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Usa 2020, i grandi elettori confermano la vittoria di Biden | Lui: "E' tempo di voltare pagina, di unire e riconciliarsi"

"Trump ora accetti" la sconfitta, evidenzia. Il collegio elettorale, con 306 voti, ha incoronato il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Ansa

Il collegio elettorale ha concluso la sua votazione senza alcuna sorpresa o defezione, confermando la vittoria di Joe Biden e Hamala Karris con 306 voti, contro i 232 del tandem Donald Trump e Mike Pence. Il quorum per essere eletto presidente è di 270 elettori. "Ha prevalso la volontà del popolo. La vittoria è chiara. Ora è tempo di girare pagina. Di unire. Di riconciliarsi - afferma Biden dalla sua Wilmington -. Trump accetti la sconfitta".

"In questa battaglia per l'anima dell'America, la democrazia ha prevalso. Noi il popolo abbiamo votato. La fede nelle nostre istituzioni ha tenuto. L'integrità delle nostre elezioni è rimasta intatta Se nessuno lo sapeva prima, ora lo sappiamo. Quello che batte forte nei cuori del popolo americano è questo: la democrazia. Il diritto di essere ascoltati, di veder contato il proprio voto, di scegliere i leader di questa nazione, di governare noi stessi. In America i politici non prendono il potere, il popolo lo concede loro -sottolinea Biden -. La fiamma della democrazia fu accesa in questa nazione molto tempo fa. E ora sappiamo che nulla, neppure una pandemia o un abuso di potere, può estinguere quella fiamma".

"Come ho detto nel corso di questa campagna, sarò il presidente di tutti gli americani. C'è un lavoro urgente davanti a tutti noi - spiega il presidente eletto -. Mettere la pandemia sotto controllo vaccinando la nazione contro questo virus, fornire immediato aiuto economico così fortemente necessario a moltissimi americani che sono danneggiati oggi e poi ricostruire meglio di sempre la nostra economia".

Il voto dei grandi elettori Al termine di una lunga giornata, i 538 "grandi elettori" dei 50 Stati e della capitale mettono il sigillo sulla vittoria di Joe Biden e di Kamala Harris. Un rito in genere puramente cerimoniale, se non fosse che Donald Trump continua a denunciare elezioni fraudolente e a considerare il suo rivale un presidente illegittimo anche dopo che una Corte costituzionale a maggioranza conservatrice ha respinto il suo ultimo ricorso.

I grandi elettori, il cui numero varia in base alla popolazione, si sono riuniti per votare secondo il risultato del voto popolare nel loro Stato, come prescrivono le leggi, nonostante la possibilità di qualche "infedele": 306 per il ticket dem, 232 per quello repubblicano, con un quorum necessario per entrare alla Casa Bianca di 270. In alcuni casi le operazioni si sono svolte sotto alta tensione, come in Michigan, uno degli Stati più contesi, dove il parlamento è stato chiuso per "credibili minacce di violenza" arrivate ai congressmen di entrambi i partiti. In Wisconsin invece la Corte suprema ha respinto per la seconda volta il tentativo di Trump di invalidare oltre 200mila voti. Il presidente e i suoi più stretti alleati hanno ora un'ultima sede dove contestare l'esito delle elezioni, ma praticamente senza speranze: il Congresso, che il 6 gennaio conterà formalmente a camere riunite i voti del collegio elettorale.

I nuovi parlamentari potranno sottomettere obiezioni scritte che però saranno valutate solo se co-firmate da almeno un membro di ciascuna Camera. Altrimenti resteranno un puro atto di protesta, come successe nel 2017 quando diversi deputati dem contestarono la vittoria di Trump in alcuni Stati a causa delle interferenze russe ma Hillary Clinton aveva già ammesso la sconfitta e nessun senatore del partito si unì all'iniziativa.

Se invece ci sarà una "coppia" di esponenti delle due Camere, la seduta plenaria verrà interrotta e ciascuna Camera discuterà l'obiezione per un massimo di due ore, prima di votare se ribaltare il risultato dello Stato in questione. Ma per ribaltarlo davvero occorrerà il consenso di entrambi i rami del Parlamento, cosa che non succede dalla cosiddetta epoca della Ricostruzione, il periodo successivo alla guerra civile americana dal 1865 al 1877. Tanto più che la Camera è nelle mani dei dem, mentre le sorti del Senato - ora controllato dai repubblicani - sono appese ai due ballottaggi del 5 gennaio.

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