Nessuna bandiera di partito, nessun leader da seguire, nessuna organizzazione tradizionale alle spalle. Solo un tam tam partito da TikTok e migliaia di ragazzi scesi in strada con la stessa rabbia. A Milano la Gen Z ha trasformato i social in una piazza reale, replicando dinamiche e slogan delle proteste francesi. Tra studenti, giovani delle periferie e italiani di seconda generazione, la contestazione ha mostrato il volto più irrequieto di chi si sente senza rappresentanza e che promette di non fermarsi qui.
Le anime della piazza - Sotto la cronaca della violenza emerge un dato politico e sociale: una nuova mobilitazione giovanile, fluida e senza capi, che si organizza online e porta in strada il disagio di una parte crescente del Paese. Chi ha lanciato la manifestazione l'ha voluta infatti apartitica, senza bandiere se non quella italiana. E per chi è abituato a scendere in piazza questo significa non sapere chi troverà in manifestazione, non avere una linea da seguire. Così a Milano si sono ritrovate tante anime diverse, dai giovani che appartengono ai collettivi studenteschi a quelli (la maggioranza) italiani di seconda generazione, spesso provenienti dall'hinterland. Vite e istanze differenti ma con più di un elemento in comune, a partire dalla giovanissima età, con quasi tutti i manifestanti under 20 e alcuni anche delle scuole medie.
Il fil rouge Parigi - Milano - La rabbia per le condizioni di vita è la stessa dei giovani francesi, che in piazza sfocia contro le forze dell'ordine con il coro "tout le monde deteste la Police". Ed è diventato ormai un classico anche dei cortei italiani. Qui però non ci sono leader da intervistare come in Francia o una personalità che si erga a portavoce. C'è la potenza dei social, soprattutto del più usato dai giovanissimi, TikTok, che hanno messo insieme le tante sfaccettature della Generazione Z, da quella già impegnata e politicizzata a quelli che in termine spregiativo vengono chiamati "maranza", che si sono tramutati in parte in casseurs lanciando transenne, tavolini e sfondato vetrine.
Il disagio generazionale - Dietro gli scontri e la violenza, spiegano i sociologi, c'è un disagio generazionale che da anni attraversa i giovani europei. Non si tratta soltanto di una protesta contro il caro vita o i salari bassi, ma della percezione di avere meno opportunità rispetto alle generazioni precedenti. I ragazzi della Gen Z sono cresciuti tra crisi economiche, pandemia, inflazione e un mercato del lavoro sempre più precario. A differenza dei movimenti del passato, però, tendono a diffidare delle organizzazioni tradizionali, dai partiti ai sindacati, e preferiscono forme di mobilitazione orizzontali, senza leader riconosciuti, coordinate attraverso i social network. Secondo il sociologo Alessandro Rosina, coordinatore dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo, nelle nuove generazioni non manca l'interesse per la politica, ma cresce la richiesta di canali di partecipazione diversi da quelli tradizionali e la sensazione di non essere sufficientemente ascoltati dalle istituzioni.
Il ruolo dei social - Quando a un senso diffuso di esclusione sociale si aggiunge la capacità dei social di amplificare emozioni e mobilitazione in tempo reale, la protesta può trasformarsi rapidamente da manifestazione di dissenso a esplosione di rabbia collettiva. In questo contesto TikTok non è soltanto uno strumento di comunicazione, ma diventa il luogo in cui identità, rabbia e senso di appartenenza si alimentano reciprocamente. Gli esperti osservano come molte proteste giovanili degli ultimi anni, dalla Francia alla Serbia fino ad altri Paesi europei, siano caratterizzate dagli stessi elementi: organizzazione digitale, assenza di una leadership riconosciuta e forte sfiducia verso la politica tradizionale.