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Le sfide della Rete e dell'informazione nel nuovo libro di Ruben Razzante

In occasione dell'uscita del volume Tgcom24 ha intervistato il docente sullo stato di salute del giornalismo e sulle prossime mosse che la politica dovrà mettere in campo per proteggere la privacy dei cittadini

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Arriva in libreria “L’informazione che vorrei. La Rete, le sfide attuali, le priorità future”, edito da FrancoAngeli, volume a cura del professor Ruben Razzante, docente di Diritto dell'informazione all'Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma. Il testo include scritti di: Marcello Cardani, Elio Catania, Maurizio Costa, Carlo D’Asaro Biondo, Pasquale D’Innella Capano, Luciano Fontana, Giovanni Pitruzzella, Lorenzo Sassoli de Bianchi, Franco Siddi, Antonello Soro e Carlo Verna.

In occasione dell'uscita del volume Tgcom24 ha intervistato il professor Razzante sullo stato di salute dell'informazione in questo momento storico e sulle prossime mosse che la politica dovrà mettere in campo per proteggere la privacy dei cittadini.

Quali impegni dovranno assumere Parlamento e Governo nel campo della privacy?
Il 25 maggio diventerà pienamente operativo, non solo in Italia, ma in tutti gli Stati europei, il nuovo Regolamento varato nel 2016 in materia di privacy, che introduce tutta una serie di vincoli per le pubbliche amministrazioni, le aziende e i cittadini, al fine di tutelare più efficacemente la privacy degli utenti. Il Garante della privacy dovrà farsi paladino dell'attuazione delle disposizioni contenute in quel nuovo testo normativo e assicurarne un'applicazione puntuale in tutti i contesti socio-economici e istituzionali. Parlamento e Governo dovranno dimostrare sensibilità in tutte le declinazioni pratiche del principio della privacy. Più che altro dovranno essere i colossi della Rete a mostrarsi realmente collaborativi elaborando policy interne in grado di assicurare agli utenti il rispetto della loro privacy nel mare magnum del web.

E nel campo dell'informazione?
Il settore dei media tradizionali vive una fase di profonde trasformazioni che richiedono politiche intelligenti e lungimiranti. Nel volume sia io che autorevoli rappresentanti delle categorie e delle istituzioni proponiamo soluzioni legislative e amministrative in grado di rigenerare il mercato dei media, contribuendo a risollevarne le sorti. Anzitutto va rilanciata l'informazione di qualità, distinguendo i contenuti prodotti professionalmente da quelli prodotti da avventurieri e dilettanti. Per fare questo, sia sul piano dei finanziamenti pubblici che sul piano fiscale, sia sotto il profilo deontologico che dal punto di vista della tutela del diritto d'autore, occorrono misure in grado di riequilibrare la filiera di produzione e distribuzione dei contenuti, mettendo al centro le responsabilità di tutti, anche dei colossi della Rete, che devono contribuire a finanziare e sostenere il settore dell'editoria, visto che da esso traggono profitti e vantaggi cospicui.

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Prosegue il dibattito su disinformazione e fake news: una legislazione al riguardo può essere efficace oppure serve soltanto maggiore educazione e senso critico da parte dei cittadini-utenti dei media?
Le proposte in tema di lotta alla disinformazione e alle fake news si sprecano, da quelle repressive a quelle che fanno perno sull'educazione civica e digitale. Non può esistere un Ministero della verità che decida quali notizie siano vere e quali false. Non è pensabile che un tribunale o un'autorità vigilino sulla libera e generale manifestazione del pensiero, introducendo censure o bavagli o condizionamenti. È invece auspicabile che si costituisca nella legislatura ormai alle porte una sorta di tavolo di confronto tra editori, giornalisti, motori di ricerca, social media e altre figure chiave della filiera di produzione e distribuzione delle notizie per individuare alcune linee guida sulle notizie di qualità e alcuni strumenti di autoregolamentazione per assicurare un regolare svolgimento della libertà di espressione in Rete. Dopo di che il sano discernimento degli utenti può limitare i danni di quelle azioni di disinformazione che spesso puntano a manipolare perfino il consenso popolare, magari in prossimità di appuntamenti elettorali. Reputo apprezzabili peraltro le iniziative che l'Europa sta mettendo in campo su questo fronte.
 
Il recente scandalo "Cambridge Analytica" ha messo in luce la possibilità che i social network possano contribuire alla propaganda politica e addirittura manipolare l'esito delle elezioni e quindi la democrazia. Quali sono le priorità per evitare gli scenari più inquietanti?
Non credo, francamente, che le fake news possano risultare determinanti per i risultati delle elezioni. La velocità di approvvigionamento di notizie in Rete può consentire all'utente di verificare l'attendibilità di notizie eclatanti e sorprendenti che di solito catturano più di altre il suo interesse e la sua curiosità. Anche i media tradizionali sono dominati da grumi di interesse che influenzano le linee editoriali di giornali, radio e televisioni, soprattutto in campagna elettorale. Certo è che se i dati sensibili di decine di milioni di utenti vengono spiati per finalità elettoralistiche un problema di alterazione della volontà popolare può esserci, con inevitabili condizionamenti sulle dinamiche delle democrazie rappresentative. Su questo, però, più che iniziative nazionali occorrerebbero azioni su scala mondiale da parte delle organizzazioni internazionali.

Nel suo testo affronta anche il tema della riforma della governance della Rai: qual è la sua proposta al riguardo?
La Rai continua a essere dominata dalla politica e, a seguito dell'ultima riforma di fine 2015, dal potere esecutivo. L'intuizione di quella legge era di dare maggiori responsabilità e poteri all'amministratore delegato, figura nuova per la concessionaria del servizio pubblico. Nel quadro politico nazionale italiano, però, tale novità rischia di comprimere ancor più gli spazi di democrazia dell'informazione, introducendo meccanismi di più stringente controllo della linea editoriale del servizio pubblico. Inoltre, l'interazione con gli utenti e la focalizzazione su aspetti qualificanti del servizio pubblico, dal citizen journalism alla tutela dei consumatori, dall'informazione di qualità all'attenzione alle diversità di ogni tipo appaiono ancora scarse. Per dare puntuale attuazione al nuovo contratto di servizio, appena varato, occorrerà puntare su quattro parole chiave: autonomia, qualità, interazione, digitalizzazione. Quella dell'integrazione col web e dell'apertura alle istanze degli utenti, in un'ottica strategica e gestionale di autonomia dalla politica e di tutela di parametri e standard di qualità è l'unica strada per avvicinare la Rai a modelli certamente più evoluti come quello della Bbc.

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