MESTIERE O MISSIONE?

Per i prof in Italia stipendi bassi e carriere "a passo di lumaca" | Eppure 1 su 7 prima faceva un altro lavoro

Nonostante salari fino a un terzo più bassi rispetto agli altri laureati e una carriera che richiede 35 anni per raggiungere il massimo retributivo, l'insegnamento attrae tantissimi professionisti da altri settori

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Insegnare in Italia è un mestiere segnato da un profondo paradosso. Da un lato, infatti, in parecchi scelgono la cattedra come "seconda carriera": ben il 15% dei nostri docenti - contro una media Ocse dell'85% - vanta almeno 10 anni di esperienza lavorativa in un altro settore prima di salire in cattedra.

Dall'altro, però, l'impatto con le dinamiche del mondo della scuola evidenzia criticità strutturali: appena il 22,6% dei nostri insegnanti si dichiara soddisfatto del proprio stipendio (contro il 38,7% della media Ocse). E non hanno tutti i torti, visto che nel nostro Paese i docenti sono penalizzati da retribuzioni inferiori fino al 36% rispetto agli altri laureati e da una progressione economica che richiede 35 anni di servizio per raggiungere il vertice salariale, a fronte dei 21 della media internazionale. A ciò si aggiunge un'età media elevata, dove oltre un terzo del corpo insegnante ha più di 55 anni, sebbene questo sia un dato in graduale calo.

Sta di fatto che, mettendo a sistema i dati diffusi nei principali report sul tema - come quelli stilati dall'Ocse (in particolare il rapporto "Education at a glance") e dalla Commissione europea (rapporto Eurydice) -, come ha fatto il portale specializzato Skuola.net, ne viene fuori il profilo di una categoria dove la stabilità contrattuale e la vocazione riescono ancora a compensare la scarsa gratificazione economica.

La frustrazione retributiva: solo 1 docente su 5 è soddisfatto del proprio stipendio -

 Il ricorso all'assunzione di professionisti provenienti da altre esperienze lavorative non deve, però, stupire più di tanto, rappresentando una risposta spontanea ed efficace per far fronte alla carenza di docenti qualificati e per contribuire ad arricchire la didattica con competenze pratiche acquisite sul campo.

Purtroppo per loro, però, il cambio di settore e soprattutto la busta paga (in questo caso al pari del resto del corpo docente) si rivelano spesso deludenti. Come anticipato, secondo i dati del modulo Talis dell'Ocse, pubblicati nel report Education at a Glance, in Italia appena il 22,6% degli insegnanti della scuola secondaria si dichiara soddisfatto del proprio stipendio, a fronte di una media Ocse del 38,7% e di una media europea del 37,3%.

Di contro, comunque, la soddisfazione per le condizioni generali di impiego - come gli orari di lavoro, la flessibilità, la conciliazione con la vita privata e la stabilità contrattuale - rimane elevata, visto che ben 2 professori italiani su 3 (il 66,7%) giudicano positivamente i contenuti del proprio contratto. Dato, stavolta, in linea con il 68,4% dell'area Ocse e il 69,8% della media Ue.

Al tempo stesso, resta netto il divario tra la qualifica posseduta e il compenso economico. E ciò vale lungo tutto il percorso scolastico. Basti pensare che un docente della scuola dell'infanzia italiana guadagna in media il 36% in meno rispetto a un lavoratore a tempo pieno con pari titolo di studio universitario, mentre per i colleghi della scuola secondaria di primo grado lo scarto si attesta al 33% in meno.

Una carriera lentissima: 35 anni per arrivare al top salariale -

 Un ulteriore elemento di potenziale amarezza deriva, poi, dal confronto internazionale - coordinato dalla rete Eurydice - riguardo la velocità della progressione economica. In Italia, per passare dal livello retributivo d'ingresso al livello massimo occorrono addirittura 35 anni di servizio. Praticamente l'intera vita in cattedra, peraltro senza che sul campo debba essere mostrato nessun merito: gli scatti stipendiali sono puramente legati agli anni di insegnamento.

E, sebbene non siamo gli unici a prevedere tempi così lunghi per arrivare al top (in Irlanda, ad esempio, la situazione è grossomodo la stessa), va evidenziato come la media nei Paesi dell'area Ocse per raggiungere il medesimo risultato sia di appena 21 anni. In diverse nazioni europee ed extraeuropee, infatti, la carriera economica appare molto più compressa e gratificante nel breve periodo. Nei Paesi Bassi, bastano tra i 12 e i 16 anni per raggiungere il massimo retributivo, arrivando anche a raddoppiare lo stipendio iniziale. In Scozia, Canada e Nuova Zelanda il picco salariale si raggiunge in 10 anni (in alcuni casi meno).

In Italia, invece, dopo 15 anni di lezioni uno stipendio medio - nella scuola secondaria di primo grado - si attesta a circa 32.892 euro lordi annui, pari a 52.613 dollari (a parità di potere d'acquisto). Il che ci posiziona notevolmente al di sotto della media dei Paesi dell'Unione Europea, dove si superano i 62.650 dollari (quasi 10mila dollari lordi in più all’anno). Va inoltre sottolineato che in alcuni dei Paesi dove a fine carriera i docenti vengono pagati di più, la crescita di carriera non è un "urbi et orbi" ma è legata a una ben precisa scala gerarchica: da noi o fai il docente o fai il preside, non ci sono incarichi intermedi. 

Il corpo docente rimane anziano, ma è in fase di ringiovanimento -

 Se proprio dovessimo trovare uno spiraglio di ottimismo, dovremmo cercarlo (sorprendentemente) nella struttura anagrafica della classe docente italiana. Parliamoci chiaro: il nostro sistema scolastico continua a presentare un'elevata quota di personale senior, ma la tendenza mostra segnali di inversione rispetto al passato.

Nel 2024, il 36% degli insegnanti delle classi secondarie (medie e superiori) aveva almeno 55 anni, rispetto a una media Ocse e dell'Unione europea pari al 25% di over 55. Tuttavia, il dato italiano segna un netto miglioramento rispetto al 2015, quando la quota di docenti ultra-cinquantacinquenni toccava il 46% (con un taglio di dieci punti percentuali in un decennio).

Resta, invece, marcato lo squilibrio di genere nelle aule del nostro Paese, con le donne che costituiscono il 98% degli insegnanti nella scuola dell'infanzia, contro il 96% medio dell'area Ocse, e il 76% nella scuola secondaria di primo grado, rispetto a una media Ocse del 68%.

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