IL DOLORE DELL'ADDIO

Come affrontare il lutto di un genitore: imparare a vivere con un'assenza che cambia tutto

Perdere la madre o il padre, anche da adulti, può trasformare profondamente il nostro equilibrio emotivo. La psicologia spiega perché il dolore non segue tempi prestabiliti e come ritrovare, poco alla volta, un nuovo modo di vivere

di Silvia Trevaini
© Istockphoto

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Ci sono perdite che sembrano dividere la vita in due: un prima e un dopo. La morte di un genitore è spesso una di queste. Non importa quanti anni abbiamo, se siamo diventati a nostra volta madri o padri, se viviamo lontano dalla famiglia o se da tempo conduciamo una vita indipendente. Quando muore una madre o un padre, può venir meno una presenza che ha accompagnato gran parte della nostra esistenza, qualcuno che conosceva la nostra storia fin dall'inizio. Il lutto di un genitore non è soltanto il dolore per una persona che non c'è più: può essere anche la perdita di un punto di riferimento, di una parte della nostra identità e di un modo di sentirci figli. A volte il dolore arriva improvvisamente, altre volte segue una lunga malattia, durante la quale abbiamo già cominciato a confrontarci con la possibilità dell'addio. In entrambi i casi, la sofferenza può assumere forme inattese. C'è chi piange continuamente e chi non riesce a versare una lacrima, chi sente un vuoto insopportabile e chi prova una calma che lo fa sentire in colpa. Non esiste una reazione giusta, così come non esiste un calendario universale per tornare a stare bene. La psicologia contemporanea ci invita a considerare il lutto non come un percorso obbligato verso la dimenticanza, ma come un processo di adattamento a una realtà nella quale la persona amata non è più fisicamente presente.

Quando perdiamo un genitore, cambia anche il nostro posto nel mondo -

 La morte di un genitore può modificare il modo in cui percepiamo noi stessi. Anche quando il rapporto era complicato o distante, quella persona rappresentava una parte importante della nostra storia familiare. Per alcuni, la perdita significa non avere più qualcuno a cui chiedere consiglio; per altri, non poter più raccontare una buona notizia, condividere un ricordo d'infanzia o fare una telefonata abituale. Sono proprio questi gesti ordinari a rendere l'assenza particolarmente concreta. Il dolore può emergere nei momenti più semplici, quando ci accorgiamo che un'abitudine non ha più il suo destinatario. La perdita può inoltre farci percepire con maggiore intensità il passare del tempo e la nostra stessa mortalità. Se muore l'ultimo genitore ancora in vita, alcune persone descrivono la sensazione di essere diventate improvvisamente la generazione più anziana della famiglia. Altre avvertono nuove responsabilità nei confronti di fratelli, sorelle o figli. Non tutti vivono questi cambiamenti allo stesso modo, ma riconoscere che il lutto coinvolge anche identità, ruoli e relazioni può aiutare a comprendere perché il dolore sia talvolta così profondo.

Non esistono cinque tappe obbligatorie: il lutto non procede in linea retta -

 Una delle idee più diffuse è che il lutto debba attraversare necessariamente cinque fasi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Il modello, reso celebre dalla psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, viene spesso applicato alla perdita di una persona cara, ma non descrive un percorso universale che tutti debbano seguire. Non esiste una sequenza emotiva obbligatoria e non c'è nulla di sbagliato nel provare sentimenti diversi, anche contraddittori, nello stesso giorno. La ricerca contemporanea propone una visione più flessibile. Il modello del doppio processo del lutto, sviluppato dagli psicologi Margaret Stroebe e Henk Schut, descrive un'oscillazione tra momenti nei quali ci confrontiamo direttamente con la perdita e altri nei quali cerchiamo di adattarci alla vita quotidiana. Possiamo piangere ricordando nostro padre e, poco dopo, ridere durante una cena con gli amici. Possiamo sentirci sopraffatti dalla nostalgia e il giorno successivo riuscire a lavorare con concentrazione. Non significa amare di meno o aver dimenticato. Significa che la mente cerca di affrontare contemporaneamente il dolore dell'assenza e le esigenze della vita che continua.

Tristezza, rabbia e sensi di colpa: le emozioni che spesso non raccontiamo -

 La tristezza è probabilmente l'emozione che associamo più facilmente al lutto, ma non è l'unica. Dopo la morte di un genitore possono emergere rabbia, incredulità, paura, solitudine e soprattutto sensi di colpa. C'è chi continua a ripensare all'ultima conversazione, a una visita rimandata, a una frase detta durante una discussione o a qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente. Il lutto può portarci a giudicare il passato con informazioni e consapevolezze che allora non possedevamo. Questo non rende meno dolorosi i rimpianti, ma può aiutarci a guardarli con maggiore comprensione. Se il genitore è morto dopo una malattia lunga e impegnativa, può comparire anche un senso di sollievo per la fine della sofferenza o dell'assistenza continua. È una reazione che alcune persone vivono con vergogna, come se fosse incompatibile con l'amore. In realtà, sollievo e dolore possono coesistere. Anche la qualità del rapporto precedente conta: perdere un genitore con il quale esistevano conflitti irrisolti può significare elaborare non soltanto ciò che è stato, ma anche ciò che non potrà più essere. Non bisogna forzarsi a provare emozioni considerate più appropriate. È più utile riconoscere ciò che si sente, senza trasformarlo in un giudizio sul proprio valore o sull'affetto provato.

Come attraversare i giorni più difficili senza pretendere di essere forti -

 Dopo una perdita importante, anche le attività più semplici possono diventare faticose. Dormire, mangiare regolarmente, concentrarsi o prendere decisioni può richiedere uno sforzo maggiore del solito. Per questo, soprattutto nelle prime settimane, può essere utile ridurre le aspettative verso se stessi e accettare un aiuto concreto. Non sempre abbiamo bisogno di grandi discorsi: a volte è più prezioso qualcuno che prepari un pasto, accompagni a un appuntamento o rimanga semplicemente accanto a noi. Affrontare il lutto non significa dimostrare continuamente di essere forti, ma trovare modi sostenibili per attraversare una fase difficile. Mantenere alcune abitudini quotidiane, quando possibile, può offrire una struttura rassicurante. Una passeggiata, un pasto condiviso, un orario di riposo relativamente regolare o un momento dedicato a qualcosa che ci piace possono aiutare a non perdere completamente il contatto con la quotidianità. Anche parlare del genitore scomparso può essere importante, ma non deve diventare un obbligo. Alcune persone trovano conforto nel raccontare ricordi, altre preferiscono scrivere, osservare fotografie o trascorrere momenti di silenzio. Non esiste un modo migliore in assoluto: conta ciò che risulta rispettoso dei propri tempi e bisogni.

Continuare ad amare chi non c'è più: il valore dei ricordi e dei rituali -

 Per molto tempo si è pensato che elaborare un lutto significasse soprattutto imparare a distaccarsi emotivamente dalla persona scomparsa. Oggi la psicologia riconosce che, per molte persone, mantenere un legame simbolico con chi è morto può far parte di un adattamento sano alla perdita. Questo approccio viene spesso descritto attraverso il concetto di continuing bonds, cioè la continuità dei legami affettivi. Non dobbiamo necessariamente smettere di sentirci figli per continuare a vivere dopo la morte di un genitore. Possiamo conservare una ricetta di famiglia, ascoltare una canzone che amava, raccontare ai nostri figli un episodio della sua vita o mantenere una tradizione che ci univa. Anche scrivere una lettera con le parole che non siamo riusciti a pronunciare può rappresentare, per alcune persone, un modo per dare spazio ai sentimenti. Questi gesti non cancellano l'assenza e non devono essere utilizzati per evitare indefinitamente di confrontarsi con la realtà della perdita. Possono però aiutare a trasformare il rapporto: non più una relazione fatta di incontri e conversazioni, ma una presenza nella memoria, nei valori e nella storia personale. Il legame cambia forma, senza dover necessariamente scomparire.

Quando il dolore non si attenua: riconoscere il bisogno di aiuto -

 Il lutto può essere intenso e durare a lungo senza rappresentare automaticamente un disturbo psicologico. Non esiste una data entro la quale sia necessario smettere di soffrire. Tuttavia, quando il dolore rimane pervasivo, compromette gravemente la vita quotidiana e impedisce per un periodo prolungato di adattarsi alla perdita, può essere importante chiedere una valutazione professionale. La classificazione internazionale ICD-11 riconosce il disturbo da lutto prolungato, caratterizzato da una risposta persistente e intensa alla perdita, accompagnata da una compromissione significativa del funzionamento personale. Non significa che soffrire molto o continuare a sentire la mancanza di un genitore sia una malattia. La distinzione riguarda l'intensità, la persistenza, il contesto culturale e l'impatto concreto sulla vita. Un sostegno psicologico può essere utile anche senza una diagnosi, soprattutto quando ci si sente bloccati, isolati o sopraffatti. È importante inoltre non confondere automaticamente lutto e depressione, pur sapendo che le due condizioni possono talvolta coesistere. Se compaiono pensieri di morte o di farsi del male, è necessario cercare aiuto immediato attraverso i servizi di emergenza o un professionista sanitario. Chiedere sostegno non significa non essere capaci di affrontare la perdita: significa riconoscere che alcune esperienze richiedono di non rimanere soli.

Andare avanti non significa lasciare indietro chi abbiamo amato -

 La morte di una madre o di un padre può lasciare un vuoto che nessun'altra relazione potrà riempire nello stesso modo. E forse il punto non è nemmeno cercare di riempirlo. Affrontare il lutto non significa dimenticare, smettere di provare nostalgia o arrivare a un giorno nel quale tutto tornerà esattamente come prima. Significa imparare, con tempi diversi per ciascuno, a costruire una vita nella quale l'assenza trovi un posto senza occupare necessariamente ogni spazio. Ci saranno anniversari difficili, feste nelle quali una sedia vuota sembrerà più evidente e momenti felici accompagnati dal desiderio di poterli condividere ancora. Ma potranno esserci anche nuovi progetti, relazioni, risate e giornate serene. Non sono tradimenti della memoria. Sono parte della vita che continua. Perché il legame con un genitore non si misura soltanto nel tempo trascorso insieme, ma anche in ciò che rimane dentro di noi: parole, gesti, insegnamenti, ricordi e modi di guardare il mondo. Forse affrontare il lutto significa proprio questo: imparare a vivere senza la presenza di una persona, senza dover rinunciare all'amore che ci ha legati a lei.