Ospite di Tgcom24

Mattia, con “Runway” la passerella diventa il luogo del giudizio: “Non lascio agli altri la regia di quello che sono”

Una passerella che non finisce con una sfilata, ma continua ogni giorno sugli schermi, nei commenti, negli sguardi degli altri. Con “Runway”, Mattia sceglie uno dei simboli della moda come metafora del giudizio contemporaneo, in un brano dance in cui immagine, identità e bisogno di affermazione convivono tra riferimenti al cinema, al pop e alla cultura fashion.

© Ufficio stampa

Cantautore e performer bresciano, Mattia porta avanti da anni un percorso in cui musica, corpo scenico e attenzione sociale procedono insieme. “Runway” anticipa il nuovo album “Il Paradiso è un Dress Code”, progetto che intreccia clubbing, spiritualità e ricerca di una forma personale di salvezza. Lo abbiamo incontrato per parlare di cosa significa esporsi, del confine tra immagine e identità e di quella passerella, reale o simbolica, sulla quale, quotidianamente, ci ritroviamo tutti.

“Runway” parte da un’immagine: una passerella sulla quale tutti guardano, giudicano, copiano o aspettano un passo falso. Quando hai capito che quella passerella non apparteneva più soltanto alla moda, ma descriveva bene anche il modo in cui viviamo oggi?

Credo che oggi la passerella sia diventata parte della nostra quotidianità. Siamo continuamente esposti: sui social, nelle foto, nei video, nel modo in cui ci vestiamo e persino in quello che diciamo. Allo stesso tempo, siamo anche spettatori della vita degli altri. Mi interessava proprio questo: guardiamo e veniamo guardati nello stesso momento. A un certo punto ho capito che la runway poteva raccontare perfettamente questa dinamica.

Nel brano dici “Strike a pose”, ma chiarisci che per te mettersi in posa non significa necessariamente fingere. Dove finisce l’espressione di sé e dove comincia, invece, la costruzione di un personaggio pensato per lo sguardo degli altri?

Secondo me una posa non è necessariamente una bugia. Può essere anche una forma di protezione. Quando scegli come presentarti, stai decidendo cosa vuoi mostrare e cosa preferisci tenere per te. Il problema nasce quando cominci a vivere soltanto in funzione dell’immagine che pensi gli altri vogliano vedere. Per me “Strike a pose” significa proprio la possibilità di scegliere come stare in quella scena, senza lasciare agli altri la regia di quello che sei.

Viviamo in un momento in cui possiamo controllare moltissimo ciò che mostriamo di noi, ma molto meno ciò che gli altri decidono di vedere. Quanto pesa questa distanza tra l’immagine che scegliamo e l’identità che ci viene attribuita?

Pesa molto, perché spesso le persone si fermano alla prima impressione. Puoi scegliere con attenzione quello che mostri, ma non puoi controllare del tutto ciò che arriverà dall’altra parte. E questo, a volte, fa paura. Io però ho capito che non posso passare il tempo a correggere l’idea che gli altri hanno di me. Altrimenti finisci per vivere in funzione di quella percezione. Preferisco restare coerente con quello che sento, anche sapendo che qualcuno potrebbe leggermi in modo completamente diverso.

Nel tuo percorso hai parlato spesso di identità e pregiudizio. Oggi ti ferisce ancora essere giudicato oppure hai imparato a trasformare quello sguardo in qualcosa che puoi utilizzare artisticamente?

Mi ferisce ancora. Non credo molto all’idea che, diventando artista, a un certo punto niente riesca più a toccarti. Impari semplicemente a non consegnare agli altri il potere di stabilire quanto vali. Il giudizio continuerà a esserci, fa parte del gioco. Io cerco di prenderlo e trasformarlo in qualcosa che posso raccontare. Il pregiudizio mi ha fatto male, ma mi ha anche insegnato molto sulle persone e su me stesso.

“Runway” mette insieme Manhattan, Tiffany, Pulp Fiction, Sorrentino, Al Pacino, moda e pop culture. Quanto di questo immaginario nasce dai tuoi riferimenti personali e quanto invece serve a raccontare un mondo in cui siamo continuamente esposti alle immagini degli altri?

Direi entrambe le cose. Sono cresciuto nutrendomi di cinema, musica, moda, immagini, quindi questi riferimenti entrano nella mia scrittura in modo abbastanza naturale. In “Runway” mi piaceva anche l’idea di creare una sorta di moodboard: immagini che arrivano da mondi diversi ma che, messe una accanto all’altra, restituiscono la stessa atmosfera. C’è una componente molto glamour, certo, ma sotto quella superficie volevo raccontare qualcosa di estremamente reale.

Anche i visual hanno un’estetica molto curata, quasi da editoriale di moda. Per un artista che lavora così tanto sull’immagine, quanto è difficile evitare che l’estetica finisca per prendere il sopravvento sulla musica?

Per me l’immagine non può essere semplicemente qualcosa che metti sopra una canzone per renderla più interessante. Deve partire dallo stesso punto. In questo progetto musica, styling, corpo, movimento e video nascono dalla stessa idea e devono parlare la stessa lingua. Se guardi un’immagine bellissima ma poi della canzone non ti resta nulla, evidentemente qualcosa non ha funzionato.

Tra i riferimenti del progetto compare anche “Vogue” di Madonna, uno dei brani che più hanno legato pop, corpo, moda e performance. Come si prende un immaginario così iconico senza trasformare la reference in imitazione?

Con rispetto, ma senza paura. “Vogue” è un riferimento gigantesco, perché ha mostrato quanto corpo, moda e performance possano diventare parte integrante del linguaggio pop. Non volevo rifarlo, anche perché sarebbe stato impossibile e senza senso. Mi interessava quell’attitudine, quel modo di stare davanti alla macchina da presa, quella libertà. Poi, però, devi portare tutto dentro il tuo mondo. Altrimenti non è più una reference, diventa una copia.

Hai scelto la dance per raccontare temi che normalmente associamo a linguaggi molto diversi: giudizio, identità, fede, guerra, sessualità, persino la ricerca di una forma di salvezza. Perché senti il bisogno di portare domande così profonde proprio dentro uno spazio pensato per ballare?

Perché per me ballare non significa smettere di pensare. Anzi, credo che a volte il corpo arrivi prima della testa. Mi piace l’idea che una persona possa ascoltare un brano, divertirsi, ballare e poi magari tornare a casa con una domanda. Non penso che una canzone debba sempre dare risposte. A volte può limitarsi ad aprire qualcosa. E il dancefloor, da questo punto di vista, mi sembra uno spazio potentissimo.

Il nuovo album si intitolerà “Il Paradiso è un Dress Code” e prende spunto anche dal “Paradiso Perduto” di John Milton e dai testi del Cristianesimo primitivo. Che cosa significa, per te, immaginare il paradiso come qualcosa che si può quasi “indossare”?

Per me significa smettere di pensare al paradiso soltanto come a un luogo lontano, mistico, al quale arrivare un giorno. Mi piace immaginarlo come qualcosa che parte da dentro e che può avere conseguenze molto concrete nel modo in cui vivi. Il dress code richiama l’appartenenza, ma anche una scelta: decidi cosa indossare e, in qualche modo, cosa vuoi rappresentare. Credo che il paradiso possa stare anche lì, nelle scelte che fai, nelle persone che ami, nel modo in cui tratti gli altri e in quello in cui impari a stare con te stesso.

Nel disco metti insieme sacro e clubbing, istinto e disciplina, corpo e spiritualità. Sono mondi che spesso vengono raccontati come opposti: tu, invece, cosa trovi nel punto in cui si incontrano?

Trovo l’essere umano. Siamo pieni di contraddizioni e credo che siano proprio quelle a renderci interessanti. Non vedo un conflitto nel mettere insieme sacro e clubbing, corpo e spiritualità. Per me possono convivere tranquillamente nella stessa persona. E forse questo disco nasce proprio dal desiderio di non dover più separare continuamente le diverse parti di me.

Prima della musica hai scritto libri contro il pregiudizio sui disturbi mentali e ti sei esposto pubblicamente anche contro bullismo e discriminazione. Quanto di quell’urgenza è rimasto nel Mattia cantautore e quanto, invece, hai dovuto imparare a lasciare fuori dalle canzoni?

È ancora completamente dentro di me. È cambiato soprattutto il modo in cui la racconto. Quando ero più giovane sentivo il bisogno di dire le cose in maniera molto diretta, quasi di spiegarle. Oggi preferisco lasciare più spazio a chi ascolta. Non voglio dire a una persona che cosa deve pensare. Preferisco raccontare una situazione, una sensazione, una contraddizione e lasciare che ognuno ci entri con quello che ha vissuto.

Dopo due album, dici di aver trovato con questo nuovo progetto una dimensione che senti finalmente tua. Che cosa non riuscivi ancora a dire nei lavori precedenti e che oggi, invece, senti di poter raccontare senza mediazioni?

Nei lavori precedenti sentivo ancora il bisogno di dimostrare qualcosa. Oggi molto meno. Posso permettermi di essere più libero, anche nelle contraddizioni. Posso parlare di fede, corpo, notte, paura, identità senza sentirmi obbligato a spiegare tutto o a rendere ogni cosa rassicurante. Questo disco nasce anche dal fatto che non sento più il bisogno di essere una cosa sola.

Alla fine di “Runway”, sulla passerella continui a camminare nonostante gli sguardi. Fuori dalla metafora: oggi che cosa significa, per te, continuare a camminare quando sai perfettamente che qualcuno sta aspettando che tu cada?

Significa non vivere pensando alla caduta che qualcuno sta aspettando. Prima o poi cadiamo tutti, e non credo sia quello il problema. Il problema sarebbe smettere di camminare per paura che accada. Per me andare avanti significa anche accettare che qualcuno possa non capirmi, non approvarmi o giudicarmi, senza permettere a quello sguardo di decidere la direzione al posto mio. La passerella può essere di tutti. Il modo in cui la attraversi, però, deve restare tuo.