Evadere dagli arresti domiciliari per sfuggire alla convivenza con la moglie? Non è reato. L'hanno stabilito i giudici della corte d'Appello di Roma, accogliendo il ricorso di un 37enne condannato in primo grado. L'uomo aveva sempre sostenuto di essere evaso per andare a costituirsi perché 24 ore di convivenza con la moglie l'avevano esasperato. I giudici di 1° grado non gli avevano creduto, ma ora la sentenza è stata ribaltata ed è stato assolto.
Giudicato fondato, quindi, l'appello presentato dal difensore di P.F. che si è allontanato dalla sua abitazione alla periferia di Roma il 23 settembre del 2001, "non per sottrarsi alla sfera di vigilanza degli agenti incaricati del controllo del rispetto del provvedimento del giudice, ma per consegnarsi alla polizia giudiziaria per farsi riportare in carcere". Nella condotta di P.F., che non era diretta "a conseguire una maggiore libertà, ma a rinunciare, con la scelta operata, totalmente alla stessa, difetta l'elemento psicologico del reato dell'evasione, che va individuato, invece, nell'azione cosciente e volontaria di colui che, legalmente detenuto, si sottrae, allontanandosi, completamente alla sfera di vigilanza in cui si trova per ampliare la propria libertà".
Per la Corte, nel caso in esame, P. F. si è allontanato dalla sua abitazione "con l'intento di far ripristinare la misura della detenzione carceraria, con la rinuncia, pertanto, alla meno afflittiva misura applicatagli, rinuncia dettata da irrisolvibili problemi familiari, che lo costringevano alla predetta scelta dopo solo un giorno di convivenza con la moglie".
Può nutrire speranze, quindi, di non essere condannato per evasione D. P., il giovane di 27 anni che a Roma, dopo l'ennesimo litigio con la moglie, è fuggito dall'abitazione nella zona de La Storta, dove stava scontando una pena per omissione di soccorso, evadendo dai domiciliari, per costituirsi ai carabinieri della stazione Aventino.