"Prendiamoci cura gli uni degli altri, così da poter essere pericolosi insieme". Nero su bianco, a caratteri cubitali, sono queste le prime parole del vademecum "Guida tascabile alle manifestazioni di piazza". A diffonderlo sui suoi canali social il neonato "Movimento 17 ottobre", protagonista dei saccheggi e della guerriglia in centro a Milano dello scorso fine settimana. Nelle chat tramite cui giovani e giovanissimi - anche 11enni e 12enni - si contattano e programmano nuove azioni, c'è chi si dà alla filosofia e cita Bertolt Brecht: "Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso". All'origine di tutto un forte sentimento di rabbia e terrore per il futuro, che serpeggia nelle frange più giovani della società. Questa la spiegazione di alcuni dei membri del movimento che abbiamo raggiunto telefonicamente. Una vera e propria "rivoluzione fai da te".
Cosa c'è alla base delle vostre azioni? Qual è il vostro messaggio?
"Quello che ci spinge è una stanchezza e una rabbia profonda per la società in cui viviamo: esclusi, emarginati e senza futuro. Chi ha le possibilità economiche va all'estero, chi non può farlo rimane qui, sottopagato e sfruttato. In Italia ormai è impossibile vivere. Per questo siamo scesi in piazza, per difendere un nostro diritto fondamentale: avere una vita dignitosa. Sulla scia di quanto accaduto in Francia, crediamo che sia arrivato il momento anche per l'Italia".
Com’è nato il movimento del 17 ottobre?
"È nato in modo spontaneo, come tanti movimenti di massa, da una pluralità di richieste e istanze che condividiamo. Con una costante di fondo: noi giovani non stiamo trovando alcuno spazio per esprimerci e nessuna possibilità di dialogo con le istituzioni. Vediamo leggi approvate che vanno nella direzione opposta rispetto ai nostri bisogni: si fanno tagli alla scuola e all'università, mentre i soldi pubblici vengono dirottati sulla guerra. Noi parliamo a nome di noi stessi e ci esprimiamo con diverse modalità in base alle città in cui ci troviamo. Ogni contesto si regola sulle richieste specifiche che portiamo avanti: povertà, carovita e la mancanza di finanziamenti per la scuola e per la sanità pubblica. Un giorno ci chiederanno di combattere per loro, ma noi non abbiamo alcuna intenzione di piegare la testa ai loro voleri".
Chi c’è dietro l’organizzazione?
"Nessuno, o meglio solo i giovani. Non c’è alcuna organizzazione partitica o sindacale. È un movimento spontaneo che appartiene alle piazze. È l’unico modo che abbiamo trovato per incanalare la rabbia in una qualche forma politica. Siamo costantemente demonizzati, descritti come criminali, come se fossimo noi il problema della società. Ma noi siamo il futuro".
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Gli scontri all'ombra del Duomo di Milano
Perché ci sono così tanti minorenni in piazza, persino giovanissimi di 11 anni? Cosa li attira?
"I giovanissimi trovano finalmente uno spazio in cui potersi esprimere, anche se non sanno ancora bene come farlo. Per questo la rabbia si concretizza in vari modi. Finché non troveremo un canale istituzionale per dialogare, continueremo a reclamarlo nelle strade e nelle piazze. I più piccoli vedono in noi un possibile futuro, un futuro che però non vogliono per loro stessi. Si rendono conto che la scuola non offre garanzie e hanno paura di diventare “come quelli che non ce la stanno facendo”. La Gen Z sta cercando di far emergere la sua voce".
Vi hanno definiti "teppisti"...
"È molto più utile parlare delle istanze e delle richieste che portiamo avanti, piuttosto che concentrarsi unicamente sulle modalità di espressione. Abbiamo paura del futuro: se il nostro futuro è la morte, perché veniamo sfruttati con stage su stage, perché il sistema sanitario è al collasso e forse la pensione non la vedremo mai, lo Stato dove è? Di certo non supporta chi è in difficoltà".
Perché allora saccheggiare e prendere di mira negozi e supermercati?
"Prima di parlare della nostra violenza, bisogna parlare della violenza che l’oppresso subisce quotidianamente in questo Stato. Quello che accade è l'espressione della rabbia e di un profondo terrore. Un giorno quel futuro di cui abbiamo paura diventerà il nostro presente. E le possibilità che ci vengono date sono limitate, se non inesistenti".
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Alcuni giovani e giovanissimi saccheggiano un negozio in zona Cairoli, a Milano, dopo aver sfondato la vetrina
Perché non puntare il mirino contro luoghi simbolici?
"La rabbia è irrazionale, non è mossa da un intento ragionato. Ma ha certamente un sostrato che dobbiamo analizzare. È esplosa nel centro della città di Milano, nei quartieri ricchi e borghesi frequentati dai turisti. In quei luoghi da cui molti di noi si sentono esclusi, che sono simbolo di una ricchezza che ci è stata rubata. Perché mai dovremmo voler bene a un mondo che ci esclude e ci demonizza? Non escludiamo che in futuro ci saranno obiettivi più razionali nel senso politico del termine; per ora, ognuno esprime la propria rabbia nel modo che abbiamo visto".
Perché proprio ora?
"Questo malcontento non nasce solo dal contesto attuale, radica le sue origini già da prima. In particolare dal Covid, periodo in cui molti di noi hanno visto e vissuto cose mai viste prima. Da lì in poi è sparita per noi ogni prospettiva positiva e si va di male in peggio".
E adesso? Quali sono i prossimi passi?
"C’è una volontà trasversale del popolo di voler cambiare le cose. Vogliamo organizzarci, tornare in piazza, strutturarci meglio ed essere più lucidi nelle scelte che facciamo. Essendo nati in modo spontaneo è una cosa complicata, perché non abbiamo ancora tutti gli strumenti per farlo, ma li troveremo. In molti Paesi, dalla spontaneità è nata una pressione politica efficace. Non si tratta di una struttura politica tradizionale, ma di uno spazio politico che ci è stato negato e che ora reclamiamo. Dalle piazze, dalle assemblee, dai momenti di incontro si formeranno richieste che arriveranno dal basso.
Vedremo nelle prossime settimane come tutto questo si evolverà. Magari potrà trasformarsi, come in Francia e in Albania, in una grande manifestazione di massa per aumentare la pressione sul governo affinché cada o almeno ceda. Per questo esecutivo l’ascolto non esiste, esiste solo la repressione: manganelli, lacrimogeni, cannoni d'acqua. Non ci vogliono nelle piazze, figuriamoci se le istituzioni sono disposte ad ascoltarci. Ma una maggiore repressione porterà a una maggiore violenza".