cronaca

Ora basta, non sono matto

Carlo Taormina su Libero

Le ultime battute con le quali il "fuoco amico" di Vittorio Feltri, che è anche un po' il mio direttore, tenta di colpirmi al cuore, segnalano la abissale differenza tra me e lui rispetto ad Annamaria. Feltri, che aveva dato segni di colpevolismo già in qualche altra pubblica occasione e che non interloquisce su alcuni articoli nei quali anche in queste ore la linea giustizialista appare evidente, finalmente si confessa. «Non ho elementi», egli dice, «per giurare sull'innocenza di Annamaria, anzi ho gli stessi sospetti di chiunque». Più chiaro di così Feltri, che è sempre splendente, non poteva essere. Io ritengo, invece, sulla base delle prove processuali, che nessuno possa o, meglio, potrebbe affermare la responsabilità di Annamaria.

È, per questa ragione di fondo, della quale Feltri è probabilmente preda da sempre nell'intimo della sua coscienza, al di là della parte recitata mediaticamente almeno fino al momento in cui la sensazione del colpevolismo dilagante è divenuta una certezza da rispettare per essere meglio accettata dall'opinione pubblica, che egli irride alle «indagini domestiche alla ricerca del mero assassino» inviando il messaggio non tanto subliminale del «sospetto che sia tutta una balla o una mezza balla».

Il lettore metta insieme questa valutazione con il fatto che Feltri nutre «gli stessi sospetti che ha chiunque» e dica se questo non è convincimento di colpevolezza piena e se, anzi non si tratti del modo incondivisibile di coltivare una idea, giacché, riconoscendo altrove che contro Annamaria non esiste una sola prova, egli celebra la esaltazione di ciò che, contraddittoriamente, e quindi solo apparentemente, mostra di voler combattere, cioè la deduzione della responsabilità diAnnamaria solo perché sarebbe rimasta senza risposta la domanda che lo stesso Feltri formula: «se non è stata lei, chi è stato?».

Chiudo l'argomento delle indagini difensive di tipo "domestico" dicendo due cose. Consumo, anzitutto un atto di arroganza se ricordo a Feltri che una titolarità ormai trentennale della cattedra di Procedura Penale potrebbe essere, anche se riconosco che potrebbe non essere, un minimo giudizio che di domestico nelle indagini da me svolte non c'è nulla. Ma, al di là di questa levata d'orgoglio di cui chiedo di essere perdonato, chiedo a Feltri se sia vero o no che i risultati di queste indagini, avrebbero avuto una forza dirompente se si fossero pootutì abbinare ad una sentenza di assoluzione. Ed ancora gli chiedo se sia vero o non sia vero che ad Aosta Annamaria non ha mai goduto di imparzialità investigativa, di indagini, di giudizio. E se, ove fosse vera la parzialità, non sia diagnosticabile un grave pericolo di vanificazione dei risultati di una indagine che proponga una pista alternativa per effetto della gestione dell'inchiesta da organi così prevenuti, i quali, dalla certificazione di un flop, avrebbero tratto argomento ulteriore per dire che l'unica indagata doveva essere trasformata in unica condannata.

La denuncia contro l'assassino
Queste le ragioni di fondo, forse troppo giuridiche per percepirle a livello giornalistico, ma sarei molto grato alla stampa, di cui Feltri è massimo esponente, se invece di sparare sul manovratatore, lo si aiutasse a far comprendere questioni tanto importanti quanto difficili, aiutandolo altresì a farle diventare oggetto di una cominicazione efficace.
Il preannuncio, trentottesiano secondo le volte contate da qualcuno tra i miei moltissimi detrattori tra cui sono amaramente costretto ad annoverare anche Vittorio Feltri, della presentazione, ormai ineludibile, della denuncia contro chi deve essere oggetto di attenta ed approfondita inchiesta, mi auguro serva a placare gli animi dì chi, dietro questo schermo, mi par che coltivi la convinzione che Annamaria abbia ucciso Samuele. Proprio, come Feltri.

Perché ho scelto l'immediato
Vengo rampognato, fino alla ineleganza, dal mio mito del giornalismo, il direttore di "Libero", per aver introdotto nel processo una «ammissione di debolezza» scegliendo il giudizio abbreviato. Si sarebbe dovuta scegliere la strada del confronto tra accusa e difesa davanti alla Corte di Assise di Aosta e il non averlo fatto avrebbe rappresentato una «scorciatoia verso l'inferno». Dico a Feltri, anzitutto, che si tratta di una questione tecnica che capisco gli sfugga, non essendo del mestiere, e che, se mi avesse consultato prima, forse avrebbe evitato di affrontarla in questa maniera. Lo invito a riandare con la memoria a quanto è accaduto fino al giorno in cui si è discussa la causa del giudizio abbreviato. Capisco che si tratta di uno di quei dati tecnici rispetto ai quali si è sempre recalcitranti. Ma i dati tecnici sono quelli che contano nei processi.

Testimoni a confronto
Attraverso la tecnica dell'incidente probatorio che significa formulare le prove con le stesse identiche forme del dibattimento, avevo fatto in modo che venissero sentiti, in contraddittorio tra accusa e difesa, tutti i principali testimoni del processo. Sempre con lo stesso meccanismo avevo fatto in modo che, di fronte alle opposte conclusioni dei consulenti tecnici dell'accusa e di quelli della difesa, venisse disposta la famosa superperizia, anch'essa oggetto di elaborazione per circa otto mesi, assumendo così la caratteristica della prova dibattimentale. Sul piano tecnico ciò significa che ero riuscito a fare tutto quello che si sarebbe fatto in dibattimento e, quindi, la scelta della abbreviazione del rito, nessuno potrà contestare che sia stata effettuata in un particolare contesto e con avvedutezza, cosicché vorrei che la riflessione ulteriore facesse ricredere il mio illustre contraddittore. Al quale, però, debbo rimproverare una palese contraddizione nel ragionamento proposto ai suoi lettori, fino ad un punto di denigrazione personale e professionale che gli perdono perla stima e l'ammirazione che per lui da sempre nutro.

L'opinione pubblica colpevolista
È Feltri che dice che Gramola ha deciso «in perfetta sintonia col sentire comune». È Feltri che dice che Gramola ha deciso in accordo con «milioni e milioni di telespettatori intontiti da milioni e milioni talk show». È Feltri che dice che «nessuno è disposto a concedere ad Annamaria nemmeno il beneficio del dubbio». È Feltri che dice che nessuno è disposto «a riconoscere l'assoluta mancanza di prove a suo carico». Se tutto questo è vero, ed è vero, è anche vero che il 90% della gente è stata alimentata al giustizialismo e vuole in carcere Annamaria. Cosa pensa Feltri di una giuria popolare fatta di sei rappresentanti di quell'opinione pubblica che lui stesso afferma essere stata alimentata al colpevolismo? Feltri pensa che avrebbe assolto Annamaria o che ne avrebbe decretato la condanna all'ergastolo?
Come dice Feltri, non c'è una prova a carico di Annamaria, anzi quelle che erano state acquisite sono risultate inesistenti o addirittura costruite, proprio attraverso la attività processuale che ho prima ricordato e che, appunto per questo, avevo fatto in modo che si svolgessero prima della scelta del giudizio abbreviato e che hanno fatto pendere il piatto della bilancia a favore dell'opzione che Feltri mi rimprovera. Sappia dire il direttore di "Líbero" che Annamaria andò in galera per gli zoccoli sporchi di sangue di Samuele e per la giacca del pigiama che Annamaria avrebbe indossato e sappia dire che quel sangue si rivelò sangue di animale insieme al fatto che il perito tedesco ha escluso che la giacca fosse indossata. Sappia dire, il direttore di "Libero", che si tentò di rimettere in galera Annamaria dimostrando che una macchia di sangue trovata sulla casacca del pigiama si sarebbe formata per il contatto del braccio con la testa di Samuele durante l'omicidio e sappia dire che questa circostanza è stata dimostrata falsa da un perito del giudice Gramola.

Il sangue sul pigiama
Sappia dire, il direttore di "Libero", che per rinviare a giudizio Annamaria si arrivò a indicare come prova un frammento osseo presente sulla manica della giacca del pigiama, pure lì collocatosi per il contatto del braccio omicida con la testa di Samuele, e sappia dire che un perito del giudice Gramola ha dimostrato che la prova in questione fu frutto di falsificazione.
Sappia dire, infine, il direttore di "Libero", che l'ultimo scenario accusatorio fu affidato alla novità dell'indossamento di un pantalone, al quale mai nessuno aveva pensato, e sappia dire che questa circostanza fu distrutta, proprio nelle stesse ultime battute, dello stesso perito tedesco, costretto infine ad ammettere di aver sbagliato. Capisco la difficoltà di far capire queste cose, ma sappia dire, il direttore di "Libero", se egli, in questo contesto, avrebbe fatto scelta diversa rispetto ad un processo che aveva una sola conclusione: la assoluzione di Annamaria e che era opportuno avere il prima possibile, come richiesto dalla stessa Annamaria la quale era l'unica titolare della scelta e la esercitò.
Del resto, devo forse sottolineare che, all'indomani della sentenza di Gramola, la Procura di Aosta è stata inondata da richieste di mettere in galera Annamaria? E, pensa, Vittorio Feltri che questa non sia la prova che una giuria popolare, fatta tutta di valdostani e magari anche da cittadini di Cogne, potesse concludersi diversamente da come ho detto prima?
Non si è accorto, il direttore di "Libero", che la prova della prevenzione contro Annamaria sta proprio nella sentenza pronunciata, persino mettendosi dalla parte dei colpevolisti? Come ha fatto un giudice, convinto della condanna, non porsi il problema che l'uccisione di un figlio da parte di una madre non può essere che frutto di pazzia o di un corto circuito?
Come ha fatto quel giudice a non disporre accertamenti in proposito? Come ha fatto a non porsi il problema della considerazione di un gesto del genere come frutto di «dolo d'impeto», cioè di un eccezionale impulso che rende il condannato molto meno colpevole? Vuol sapere Feltri perché tutte queste doverose attività non sono state fatte? La risposta la trova nel particolare di una sentenza fotocopia della requisitoria dell'accusa.

La difesa dell'avvocato Grosso
Ma un'altra riflessione devo dedicare al mio mito del giornalismo italiano. Non voglio infierire ma quando io sono entrato in questo processo, Annamaria era con un piede nella fossa. Sotto la "gestione Grosso" per così dire, era accaduto che la scarcerazione di Annamaria da parte del Tribunale di Torino era stata annullata dalla Cassazione. Ho grande stima per il «Grosso giurista ed avvocato», ma quella era la situazione, dopo che, sempre sotto la sua gestione, Annamaria da persona offesa diventò imputata. Ma voglio sottolineare che sarebbe capitato a me di ristabilire la situazione perché, dopo il secondo intervento del Tribunale di Torino, la Cassazione si pronunciò per l'annullamento della nuova cattura ed il giudice Gandini si adeguò restituendo ad Annamaria quella libertà per la quale oggi può rimanere accanto ai suoi figli. Non mi pare sia poco o, addirittura, argomento per insinuare che Grosso sia "grosso" ed io sia piccolo. Non è questo il punto, come non credo che la questione di rilievo sia la diversità di orientamento politico, comunista Grosso e liberale io, anche se è vero che qualche giornale del regime di sinistra, rimasto innocentista fino alla presenza di Grosso sul processo divenne colpevolista dopo il mio ingresso nel processo.

Il processo mediatico
Ma la critica che più mi offende del "fuoco amico" sparato da Feltri contro di me, per la mancanza di puntuale aderenza alla realtà, riguarda lo sfruttamento mediatico che avrei fatto del processo e addirittura della persona di Annamaria. Rammenti Feltri i primi sei mesi di indagini, da cui io ero assente come professionista, perché metta insieme tutto ciò che di mediatico avevano posto in pista gli inquirenti, dal carabiniere col camice bianco al procuratore che dava dell'assassina ad Annamaria avvalendosi della scena degli innumerevoli "Porta a porta".
Non so cosa ricordi Feltri, al riguardo, ma se egli si basa sulle immagini di repertorio, forse gli posso dar ragione, ma dal di fuori di questo dato,gli rammento che Annamaria è comparsa in televisione una sola volta, dico una sola volta, e poi mai pìu. Gli sarà balzato agli occhi che per oltre un anno si era riusciti a non far più parlare della vicenda, se non fosse stato per alcune incursioni "vespiane" o per notizie legate alla celebrazione delle singole udienze.
Ma, al di là di ogni altra considerazione, sono esterrefatto dal rimprovero che Vittorio Feltri ha voluto riservarmi da questo punto di vista giacchè voglio ricordare al "mio" direttore, che egli "dell'uníca uscita" televisiva di Annamaria fu magistrale protagonista.

Sul palcoscenico di Maurizio Costanzo c'ero io, che era ben poca cosa, e c'era lui che era tutto e in quella circostanza, di fronte all'aggressione contro Annamaria per essersi concessa alle telecamere, la difese dicendo che rispetto all'opera di massacro e denigrazione da cui la donna era perseguitata da tempo, nessuno dovesse e potesse pretendere da lei la vocazione al suicidio.
Se processo mediatico si intendeva fare, disse Feltri, non si poteva sopportare che fosse a senso unico, accusatorio e colpevolista. Vittorio Feltri mi invita a cambiare strada, «a tornare sui [miei] passi». Io non ho da farlo. Forse è un problema del "mio" direttore che da colpevolista dovrebbe tornare alla sua originaria vocazione, non innocentista ma semplicemente garantista. Per una sola e determinante ragione. Annamaria è innocente e dobbiamo batterci, con spirito libero ma obiettivo, perché la verità prevalga.