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Caso Muraro, Di Maio sapeva: ecco la mail e i messaggi

Anche il vicepresidente della Camera avrebbe mentito sulla vicenda dell'assessore e sull'indagine a suo carico

C'è una mail che a Luigi Di Maio dice tutto sul caso Muraro, sull'avviso di garanzia, sull'inchiesta a suo carico. Il vicepresidente della Camera sapeva dal 5 agosto. Giorno in cui riceve dal minidirettorio, informato dal sindaco, un messaggio esauriente nella sua casella di posta elettronica. Ma, dice adesso, "quella mail io non l'avevo capita, ho sbagliato a leggerla".

Di Maio: "Presto decisioni" - E adesso? A chi gli ha chiesto se sia stata presa una decisione su Roma dopo la bufera della notte, lui risponde "Presto, presto. Credo che almeno il diritto di dormire lo dobbiamo avere...".

La ricostruzione - Quanto a quella mail del 5 agosto, come rivela l'Adnkronos, Di Maio spiega che da quel messaggio aveva inteso che il fascicolo sull'assessore si riferiva all'esposto del numero uno di Ama, Daniele Fortini, che il 2 agosto era andato in Procura. Una vicenda di cui tutti sapevano già tutto. E invece in quella mail si diceva qualcosa che, in quel momento, era assolutamente segreto. E che oggi manda sotto processo l'intero Movimento 5 stelle.

I messaggi con Taverna e Castaldo - Ma a mettere nei guai Di Maio ci sono anche altri messaggi, che risalgono invece al 4 agosto, rivelati da Repubblica. Paola Taverna lo avverte che dalla procura è arrivato il documento sulla posizione della Muraro, quello che lei aveva chiesto ad aprile sulla base dell'articolo 335 del codice di procedura penale (l'articolo che permette di ottenere chiarimenti sulle indagini in corso sul proprio conto). Di Maio le chiede se quel documento è pulito. No, è la risposta della Taverna. A quel punto, c'è l'altro membro del direttorio romano, Fabio Massimo Castaldo, che gli scrive che il reato contestato all'assessore è "attività di gestione dei rifiuti non autorizzata".

A quel punto c'è un altro scambio di messaggi con la Taverna in cui Di Maio chiede se la Muraro è indagata. La Taverna replica "Posso essere più precisa domani" e poi, alla richiesta se il 335 sia pulito, la risposta è "No, non è pulito".

Tutti particolari che sembrano mettere in guai seri Di Maio. Perché, proprio mentre emergevano tutti questi particolari sulla vicenda, lui taceva su tutto. Anzi, il 4 agosto, quando già sapeva dell'inchiesta, in un tweet scrive: "La nostra colpa a Roma è non avere risolto in venti giorni le emergenze create dai partiti in vent'anni". Per poi rilanciare, con gli altri leader del movimento, l'hashtag #SiamoTuttiConVirginia. E per difendere il sindaco senza riserve dopo tutti quei "retroscena e notizie false sui rapporti con Virginia e assessori nel tentativo di screditare l'operato del sindaco e nella speranza (vana) di spaccarci. Virginia e tutti gli assessori stanno lavorando a testa bassa per restituire ai romani una città pulita, ordinata, funzionante, viva e risolvere i danni lasciati da venti anni di mala politica". E ancora, rincarando la dose contro "amministratori politici che hanno usato l'azienda pubblica Ama e i soldi dei cittadini per fare i propri porci comodi". Peccato che proprio su questo stia lavorando la procura, esaminando le intercettazioni tra Salvatore Buzzi, collaboratore numero uno di Carminati per Mafia Capitale, e Muraro, indagata per le certificazioni rilasciate agli impianti dei rifiuti.

A questo punto, la domanda è d'obbligo: davvero Di Maio ha messo tutto sotto silenzio, ingannando di fatto i vertici del movimento con la sua difesa senza se e senza ma dell'assessore?

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