Negli ultimi anni, complice l'aumento del costo della vita, il diffondersi del delivery e l'evoluzione dell'offerta alimentare, è emerso un fenomeno che alcuni osservatori hanno definito "eat-at-home economy". L'espressione è stata resa popolare dalla stampa economica internazionale, in particolare dal "Financial Times", per descrivere il trasferimento di una parte crescente dei consumi alimentari dai locali alle mura domestiche. Un vero e proprio ecosistema di prodotti e servizi che punta a ricreare a domicilio esperienze tradizionalmente associate a ristoranti, bar, eccetera.
Che cos'è l'eat-at-home economy -
Non esiste ancora una definizione ufficiale nei principali dizionari economici internazionali, ma il significato dell'espressione è ormai abbastanza consolidato. Tradotto letteralmente, il termine significa "economia del mangiare a casa": l'insieme delle attività economiche che beneficiano della scelta dei consumatori di mangiare a casa anziché al ristorante.
A farne parte sono settori molto diversi tra loro: dai servizi di consegna della spesa a domicilio ai meal kit, dai piatti pronti di fascia alta alle proposte gastronomiche dei supermercati, fino agli chef a domicilio e alle formule che portano l'esperienza della ristorazione direttamente nelle abitazioni. Più che una rinuncia al mangiare fuori, il fenomeno rappresenta un cambiamento del luogo in cui viene vissuta l'esperienza gastronomica.
Dal Regno Unito agli Stati Uniti, una tendenza che attraversa i mercati globali -
Sebbene l'espressione sia stata resa popolare soprattutto nel Regno Unito, i segnali che ne sostengono la diffusione emergono ormai in numerosi Paesi. Nel mercato britannico il fenomeno è associato alla crescita dei pasti premium da supermercato, dei meal kit e dei servizi di consegna a domicilio che permettono di consumare a casa prodotti presentati come alternativi all'esperienza del ristorante. Secondo le analisi rilanciate dal "Financial Times", l'aumento dei costi della ristorazione e la ricerca di convenienza stanno spingendo una quota crescente di consumatori verso il consumo domestico.
La tendenza è visibile anche negli Stati Uniti. Un'analisi di Reuters ha rilevato che nel 2025 le visite ai supermercati hanno superato quelle a ristoranti e bar, segnale di una maggiore propensione a consumare i pasti tra le mura domestiche.
Lo scenario appare ancora più evidente osservando le ricerche globali. Secondo Innova Market Insights, il 46% dei consumatori dichiara di mangiare a casa più spesso rispetto al passato, mentre circa una persona su tre trascorre più tempo in casa. Le pressioni sul costo della vita hanno reso il rapporto qualità-prezzo il principale criterio alla base delle scelte alimentari. Lo studio indica inoltre che questo cambiamento è particolarmente evidente in Europa e in diversi Paesi del continente americano, dove molte abitudini sviluppate durante la pandemia si sono consolidate anche negli anni successivi.
I segnali che arrivano dall'Italia -
L'eat-at-home economy non è una categoria statistica ufficiale, ma, appunto, un'espressione utilizzata per descrivere la crescente tendenza a consumare pasti ed esperienze gastronomiche in ambito domestico. Anche in Italia alcuni dati suggeriscono dinamiche simili. Secondo il rapporto Spese per consumi delle famiglie - Anno 2025 dell'Istat, la quota di spesa destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche è salita al 19,8% del bilancio familiare, contro il 19,3% dell'anno precedente. La spesa media mensile per questa voce è passata da 533 a 552 euro.
Nello stesso periodo, quasi tre famiglie su dieci (29,4%) hanno dichiarato di aver limitato la spesa alimentare riducendo quantità o qualità degli acquisti. Un quadro che mostra come il cibo continui a occupare una posizione centrale nei bilanci domestici e come l'attenzione al prezzo influenzi in misura crescente le scelte dei consumatori.
Si esce ancora, ma in modo più selettivo -
I dati dell'Osservatorio del mercato Away From Home mostrano che nel 2025 il mercato italiano dei consumi fuori casa ha raggiunto i 102 miliardi di euro, mentre il numero delle visite è diminuito dell'1,1%. In altre parole, il valore complessivo del settore continua a crescere, ma i consumatori sembrano selezionare con maggiore attenzione le occasioni in cui concedersi un pranzo, una cena o un aperitivo fuori. Lo stesso studio evidenzia che a crescere sono soprattutto i ristoranti indipendenti di fascia medio-alta, mentre le formule più economiche mostrano maggiori difficoltà.
La pressione sui bar e sui locali di prossimità -
Le trasformazioni nei consumi si riflettono anche sul tessuto commerciale. Un'elaborazione di Confesercenti sui dati delle Camere di commercio mostra che tra il 2019 e il 2025 il numero dei bar in Italia è diminuito di oltre 24mila unità, con una contrazione del 14,2%. Si tratta dell'equivalente di circa undici attività in meno ogni giorno. Secondo l'associazione, tra le cause figurano l'aumento dei costi di gestione, la perdita di potere d'acquisto delle famiglie, la diffusione dello smart working, la concorrenza della grande distribuzione e la crescita dei servizi di consegna.
Più che un fenomeno passeggero, l'eat-at-home economy sembra quindi inserirsi in una trasformazione più ampia delle abitudini alimentari. La casa non sostituisce completamente ristoranti e bar, ma torna a essere uno dei luoghi centrali del consumo, sostenuta da un'offerta sempre più ampia di prodotti e servizi pensati per portare l'esperienza gastronomica direttamente al tavolo di casa.