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Aumentano trapianti e donazioni, Italia al primo posto in Europa

Le operazione effettuate nel nostro Paese sono state 3.268, contro le 3.002 del 2015. In crescita anche le donazioni da vivente

Aumentano i trapianti e le donazioni d'organo in Italia. E' quanto emerge da un rapporto del Cnt (Centro nazionale trapianti), che conferma la leadership italiana in Europa. Nel nostro Paese sono stati eseguiti 3.268 trapianti, contro i 3.002 del 2015, e il totale dei donatori d'organi è stato di 1.260, contro i 1.165 dello scorso anno. La principale novità riguarda le donazioni da vivente, che già nel 2015 avevano registrato un incremento del 20,4% rispetto al 2014.

In particolare a crescere sono state le donazioni di rene (da vivente), raggiungendo un vero e proprio record e superando per la prima volta la soglia dei 300 prelievi (+56,8% rispetto al 2012).

"Settore un po' claudicante" - Secondo Giuseppe Piccolo, coordinatore regionale trapianti della Lombardia, il cammino dei trapianti appare tuttavia "un po' claudicante, perché la gamba più forte è quella sociale mentre quella sanitaria appare ancora debole". Per questo, ha precisato, "l'obiettivo è quello di considerare la donazione di organi e tessuti come un'attività sanitaria di cui sono responsabili le direzioni degli ospedali, nel contesto di programma regionali e nazionali ben definiti".

Migliore sopravvivenza - Ad oggi il trapianto è la miglior cura per l'insufficienza terminale d'organo. "Rispetto alle terapie alternative e al supporto artificiale - ha spiegato Andrea De Gasperi, direttore del Dipartimento Niguarda Transplant Center -, non solo rappresenta un vero e proprio salvavita, come nel caso del trapianto di cuore o del trapianto di fegato nell'epatite fulminante, ma determina anche una migliore sopravvivenza del paziente: nel caso del trapianto di fegato, si rileva una sopravvivenza dell'86% a un anno dall'intervento. Nel trapianto di rene, la percentuale di sopravvivenza a un anno è del 97,2%".

Vita e lavoro salvi - Il trapianto di rene permette, inoltre, una sopravvivenza dei pazienti di gran lunga superiore a quella attesa in un paziente in dialisi: dopo il trapianto, il rischio di decesso è di oltre il 70% inferiore, rispetto ai pazienti di pari età in dialisi. Una migliore condizione clinica determina inoltre una migliore qualità di vita e, in molti casi, un ritorno all'attività lavorativa. Il Cnt stima che l'89,9% dei pazienti italiani sottoposti a trapianto di cuore, l'78% dei trapiantati di fegato e l'89% dei trapiantati di rene, lavora o è nelle condizioni di farlo e quindi è pienamente reinserito nella normale attività sociale.

Le donazioni - Sul fronte delle donazioni d'organo, se dal un lato chi lo ha fatto lo rifarebbe nella quasi totalità dei casi, per quelle da cadavere "i livelli di opposizione sono ancora troppo elevanti, intorno al 30-32%, a dimostrazione del fatto che c'è ancora un grande gap culturale da colmare". Lo ha sottolineato Giuseppe Vanacore, presidente Aned (Associazione nazionale emodializzati dialisi e trapianto).

Da parte sua Raffaello Innocenti, dg della divisione farmaceutica Italia del Gruppo Chiesi, ha sottolineato che "anche le aziende possono oggi contribuire a questo processo virtuoso, non solo attraverso terapie innovative che incrementino la sopravvivenza del paziente, ma anche favorendo lo scambio di informazioni tra le realtà che operano in questo ambito".

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