Esserci o non esserci, questo è il problema. In una finale, poi, l'assenza diventa molto più di un problema, diventa impotenza, diventa ansia, diventa rabbia per un treno che passa forse una sola volta nel corso di una carriera. Il pianto di Nedved di mercoledì sera al Delle Alpi ha ispirato comprensione e ha immediatamente ricordato, nella mente del calciofilo italiano, le lacrime di Roberto Baggio al termine di Italia-Bulgaria, mondiale 1994: il Codino segnò le due reti che valevano l'accesso alla finalissima, ma uscì dal campo zoppicando, vittima di un infortunio muscolare che, in quel momento, significava per lui l'assenza dalla partita della vita. Il resto è storia nota: Baggio recuperò e scese in campo così come Franco Baresi, autore di un prodigioso rientro undici giorni dopo essere stato operato al menisco. Una possibilità che non ebbe Giancarlo Antognoni, che, dopo avere contribuito in maniera importante all'approdo alla finale mondiale 1982, si trovò fuori a causa di una botta al piede patita nella semifinale con la Polonia. E qui, visto il risultato finale ben diverso da quello di Pasadena, la delusione per l'assenza è stata doppia. Una finale acciuffata per i capelli, una presenza fondamentale che non conoscerà l'ottimo Pavel, fermato da un cartellino giallo non curabile in nessuna maniera. Proprio al Milan, l'avversario di Manchester, conoscono bene questa storia. Durante la semifinale di S.Siro con il Monaco nel 1994, Baresi, diffidato, viene ammonito, e Costacurta invece espulso (non estranee alle sanzioni un paio di "sceneggiate" di Jurgen Klinsmann). I due si trovano seduti in tribuna ad Atene, dove i rossoneri scendono da outsider alla finalissima con il Barcellona di Cruijff, Stoichkov e Romario. Risultato finale: 4-0 per il Diavolo, Maldini e Filippo Galli, sostituti dei due big assenti, sugli scudi. Una squalifica tolse anche all'ormai 36enne Amedeo Carboni la chance di giocarsi la Coppa con il Valencia nell'edizione 2001. Oltre al danno, anche la beffa di giocare a San Siro, nella "sua" Italia. Però una finale si può saltare anche per una scelta tecnica. L'esempio più eclatante, nonostante la polvere si posi sempre di più sulle passate stagioni, è ancora quello del 1970, quando Valcareggi lasciò fuori dalla finale della Coppa Rimet Gianni Rivera, deus ex machina del mitico 4-3 alla Germania in semifinale. Il c.t. non volle sconvolgere equilibri tattici e di spogliatoio e mandò dentro il numero 10 milanista, allora Pallone d'Oro in carica, negli ultimi sei minuti a vacche abbondantemente scappate. O addirittura ci si può permettere il lusso di rinunciare a un grande rendez-vous per coerenza: lo fece Beppe Signori al mondiale americano. Sacchi voleva schierarlo come centrocampista, lui disse di no e si giocò un posto in squadra. E chissà se un rifiuto, sotto sotto, avrebbero voluto opporlo anche Marco Van Basten e Ronaldo. Due grandissimi andati in campo in finale (quella della Campioni '93, l'olandese, quella del Mondiale '98 il Fenomeno) in condizioni assolutamente inadeguate. Il cigno di Utrecht aveva la caviglia a pezzi, strinse i denti e giocò per una settantina di minuti. Quella fu l'ultima sua partita di calcio da professionista. Il brasiliano, invece, fu mandato all'attacco contro la Francia a Parigi poche ore dopo essere stato vittima di un violento attacco convulsivo. E da lì, giova ricordarlo, inizio il lunghissimo tunnel dal quale è uscito solo l'anno scorso.
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Quando la finale diventa incubo...
Le assenze illustri da Baresi a Nedved
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