IL PENSIERO DELLA SCRITTRICE

"Manifestare è un diritto": anche e soprattutto delle madri

Le hanno chiamate "mamme anti-manganello", sono le donne che si sono schierate davanti ai loro figli in corteo a Bologna. Iperprotettività o "melassa" genitoriale? No, è partecipazione, è legittima protesta

No alla violenza sui nostri figli. Manifestare è un diritto. Sfilano in rosso, dietro un lungo striscione. Sono le mamme di tanti ragazzi che frequentano licei bolognesi, e che venerdì 30 ottobre sono scesi in piazza a manifestare. E le loro mamme insieme a loro.

Queste donne in rosso sono state criticate, lodate, commentate tanto che vedere una loro foto mi crea sentimenti contrastanti. Credo che non si possa guardare ogni cosa che succede nel mondo con la lente del giudizio, quella che ci fa decidere subito se una cosa è giusta o è sbagliata. La prima valutazione che facciamo è un giudizio di valore, e forse, così, ci perdiamo tutte le sfumature che possono stare nel mezzo. Le motivazioni, il senso, le storie di quelle persone, i loro pensieri. Perciò no, io non lo so se quello che hanno fatto quelle donne sia giusto o sbagliato. E, in tutta onestà, poco mi interessa.

© Ufficio St

Quello che mi importa è il momento in cui il mio pensiero si è inceppato su quel “cordone di sicurezza” che le donne formano tra ragazzi e la polizia. Un cordone che a me riporta al cordone ombelicale. In parte, sì, come simbolo di un amore che rischia di diventare iperprotettivo – per dirlo con le parole del pedagogista Daniele Novara: “una melassa di maternage che distrugge l’autonomia dei giovani”. In parte però anche come simbolo di un legame ancestrale, il segnale della vita che si contrappone alla violenza. La figura materna che accoglie e crea. E sono proprio le mamme a dire no alla violenza. Le mamme che si mettono in mezzo, che mettono in mezzo i loro corpi. La loro è una delle voci più forti che mi possa immaginare.

Fermi tutti, davvero c’è bisogno di un cordone di mamme per proteggere i ragazzi? E in che senso bisogna proteggerli dalla polizia? Non posso fare a meno di chiedermelo, e non riesco a trovare una risposta.

Leggendo un’altra volta il cartellone con cui sfilano, mi piace pensare che dentro la frase scritta in rosso non ci siano solo i figli di quelle donne, ma anche i figli degli altri. I figli di tutti. E quindi sì, anche noi. Perché in fondo, se ci pensiamo, su una cosa siamo uguali, che ci piaccia o no: siamo tutti figli.

Non dimentichiamoci però che quelle “mamme anti-manganello”, come sono state definite, sono prima di tutto donne. Sono persone, sono manifestanti. Rischiamo di togliere valore all’individualità di soggetti autonomi che un motivo per scendere in piazza ce l’avevano eccome. Un motivo che è nato dall’osservazione e dall’ascolto dei propri figli, ma che ormai non è più una causa solo di quei ragazzi. È la causa di ognuna di quelle persone. Perché anche loro hanno paura del futuro, della polizia, dell’ingiustizia… Anche loro sognano un domani migliore, per cui vale la pena occupare le piazze sulle note di Maledetta primavera, per cantare alla libertà e alla leggerezza.

Ecco, credo che il fulcro sia questo, e che un po’ l’abbiamo perso di vista. La definizione unica di “madri”, i titoli sui giornali, le critiche ci hanno distratti. Riconosciamo quelle donne innanzitutto come manifestanti con una voce e il diritto di protestare, lo stesso che chiedono a caratteri cubitali su quel cartellone.

Chiara Baldi
Chiara Baldi è nata nel marzo del 1990 a Costigliole d'Asti, un paese tra le Langhe e il Monferrato dove torna ancora oggi per scrivere. Ha pubblicato nel 2023 con Mondadori L'erede della felicità. Attualmente sta lavorando a un nuovo titolo per Rizzoli che vedrà la luce il prossimo anno. Svolge attività di scrittura per terzi in ambito narrativo e saggistico ed è autrice televisiva per Mediaset