In Sardegna, per un mese, 15 ristoranti aderiranno all'iniziativa "A tavola senza schermi", un progetto sperimentale promosso dalla garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza, Anna Cau, e da Fipe Confcommercio Sardegna, con l'obiettivo di riportare il dialogo nei pasti in famiglia. Al posto di smartphone e tablet, verranno messi a disposizione giochi, attività per bambini, materiale informativo e una guida su bambini e adolescenti in un mondo digitale per i genitori. Un progetto che apre a una riflessione: perché è necessaria un'iniziativa simile per favorire il dialogo in famiglia? Cosa si sbaglia e come si può rimediare? Tgcom24 ne ha parlato con la scrittrice ed esperta di etica della comunicazione e di governance degli spazi digitali Maria Beatrice Alonzi.
Alonzi, perché serve un'iniziativa simile?
Perché abbiamo bisogno di spiegare con chiarezza che mettere uno schermo davanti a un bambino piccolo per farlo mangiare, aspettare o smettere di piangere è un'abitudine da evitare. La comodità immediata per l'adulto non basta a rendere una scelta adatta allo sviluppo di un figlio. Nei primi anni di vita, il cervello attraversa una fase di rapidissimo sviluppo. Il bambino costruisce competenze attraverso il corpo, il movimento, la manipolazione degli oggetti e gli scambi con le persone. Fa un suono, qualcuno gli risponde, lui prova ancora. Indica qualcosa e l'adulto segue il suo interesse, gli dà un nome, aspetta la sua reazione. Questi scambi sostengono lo sviluppo del linguaggio e della relazione. Una ricerca che ha seguito 220 famiglie dai 12 ai 36 mesi di vita dei bambini ha rilevato un'associazione tra maggiore tempo davanti agli schermi e meno parole degli adulti, meno vocalizzazioni dei bambini e meno turni di conversazione. È concreto: mentre lo schermo occupa la scena, possono venire meno occasioni di parlare e rispondersi. L'esposizione precoce e inappropriata è inoltre associata a difficoltà del sonno, dell'attenzione e della regolazione emotiva. Contano l'età, la durata, i contenuti e il posto che lo schermo prende nella giornata. L'uso serale può interferire con il sonno attraverso il tempo sottratto al riposo, i contenuti che mantengono attivi e la luce dello schermo, che può influenzare i ritmi sonno-veglia. Abbiamo ragioni sufficienti per prevenire queste abitudini, senza aspettare che una difficoltà diventi evidente. Trovo, quindi, utile che il progetto in questione offra strumenti pratici e coinvolga anche i ristoratori. Un bambino ha bisogno di attese sostenibili e attività adatte alla sua età. Se in un luogo pubblico lo accogliamo soltanto quando resta immobile e silenzioso, stiamo rendendo il telefono la soluzione più comoda per tutti gli adulti presenti. Possiamo organizzare quel tempo in modo diverso.
Se la tavola è un luogo dove non si riesce più a stare senza schermi la responsabilità è anche dei genitori?
Sì. Se continuo a interrompere mio figlio per leggere una notifica, poi faccio fatica a sostenere che durante la cena dobbiamo dedicarci attenzione. La regola perde credibilità proprio con il comportamento della persona che dovrebbe renderla possibile. Diventare genitori significa assumersi anche il lavoro di informarsi, imparare e correggere le proprie abitudini. L'amore per un figlio deve tradursi in scelte adeguate ai suoi bisogni, anche quando sono più faticose per noi. C'è poi un aspetto delicato: che cosa stiamo cercando di far tacere quando consegniamo il telefono al bambino? Il suo disagio, la nostra stanchezza, l'imbarazzo per gli sguardi degli altri? Sono domande da rivolgere a noi stessi, perché la stessa scelta può rispondere a esigenze diverse. Un bambino piccolo ha ancora bisogno che un adulto lo aiuti a riconoscere e sostenere quello che prova. Se è frustrato, possiamo dare un nome a quello che gli succede, restargli vicini, mantenere un limite e accompagnarlo mentre l'emozione cambia. Attraverso esperienze ripetute costruisce anche risorse proprie. Se lo schermo diventa la risposta abituale a ogni disagio, rischia di occupare proprio lo spazio di queste esperienze. A volte il lavoro più difficile del genitore consiste nel reggere il dispiacere del figlio senza sentirsi obbligato a farlo sparire immediatamente. Un bambino che protesta ci chiede una capacità che anche noi possiamo dover imparare. La mancanza di aiuti, i turni di lavoro e la stanchezza sono problemi reali, da affrontare anche collettivamente. Da una singola cena non possiamo giudicare una famiglia. Ma queste difficoltà devono portarci a costruire sostegni e alternative: un dispositivo non può diventare la risposta ordinaria ai bisogni emotivi di un bambino. Possiamo aver adottato un'abitudine senza conoscere bene i rischi. Quando li conosciamo, abbiamo la responsabilità di cambiarla.
Che consigli dà ai genitori sull'uso degli schermi (smartphone, tablet ma anche tv) a tavola?
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A tavola li terrei spenti, per i figli e per gli adulti. E darei ai genitori indicazioni chiare anche per il resto della giornata. L'Organizzazione mondiale della sanità sconsiglia il tempo sedentario davanti agli schermi prima dei due anni, televisione compresa. Dai due anni fino al quinto compleanno indica non più di un'ora complessiva al giorno, precisando che meno è meglio. Un limite massimo non è una quota da raggiungere: un bambino non ha bisogno della sua ora quotidiana di schermo. La Società Italiana di Pediatria raccomanda da anni di evitare i dispositivi sotto i due anni, durante i pasti e prima del sonno. Oggi sostiene anche una proposta per evitare l'esposizione digitale sotto i tre anni, con formazione e sostegno alle famiglie. Nei primi tre anni io terrei gli schermi fuori dall'intrattenimento quotidiano. Successivamente, sceglierei esposizioni brevi, con contenuti selezionati e un adulto che accompagna l'esperienza. Per quanto riguarda la tavola, spiegherei la regola in anticipo: telefoni lontani e televisione spenta. Per i piccoli servono tempi compatibili con l'età, qualcosa da fare nell'attesa, un adulto disponibile a coinvolgerli. Possiamo disegnare, osservare quello che ci circonda, raccontare una storia. Se lo schermo accompagna già ogni pasto, bisogna costruire un cambiamento sostenibile e coerente. Spieghiamo cosa succederà, accompagniamo la protesta, offriamo altre possibilità. Eviterei di barattare bocconi con minuti di video o di strappare il dispositivo dalle mani per impartire una lezione. Con i ragazzi più grandi si possono discutere gli accordi e le eccezioni, mantenendo una responsabilità adulta. Se il genitore deve gestire una vera urgenza, può spiegarlo. Il lavoro non dovrebbe diventare una giustificazione automatica per essere continuamente altrove. Quando esistono difficoltà alimentari importanti o bisogni specifici, il cambiamento va concordato con i professionisti che seguono il bambino. Una regola generale deve essere applicata conoscendo la situazione concreta.
Dovendo proprio scegliere uno schermo da tenere acceso a tavola quale sceglierebbe?
Per mangiare, nessuno. Su questo darei una risposta netta, soprattutto quando parliamo di bambini piccoli. La televisione rientra nel tempo davanti agli schermi e può interferire con gli scambi anche quando rimane accesa in sottofondo. Il fatto che sia più familiare agli adulti non la rende automaticamente adatta a un bambino. In generale, la televisione, quando viene introdotta all'età adatta, dovrebbe occupare un tempo breve, con programmi scelti e un adulto che partecipa. Per quanto riguarda app, social e alcuni videogiochi si aggiungono caratteristiche pensate per prolungare l'uso: il video successivo parte da solo, arriva un premio, compare un altro contenuto. I sistemi della motivazione e della ricompensa, ai quali partecipa anche la dopamina, contribuiscono al desiderio di ripetere un'esperienza. Un bambino sta ancora costruendo la capacità di interrompersi e tollerare la fine di qualcosa di piacevole. L'adulto deve introdurre un limite che il prodotto spesso non offre.
Pensa che, in generale, tutti i genitori abbiano bisogno di una guida su bambini e adolescenti in un mondo digitale?
Sì. L'educazione digitale dovrebbe entrare nella preparazione alla genitorialità, prima che il telefono diventi una soluzione quotidiana. Un genitore ha bisogno di sapere che cosa sta mettendo nelle mani del figlio. Penso spesso a questo: se un genitore mette un pacchetto di sigarette in mano a suo figlio, lo giudichiamo correttamente con estrema severità ma sul pacchetto di sigarette troviamo avvertenze esplicite. Un'app destinata ai bambini si presenta invece con personaggi sorridenti, colori e promesse di divertimento o apprendimento. I rischi del tabacco e quelli dell'uso digitale sono diversi, ma il secondo non ne è affatto privo; la chiarezza con la quale informiamo le famiglie deve essere altrettanto seria. Un aspetto rassicurante non ci dice come è progettato un prodotto, quanto sia difficile interromperlo o se sia adeguato a quella fase della crescita. Ci dice solo che bambini di una certa età siano in grado di utilizzarlo, non che sia senza rischi. Molti genitori non hanno ricevuto informazioni sufficienti. A questo si risponde spiegando bene, senza umiliarli, e fornendo alternative praticabili. La responsabilità cresce insieme alla possibilità di conoscere: una volta comprese le conseguenze di un'abitudine, dobbiamo rivederla. La guida dovrebbe insegnare a distinguere età, contenuti e modalità d'uso. A riconoscere pubblicità, raccolta dei dati, riproduzione automatica, pressioni all'acquisto e strumenti che sollecitano a restare collegati. Dovrebbe parlare anche delle immagini dei figli pubblicate dagli adulti e della loro riservatezza. E deve esserci una responsabilità delle aziende. La progettazione e la comunicazione dei rischi sono questioni concrete, già arrivate nelle aule giudiziarie. Alle aziende vanno chieste protezioni efficaci, informazioni trasparenti e responsabilità per le loro scelte di progettazione. Le famiglie devono poter scegliere sulla base di informazioni affidabili. Possiamo correggere le abitudini, chiedere aiuto e offrire ai figli esperienze diverse. Riconoscere un errore deve servire a cambiare le scelte successive.
Secondo lei nella nostra società c'è un problema di dialogo in generale tra genitori e figli? Gli smartphone peggiorano questi problemi?
Sì, ma guarderei con attenzione a che cosa chiamiamo dialogo. Possiamo sapere tutti i voti di un figlio e conoscere pochissimo la sua paura di deluderci. Possiamo fargli molte domande e lasciare poco spazio a risposte che non avevamo previsto. Ascoltare richiede di tollerare anche un figlio diverso da quello che immaginavamo: con interessi che non condividiamo, sentimenti che ci preoccupano, idee che ci mettono in discussione. Se ogni racconto diventa subito una correzione, una predica o un confronto con quello che avremmo fatto noi, quel ragazzo può imparare a selezionare ciò che ci dice. Gli smartphone possono aggravare questa difficoltà interrompendo gli scambi e offrendo una via per sottrarsi a una situazione scomoda. Vale anche per gli adulti. Possiamo rifugiarci in una notifica proprio mentre dovremmo restare davanti alla tristezza o alla rabbia di nostro figlio. Per questo mettere via i dispositivi deve accompagnarsi a un cambiamento nel modo di stare insieme. Possiamo ascoltare fino alla fine, fare una domanda per capire, riconoscere quando abbiamo reagito male. Anche un "Prima ti ho risposto senza ascoltarti, vorrei riprovarci" può aprire uno spazio. La qualità del rapporto si vede anche da quanto un figlio può sentirsi accolto quando quello che ha da dire è scomodo. Spegniamo il telefono e facciamo attenzione a come trattiamo quello che ci racconta.
Sottolineo, poi, che per quanto riguarda soprattutto preadolescenti e adolescenti, mettere via il telefono a tavola non dà diritto a ricevere una confidenza. Un genitore può arrivare alla cena con un desiderio molto forte di ritrovare vicinanza. Ha aspettato la serata, ha deciso che i telefoni resteranno lontani, spera finalmente di sapere qualcosa in più della vita del figlio. Gli chiede come vanno le cose con un amico e il ragazzo risponde: "Non mi va di parlarne adesso". Immaginiamo che l'adulto reagisca così: "Ho messo via il telefono per stare con te e tu non mi dici niente". In quel momento il tempo offerto al figlio porta con sé una richiesta di restituzione. Il ragazzo sente che deve raccontare qualcosa perché il genitore non rimanga deluso. A volte, dentro quella delusione, c'è la paura adulta di contare meno, di perdere un posto nella vita del figlio che cresce. Il desiderio di sapere dell'amico può diventare il bisogno di essere rassicurati sul proprio valore come genitori. Il ragazzo si trova allora a scegliere quanto raccontare anche in funzione dell'emozione che vede davanti a sé. Potrebbe parlare a lungo di un episodio poco personale. La conversazione parte, l'adulto si rilassa e la cena sembra riuscita. Ma quel racconto può essere servito soprattutto a tranquillizzare il genitore. Se questa aspettativa si ripete, il ragazzo può arrivare al pasto successivo preoccupato di avere qualcosa da dire che soddisfi l'adulto. Invece, il giovane deve sapere che può stare con un genitore senza dover trovare subito le parole che lo rassicurino. Una tavola senza schermi dovrebbe offrire anche questa libertà.