che consistono nel modificare il genoma per studiare il modo in cui questo agisce sulle capacità del virus di infettare cellule di specie differenti. Si tratta di ricerche giudicate sufficientemente pericolose perché gli Stati Uniti imponessero una moratoria nazionale su queste pratiche nel 2014, prima di eliminarle nel 2017. 

Coronavirus, in cinque immagini il primo ritratto dettagliato

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Cinque immagini straordinarie costituiscono il ritratto più dettagliato mai ottenuto del coronavirus Sars-Cov-2. Sono state pubblicate dall'Istituto americano per le allergie e le malattie infettive (Niaid).  Le hanno ottenute con il microscopio elettronico le ricercatrici Emmie de Wit ed Elizabeth Fischer, che lavorano nei laboratori di Hamilton, sulle Montagne rocciose. Le immagini digitali sono state poi colorate. Una delle immagini mostra le particelle del virus SarsCoV-2 responsabile della Covid-19 colorate in giallo, sulla superficie di una cellula colorata in blu e rosa. Seguono tre ritratti più ravvicinati, come uno zoom progressivo che mostra le particelle virali in giallo e in rosso sopra la parete cellulare in rosa, verde e grigio. La quinta immagine è così dettagliata da permettere di distinguere chiaramente le minuscole gobbe che emergono dalla circonferenza delle particelle del virus come una 'corona'. La somiglianza del nuovo coronavirus con quelli responsabili di Sars e Mers era attesa, ma dalle foto emerge adesso in modo sorprendente. "Le gobbe presenti sulla superficie dei coronavirus e che somigliano a una corona, sono quelle che danno il nome a questa famiglia di virus", precisano le autrici delle immagini. 

Dopo la pubblicazione del genoma del Sars-CoV-2, Etienne Decroy ha sottolineato la presenza di una sequenza che rende il virus particolarmente adatto all'infezione umana. Questo pone la questione nella comunità scientifica perché tale virus possiede caratteristiche riconducibili a esperimenti di laboratorio. "Ma questo può anche essere il frutto di una ricombinazione naturale tra diversi virus apparentati in seno a uno stesso ospite intermediario", suggerisce il ricercatore. Così l'ipotesi di una contaminazione tramite diversi allevamenti (procioni e visoni) non può essere esclusa. E tale ipotesi metterebbe in imbarazzo probabilmente tutta la Cina. "Il problema è che è impossibile saperlo se non si dispone di questi virus  originari - continua Etienne Decroy -.Tra gli 80mila campioni di animali selvatici, di bestiame o di pollame prelevati tra fine 2019 e inizio 2020 in Cina, nessuno presenterebbe sequenze vicine al Sars-Cov-2 secondo le autorità cinesi. Questo non vuole evidentemente dire che l'origine del virus non è interamente naturale, ma questo non esclude neanche la pista del laboratorio".

Quanto alla pista cosiddetta del pangolino  (l'animale che in passato era stato sospettato di aver ospitato e diffuso il virus) una serie di articoli di origine non chiara aveva puntato in questa direzione. "La qualità dei dati va analizzata con prudenza" commenta diplomaticamente Etienne Decroly. Finché i dati grezzi dei laboratori di Wuhan non saranno esaminati il dubbio resterà. "Quello che bisogna capire è che quando è iniziata l'epidemia, il virus non assomigliava a niente di noto. Questo screditava di fatto l'ipotesi dell'incidente di laboratorio perché non si parte mai dall'ignoto", spiega ancora Virginie Courtier.    

La situazione è un po' differente ora che abbiamo tutti questi elementi in mano. L'ipotesi non è più così inverosimile. Dal momento che i database di WIV sono stati ritirati da Internet dalle autorità cinesi, è difficile sapere su che cosa lavorassero esattamente i ricercatori. Ironia della sorte, questi siti erano in parte  stati creati proprio per poter disporre di banche di genomi di riferimento in caso di pandemia. Secondo Shi Zheng Li il ritiro è stato motivato da alcuni cyberattacchi. I ricercatori del gruppo Drastic assicurano che la base dei dati sul coronavirus dei pipistrelli non è più disponibile da settembre 2019, tre mesi prima  dell'inizio ufficiale dell'epidemia.  

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