spettacolo

Binoche e l'ombra dell'apartheid

Esce "In my country" di Boorman

E' possibile perdonare chi ha massacrato, torturato e violentato? E' la dura domanda che emerge da "In my country", il film di John Boorman che racconta il periodo più delicato della storia sudafricana: quello della "commissione per la verità e la riconciliazione", istituita nel '95 da Mandela per traghettare il Paese dal regime dall'apartheid a una nuova fase di democrazia. Il film, con Juliette Binoche e Samuel L. Jackson, esce il 7 maggio. 

"La verità ci renderà liberi" era lo slogan della "commissione", che operò fino al '98 istituendo in tutto il paese udienze pubbliche durante le quali gli aguzzini e i criminali legati al passato regime confessavano, di fronte ai parenti delle vittime, ogni sorta di nefandezza nei confronti dei neri. Una volta appurato che i crimini commessi erano frutto di disposizioni ricevute dall'alto, la commissione garantiva ai vari ex-poliziotti e addetti alla "sicurezza" l'amnistia. Una modalità che non fu esente da critiche ma che tuttavia, per il Sudafrica, rappresentò una sorta di catartico e doloroso rito di passaggio da un passato vergognoso a un futuro di speranza.

Protagonisti del film, tratto dal libro di Antjie Krog, sono Langston Whitfield, un inviato del "Washington Post" di colore (Samuel L. Jackson) mandato in Sudafrica ad intervistare il massacratore De Jager e Anna Malan, una poetessa-giornalista afrikaaner che segue le udienza per conto di una radio. I due si incontrano a una conferenza stampa, ma non si filano, anzi: Langston è del tutto scettico sulla commissione e snobba la collega che, solo per il fatto di essere bianca, considera compromessa con il passato. Ma poi Langston e Anna si conoscono meglio e, immancabile, ci scappa la love story (nonostante i due siano entrambi sposati con prole). In effetti, il flirt fra i due colleghi diversi di pelle è l'aspetto forse più scontato del film, un modo piuttosto prevedibile di simboleggiare l'auspicata ritrovata concordia fra bianchi e neri.

Ben più inquietanti sono invece gli interrogativi che la pellicola di Boorman solleva. E cioè come sia stato possibile amnistiare feroci boia e torturatori di professione in cambio di semplici confessioni e mea culpa. "Fanno come i nazisti, si giustificano dicendo di aver soltanto eseguito degli ordini", è l'amara considerazione che fa Langston. Ma la verità è che, per gli occidentali, è difficile comprendere la logica dell'ubuntu che animava la commissione: ciò che ferisce una persona ferisce tutto il mondo e in primo luogo l'individuo che ha sferrato il colpo. Per questo in Sudafrica è stato possibile in 1.163 casi (tante sono state le persone che hanno ottenuto l'amnistia nel Paese) perdonare, trovare una via di uscita, seppur crudele e penosa, all'orrore e all'odio.