C'è chi si dichiara obiettore di coscienza per non andare in guerra e chi comincia a esserlo per non lavorare con l'Ia. Il protagonista è David Durman, 45 anni, amministratore della ricerca all'Università del Kentucky. Per lui, umanista convinto, afffidare una parte crescente del lavoro all'intelligenza artificiale rischia di avere "un impatto negativo" sulla nostra capacità di esercitare responsabilità e giudizio. Ed è con queste argomentazioni che ha ottenuto il diritto di non utilizzare l'Ia nello svolgimento delle sue mansioni.
Chi è Durman - Non è credente, non aderisce a una religione e non riconosce l'esistenza di entità soprannaturali. Si definisce umanista non teista, ma questo non gli ha impedito di ottenere un'esenzione sulla base delle tutele previste per le convinzioni religiose. Il 25 settembre scorso, l'ufficio per le pari opportunità dell'ateneo ha infatti accolto la sua richiesta di "religious accommodation", una misura che consente di adattare le condizioni lavorative per rispettare convinzioni personali profonde. La norma di riferimento è il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964, la legge federale che vieta le discriminazioni sul lavoro anche per motivi religiosi. Una tutela che negli Stati Uniti può estendersi alle convinzioni non teistiche, purché siano sinceramente professate. A sostenere Durman nella procedura è stata l'American Humanist Association, organizzazione che promuove l'umanesimo laico.
Una posizione filosofica - "Il modo in cui diventiamo attori morali per noi stessi e per gli altri passa attraverso l'applicazione attiva della nostra mente". La sua opposizione all'intelligenza artificiale, dunque, non nasce da una difficoltà tecnica né dalla paura di una tecnologia che non conosce. È una posizione filosofica. Per Durman, l'umanesimo mette al centro la capacità degli individui di sviluppare autonomamente il proprio pensiero, assumersi responsabilità morali e contribuire alla società attraverso le proprie facoltà intellettuali. Delegare queste attività a un sistema artificiale significa, nella sua prospettiva, indebolire proprio ciò che rende l'essere umano tale. Ma le sue obiezioni non si fermano alla dimensione individuale.
A rischio tutta la creatività - Nella documentazione presentata attraverso l'associazione umanista, Durman richiama anche le conseguenze sociali e ambientali dell'intelligenza artificiale: la trasformazione del mercato del lavoro, il consumo di risorse naturali e il rischio che la produzione automatizzata finisca per sottrarre spazio alla creatività delle persone. Arte, letteratura e capacità di elaborazione critica non sono, secondo questa visione, attività accessorie da affidare a un algoritmo quando diventa più conveniente.
Un'esenzione, non un ufficio senza Ia - La decisione dell'Università del Kentucky non equivale però a una liberatoria totale dalla tecnologia. Durman potrà evitare di utilizzare personalmente gli strumenti di intelligenza artificiale, ma non potrà sottrarsi a qualsiasi contesto lavorativo in cui siano presenti. Dovrà, per esempio, partecipare a riunioni nelle quali si utilizzano applicazioni basate sull'Ia o lavorare con piattaforme che integrano queste funzionalità. Le sue responsabilità professionali, così come gli obiettivi da raggiungere, non cambiano. L'ateneo ha precisato che le richieste vengono esaminate individualmente, verificando che l'esenzione non comprometta le attività essenziali del dipendente. E non è detto che la situazione resti immutata: con l'evoluzione degli strumenti e delle mansioni, l'accordo potrà essere rivalutato.
La rivincita della fatica di pensare - Non si tratta soltanto di una protesta individuale. Un segnale arriva anche dalle università, dove cresce l'interesse per percorsi di studio che fanno dell'esercizio del pensiero autonomo il loro punto di forza. È il caso di Humanities 10, il corso di Harvard che propone agli studenti un'immersione nella letteratura e nella filosofia, dalla cultura classica fino a Joyce, passando per Dante, Shakespeare e Spinoza. Il programma prevede letture impegnative, saggi scritti con regolarità e una presenza costante alle lezioni. Ma soprattutto esclude l'utilizzo di dispositivi digitali e intelligenza artificiale. Una scelta che sembra andare contro la direzione imboccata da gran parte del mondo accademico, dove gli strumenti generativi stanno entrando sempre più stabilmente nelle attività di studio. Eppure, nell'ultima selezione, le candidature sono aumentate del 40%, arrivando a 180 per 90 posti disponibili. Tra le motivazioni indicate dagli studenti c'è anche il desiderio di recuperare la capacità di concentrarsi a lungo, leggere testi complessi e sviluppare un ragionamento senza affidarsi a risposte immediate. Insomma, tornare a ragionare con la propria testa.