L'intelligenza artificiale non sta soltanto cambiando il modo di lavorare. Sta modificando le competenze richieste dalle aziende, ridisegnando le professioni e mettendo in discussione i tradizionali percorsi di carriera. Saper utilizzare ChatGPT o formulare una richiesta a un sistema di IA potrebbe già non essere più sufficiente per distinguersi sul mercato del lavoro. E mentre le imprese cercano profili sempre più specializzati, per i dipendenti diventa più difficile ottenere promozioni o cambiare mansione.
È il quadro che emerge dall'October 2026 Global Workforce Report di Workday, società specializzata in soluzioni tecnologiche per la gestione delle risorse umane, della finanza e dell'IT. Una trasformazione che porta con sé anche un paradosso: ai lavoratori vengono chieste nuove capacità, ma non sempre vengono offerti gli strumenti per acquisirle. E cresce il rischio di rimanere bloccati in un posto di lavoro che non soddisfa più.
Il rapporto Workday: meno promozioni e nuove competenze richieste -
L'IA cambierà i posti di lavoro più di quanto li eliminerà. Almeno secondo le aspettative della maggioranza dei dirigenti intervistati da Workday: il 40% ritiene che le nuove tecnologie consentiranno di ottenere risultati migliori con il personale già assunto, mentre il 28% prevede una riduzione dell'organico. Le aziende sembrano quindi orientate soprattutto a modificare le attività svolte dai dipendenti, piuttosto che sostituirli.
Il cambiamento è già evidente nelle offerte di lavoro. Analizzando gli annunci di oltre 550 aziende che utilizzano Workday Recruiting, la ricerca ha rilevato che la domanda di competenze elementari nell'intelligenza artificiale è diminuita del 25% dopo aver raggiunto il massimo a gennaio 2026. Nello stesso periodo, tra settembre 2025 e luglio 2026, le richieste di figure capaci di sviluppare applicazioni di IA, automatizzare processi e progettare sistemi avanzati sono aumentate del 51%. In sostanza, alle imprese interessa sempre meno trovare persone che sappiano semplicemente utilizzare questi strumenti: cercano professionisti capaci di costruirli, integrarli e gestirli.
Ma la necessità di aggiornarsi si scontra con una formazione aziendale ancora insufficiente. Secondo un'indagine condotta a settembre 2026 su circa 6mila lavoratori e dirigenti, il 79% dei dipendenti sa quali competenze dovrebbe sviluppare per affrontare il futuro professionale, ma soltanto il 66% ritiene di ricevere un sostegno concreto dal datore di lavoro. Il 65% si dichiara comunque fiducioso nella propria capacità di imparare.
A cambiare sono anche le prospettive di carriera. Nel 57% delle aziende analizzate sono diminuiti i passaggi interni da un ruolo all'altro, mentre le promozioni sono rimaste sostanzialmente stabili. Quasi quattro lavoratori su dieci dichiarano inoltre che la propria organizzazione ha affrontato una ristrutturazione o una riorganizzazione nell'ultimo anno. Tra coloro che non hanno provato a cambiare posizione all'interno dell'azienda, il 27% afferma di non aver trovato opportunità interessanti.
Non va molto meglio a chi cerca un nuovo impiego. L'intelligenza artificiale facilita l'invio delle candidature, aumentando la concorrenza: l'84% delle persone impegnate nella ricerca di lavoro dichiara di averla utilizzata. Il numero mediano di candidati per ogni posizione assegnata è salito da 58 a 69 in un anno. Eppure, per coprire un posto vacante servono ancora mediamente circa 60 giorni. Più curriculum non significano necessariamente più candidati con i requisiti richiesti.
La conseguenza è un mercato del lavoro nel quale molti preferiscono non rischiare. Il tasso annuo di dimissioni volontarie si attesta intorno al 16% e circa sette dipendenti su dieci lavorano ancora nella stessa azienda dopo due anni. Una stabilità che, secondo Workday, non deve essere necessariamente interpretata come soddisfazione: chi intende restare è anche meno propenso a consigliare ad altri il proprio datore di lavoro.
Fabrizio Rotondi: "L'IA non distrugge il lavoro" -
Per capire quali conseguenze avrà questa trasformazione sui lavoratori italiani e quali competenze diventeranno decisive nei prossimi anni, Tgcom24 ha intervistato Fabrizio Rotondi, Country Manager di Workday Italia. Il primo interrogativo riguarda il significato stesso delle professioni. L'intelligenza artificiale finirà per sostituire intere categorie di lavoratori oppure ne cambierà soprattutto le mansioni? "Il segnale più evidente è che l'IA non sta distruggendo il lavoro, ma sta ridefinendo radicalmente il significato stesso di 'ruolo professionale'", spiega Rotondi, ricorrendo a un paragone con l'evoluzione della figura del cuoco, passato dalla preparazione materiale del cibo alla gestione di una cucina professionale complessa. "L'IA trasformerà allo stesso modo il modo in cui interpretiamo i nostri ruoli: ci allontana dalla mera esecuzione manuale per portarci verso la regia, la supervisione e la qualità del risultato".
Una trasformazione già in corso anche nel nostro Paese. "In Italia questa transizione è pienamente in atto: richiede il passaggio rapido da competenze superficiali a capacità avanzate di governance della tecnologia". Il problema, osserva, è che le organizzazioni non sempre riescono ad adeguarsi alla stessa velocità, contribuendo al rallentamento delle carriere e alla sensazione di immobilità vissuta da molti professionisti.
Il rischio di lavorare di più, anziché di meno -
Uno dei principali interrogativi riguarda il tempo che l'intelligenza artificiale promette di far risparmiare. Se un'attività richiede meno ore, queste verranno restituite ai dipendenti oppure saranno semplicemente riempite con altri incarichi? "Dobbiamo chiarire un principio fondamentale: la riduzione del tempo resa possibile dall'IA è semplicemente un output, non l'outcome. Se le ore liberate vengono usate solo per accumulare nuovi compiti meccanici, errore che oggi commette ancora il 32% delle aziende, l'innovazione fallisce", avverte Rotondi.
Il vantaggio, secondo il manager, dovrebbe essere misurato non soltanto in termini di produttività, ma anche di qualità del lavoro. "Il vero outcome si raggiunge quando le persone vengono coinvolte nel purpose aziendale, canalizzando quel tempo risparmiato in nuove attività ad alto impatto che aumentano la soddisfazione delle persone e la produttività del business". I numeri richiamati da Rotondi indicano benefici potenzialmente importanti: "Il 62% dei dipendenti dichiara una netta riduzione del burnout, mentre la produttività cresce per l'86% dei lavoratori a livello globale e per il 92% in Italia, dove il 94% dei professionisti risparmia tra 1 e 7 ore a settimana". Il punto, aggiunge, è decidere come utilizzare queste ore: "Quel tempo, se ancorato agli obiettivi strategici dell'impresa, restituisce spazio al pensiero critico, all'innovazione e alle decisioni complesse".
Le competenze del futuro -
Il rapporto segnala una diminuzione della richiesta di competenze di base nell'IA. Ma quali capacità dovrebbe sviluppare oggi un lavoratore per restare competitivo? "Le abilità elementari, come la semplice formulazione di un prompt, sono già diventate una commodity: dopo il picco di inizio 2026, la richiesta di queste competenze di base è calata del 25%", sottolinea Rotondi. "Oggi il mercato non cerca più chi sa semplicemente interrogare una macchina, ma chi è in grado di governare l'intero ecosistema tecnologico". La domanda di figure specializzate nell'automazione e nell'ingegneria dell'intelligenza artificiale è aumentata del 51%. Ma questo non significa che saranno importanti soltanto le competenze informatiche.
"Il vero salto di qualità si gioca sulla dimensione umana. Al centro di tutto torna la capacità di giudizio, una dote insostituibile che nasce unicamente dall'esperienza maturata dalle persone: l'algoritmo calcola e propone, ma solo l'occhio critico dell'esperienza sa discernere il valore reale, la pertinenza e l'impatto di quell'output". La responsabilità delle decisioni, quindi, deve rimanere nelle mani di chi utilizza la tecnologia. E, accanto alle capacità tecniche, acquistano importanza qualità difficilmente automatizzabili: "La curiosità intellettuale, la rapidità di comprensione e, soprattutto, l'empatia e l'autenticità: sono questi i pilastri insostituibili per costruire fiducia, guidare le persone e negoziare".
Formazione, i dipendenti lasciati soli davanti all'IA -
Le imprese stanno facendo abbastanza per preparare il personale? E chi dovrebbe assumersi la responsabilità di finanziare l'aggiornamento professionale? Rotondi propone l'esempio di un analista che deve esaminare rapporti prodotti dall'intelligenza artificiale prima di presentarli ai vertici aziendali. La tecnologia può elaborare informazioni in pochi secondi, ma il professionista resta responsabile della loro attendibilità. "Se a quel professionista non vengono forniti gli strumenti per decifrare le logiche del modello o riconoscere un'allucinazione dell'algoritmo, si ritrova da solo a gestire un rischio enorme senza la cassetta degli attrezzi adeguata".
La distanza tra esigenze dei lavoratori e supporto aziendale emerge chiaramente dai dati. "Se il 79% dei dipendenti sa con precisione di quali competenze ha bisogno, solo il 66% riceve un supporto reale dall'azienda". E c'è un dato ancora più preoccupante: "Il dato più critico riguarda proprio chi deve verificare e correggere quotidianamente gli output dell'IA: solo il 37% riceve formazione continua, nonostante per due terzi dei manager sia una priorità assoluta". Per Rotondi, dunque, la formazione non può limitarsi a insegnare il funzionamento dei programmi. Deve aiutare le persone a comprendere i limiti dell'automazione e a mantenere il controllo delle decisioni.
Cosa succede agli stipendi? -
Il cambiamento tecnologico produce anche una contraddizione. Ai dipendenti vengono richieste competenze sempre più complesse e maggiori responsabilità, mentre le possibilità di avanzamento professionale diminuiscono. È possibile che le aziende finiscano per chiedere di più senza riconoscere aumenti salariali o promozioni? "Il punto centrale non può ridursi semplicemente alla retribuzione o a una nuova casella nell'organigramma", risponde Rotondi.
"I percorsi tradizionali di carriera hanno subito una netta battuta d'arresto, con i passaggi di ruolo interni calati nel 57% delle aziende e le promozioni stabili, ma la vera trasformazione riguarda le motivazioni profonde delle persone". Secondo il manager, lo stipendio e la posizione gerarchica non esauriscono le aspettative dei lavoratori. Contano anche la possibilità di incidere sulle decisioni, l'autonomia e il riconoscimento del contributo individuale.
"Chiedere alle persone di padroneggiare nuovi strumenti, governare l'IA e assumersi maggiori responsabilità senza offrire questa prospettiva di senso e di autonomia incrina il patto di fiducia con l'azienda". La soluzione proposta passa quindi da una revisione dell'organizzazione del lavoro, che valorizzi il contributo delle persone anziché misurarne la crescita soltanto attraverso i livelli gerarchici.
Si resta in azienda per paura di cambiare -
C'è infine la questione della stabilità occupazionale. Il calo delle dimissioni volontarie potrebbe sembrare una buona notizia, ma quanto dipende dalla soddisfazione e quanto, invece, dalla paura di non trovare un'alternativa? "Oggi la permanenza in azienda assomiglia a una nave che sceglie di restare ormeggiata in rada durante una burrasca: non si resta per amore della banchina, ma per prudenza verso il mare aperto", osserva Rotondi. "Il basso turnover volontario a livello globale (16%) riflette fedelmente questo atteggiamento difensivo, in cui la stabilità è figlia della cautela congiunturale e non di una convinta adesione alla visione d'impresa".
In Italia la situazione presenta ulteriori contraddizioni. L'intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità professionale di molti lavoratori: il 29% la utilizza ogni giorno e il 42% più volte alla settimana. Ma l'aggiornamento professionale non sembra procedere allo stesso ritmo. "Da un lato l'adozione dell'IA è già molto diffusa: il 29% dei professionisti la usa quotidianamente e il 42% più volte a settimana. Dall'altro emerge una netta spaccatura sul fronte del supporto: mentre il 59% dei dirigenti italiani afferma di reinvestire i guadagni di produttività nella formazione, solo il 54% dei lavoratori percepisce un aiuto reale".
Il risultato è che una parte consistente dei dipendenti rischia di affrontare da sola il cambiamento tecnologico. "Quasi un lavoratore su due sta affrontando la transizione tecnologica sentendosi isolato. Se le imprese non colmano questo divario offrendo competenze concrete e una rotta chiara, questa calma apparente rischia di trasformarsi rapidamente in stagnazione e disaffezione".