L'avventura

Da Reggio Emilia al Giappone e ritorno: Gianmarco ha fatto il giro del mondo via terra

45mila chilometri in 470 giorni attraverso l'Asia e gli Stati Uniti, di cui ben 11mila percorsi a piedi. Il regista 33enne è rientrato a casa dieci giorni fa: "Un viaggio che mi ha restituito una grande fiducia nell'umanità"

di Jessica Anostini

Undicimila chilometri a piedi. Decisi un giorno, per caso, in una timida giornata di fine inverno, a marzo 2025. E poi affrontati veramente in quindici mesi di cammino arrivando nei posti più remoti del globo per poi fare ritorno, dieci giorni fa, a casa, a Reggio Emilia. È una storia tutta da raccontare quella di Gianmarco Pedrini, 33enne filmmaker e regista, che nel luglio 2025, zaino in spalla, è partito per quello che lui stesso ha definito "un giro del mondo via terra", contando principalmente sulle proprie gambe. "Certo non solo", scherza Gianmarco, "diciamo che ogni tanto, per necessità, qualche mezzo strategico l'ho preso". 

Un'avventura nata dalla necessità di vivere per la prima volta un rapporto nuovo e diretto, con la realtà, la natura, le persone. "Non sono un neofita dei viaggi" ci spiega, "negli hanno ho vissuto a Londra, Parigi, Copenaghen e Berlino. A un certo punto mi sono detto che era arrivato il momento di esplorare l'Asia, visto che non c'ero mai stato. Volevo arrivare in Giappone. E poi ho maturato l'idea di farlo a piedi: volevo entrare in un universo di esplorazione autentica".

In che senso?

"Oggi, nell'era in cui tutto è schedato su mappe, satelliti e social media, è difficile sentire la sensazione di scoprire qualcosa nel mondo reale. Avevo bisogno di rafforzare la mia relazione con la terra e con le persone, superando le tante barriere che creiamo nella società occidentale. Spostarmi a piedi, in questo senso, mi dava una libertà totale: non ero condizionato da un mezzo, nemmeno da una bicicletta. Solo dalle mie gambe".

Quali sono state le tappe del tuo viaggio e quanti chilometri hai percorso?

In totale ho percorso circa 45mila chilometri via terra in circa 470 giorni: di questi, 34mila li ho percorsi in autostop, treno e barca, e ben 11mila a piedi, contando solo sulle mie gambe. Sono partito da Reggio il 22 luglio del 2025: destinazione Giappone. Per arrivarci ho diviso il percorso quasi a metà tra camminate e autostop, sfruttando anche qualche trasporto strategico o via mare. Non è stato un giro del mondo interamente a piedi, ma un viaggio vissuto prevalentemente via terra. Dopo aver esplorato l’Asia ho preso un aereo per arrivare negli Stati Uniti e da Los Angeles sono ripartito a piedi arrivando fino a New York. Poi ho volato fino a Lisbona e ho camminato fino a Santiago de Compostela lungo il Cammino Portoghese, poi ancora fino a Roncesvalles. E da lì, attraversando i Pirenei, sono arrivato a Barcellona. Un traghetto mi ha infine portato a Genova dove ho ripreso il cammino attraversando gli Appennini arrivando fino alla porta di casa, a Reggio".

Parliamo di cose pratiche: mangiare, dormire. Come ti organizzavi?

All'inizio è stato tutto una scoperta: sono partito con la tenda sapendo di non aver mai passato una notte in tenda in vita mia. E poi ho scoperto che mi piaceva: ci ho dormito molto in questi 470 giorni, ma ho trovato ospitalità anche negli ostelli e da tante famiglie che, con estrema semplicità, mi hanno aperto le porte delle loro case. Col tempo ho capito anche come muovermi, alternando i giorni in cui sentivo il bisogno di essere più introspettivo e dormire sotto le stelle a quelli in cui avevo bisogno di stare in compagnia, di sentirmi parte della comunità locale. 

È un viaggio che hai fatto da solo per scelta. Cosa hai scoperto di te stesso che assolutamente non sapevi?

Ho scoperto di avere una forte predisposizione per questo stile di vita, cosa di cui prima non avevo la certezza. Anche nei momenti di reale difficoltà, scomodità o sconforto non mi sono mai demoralizzato e non ho mai pensato di tornare indietro: la voglia di scoprire ancora un metro in più è sempre stata più forte di qualunque difficoltà. 

Qual è stato il momento peggiore?

Sicuramente le difficoltà fisiche, soprattutto all'inizio. Abituarsi a camminare tra i 30 e i 40 chilometri al giorno con 15 o 20 chili di zaino sulla schiena, non è stato semplice. Sono sempre stato uno sportivo ma non avevo fatto un allenamento specifico per questo viaggio perché il viaggio stesso doveva essere l'allenamento. Per fortuna, ogni mattina il corpo faceva un "reset" meraviglioso e questo mi ha sempre dato la carica per proseguire. Col tempo ho trovato il mio equilibrio e non ho più sentito quella fatica estrema.

Altre volte il pericolo è nato dalla mia imprudenza, come quando per prendere una scorciatoia mi sono ritrovato appeso a una corda su una parete ripida di 30 metri con lo zaino pesante, chiedendomi come fossi finito lì. Però anche questo fa parte del viaggio: costringe la mente e il corpo a entrare in connessione profonda con la realtà che ti circonda, facendoti trovare sempre una soluzione. 

C'è un posto o un incontro che ti è rimasto nel cuore più di altri?

È una scelta difficile perché sono tantissimi, ma se proprio dove scegliere ti dico la Valle dei Sette Laghi, in Tagikistan. Ci sono finito quasi per caso a causa di alcune deviazioni burocratiche ai confini orientali. Era l'autunno scorso. Mi si è aperto un paesaggio meraviglioso e senza tempo, con piccoli villaggi in cui tutto sembra immutabile. 

Arrivato al sesto lago, sono stato accolto in una capanna da una coppia del posto e con loro ho passato una serata indimenticabile. Poi mi hanno anche ospitato per la notte. Il mattino seguente mi sono svegliato presto e ho camminato da solo fino al settimo lago. Le cime delle montagne erano sporche di neve e si specchiavano nell'acqua, circondate dai colori caldi dell'autunno. Sono rimasto seduto lì a bordo lago, in totale solitudine, per un paio d'ore. È stato uno dei giorni più belli della mia vita.

Cosa ti ha lasciato questa avventura meravigliosa?

Sono molto felice e fiero della scelta che ho fatto. È un'esperienza che lascerà il segno per il resto della mia vita, non c'è dubbio. Spesso tendiamo a pensare che il mondo sia molto più pericoloso di quello che è in realtà ma se lo si affronta con rispetto, ammirazione e la giusta organizzazione, non è così. Anzi devo dire che i pericoli più grandi me li sono quasi sempre creati da solo, per stanchezza o mancanza di lucidità. 

E poi la gente, le persone: ho passato tantissimo tempo con sconosciuti, salendo in macchina con loro o ospitato nelle loro case, spesso in situazioni di totale vulnerabilità. Ho dato loro fiducia e mi è stata sempre ricambiata. Questo mi ha restituito un grande ottimismo nei confronti dell'umanità, a dispetto di tutta la negatività e la paura del prossimo di cui si sente parlare negli ultimi anni. La malvagità appartiene a una percentuale microscopica; la maggior parte delle persone cerca solo di fare del proprio meglio per vivere una buona vita".

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