Le Barbie 3.0 hanno la riga in mezzo, i capelli piastrati di fresco ogni mattina, un top e un paio di shorts. Le scarpe da ginnastica con i fantasmini. I moderni Ken hanno invece un ciuffo invidiabile, maglietta o camicia, jeans e scarpe da ginnastica, preferibilmente bianche. C’è qualcosa di familiare? Forse perché il modello imperante della scorsa estate – in particolare, ma non solo – era esattamente questo.
La moda esiste da sempre, da quando globalizzazione e social hanno creato un mix a dir poco esplosivo, però, forse si fa un po' meno e si segue pedissequamente sempre di più. Poco è affidato alla creatività individuale: si tratta di emulare un modello come si può, scegliendo le marche giuste, quelle del momento. Il risultato è spesso splendido, non c’è che dire. Magari però dobbiamo fermarci un momento e chiederci: la globalizzazione si è impossessata "solo" del nostro modo di vestire e delle vie dei nostri centri storici?
Faccio un passo indietro. Ho cominciato a concentrarmi su questo argomento dopo aver visto un video musicale… come dire, molto performato. Una cantante si esibiva sotto una pioggia fittizia. Pelle lucida, abiti succinti sempre più trasparenti, ammiccamenti e pose che non avrebbe neanche senso definire ambigue facevano il resto. Niente di nuovo rispetto alla maggior parte dei video che circolano ultimamente.
Sia chiaro: io sono tutt’altro che bacchettona. Amo vestirmi come mi gira, reputo lo stile un biglietto da visita, come tutti, e di certo non scelgo "la gonna un po' più lunga" - come direbbe qualcuno - per dimostrarmi più "affidabile". Ma quello che mi impressiona di quella performance è il fatto che l'audio sia pressoché inutile. È una canzoncina soffiata dietro l’orecchio come milioni di altre, senza trovate, senza nulla che si discosti da quello che ci aspetta. Invece quel video era diretto come uno shuttle, ma ancora di più lo erano i commenti sotto. Mai visto niente di simile.
Il meccanismo intrinseco a questa operazione è inquietante e raccapricciante insieme: io mi spoglio, e voi potete scrivere e pensare tutto quello che volete. Libertà per libertà. Il problema è che questo presta il fianco a battute, insulti, doppi sensi, apprezzamenti da bar della stazione del primo Novecento alle 4 del mattino.
A questa idealizzazione - più che mai fuori tempo - e a questa rincorsa spasmodica di uno standard praticamente impossibile da raggiungere consegue uno squilibrio fra desiderio e realtà, fra essere e avere. Nella pratica, i rapporti reali si fanno sempre più sporadici, difficili. E questo accade sia agli uomini sia alle donne.
Nel caso delle donne, però, è più probabile incorrere in un ulteriore rischio. Tanti ragazzi sono così sopraffatti da questa perfezione da arrivare a credersi impotenti, proprio perché la distanza tra schermo e realtà rende spesso inimmaginabile un vero approccio. E da lì parte il tilt: mi piaci troppo, non posso averti - non potrò mai averti - e quindi mi allontano. Mi isolo. È lo stesso meccanismo che, portato all’esasperazione, rischia di diventare: perché allontanarmi quando posso invece prenderti con la forza, maltrattarti, ribaltare la situazione approfittando dell’unica carta di cui dispongo, la forza?
Non è un caso isolato l'episodio avvenuto a Napoli la notte tra sabato e domenica. Un gruppo di ragazzi si avvicina a due ragazze, le infastidisce, le molesta. Lì vicino, però, c’è il padre, che interviene per difenderle. E cosa succede? Viene picchiato finché una gamba non gli finisce sotto un camioncino dell'immondizia che passava di lì. Il fatto che sia successo al Vomero non mi sembra altro che uno scherzo del destino: un luogo che più di molti altri rappresenta la ricchezza, la perfezione, lo status quo di chi sta bene e "se lo può permettere". È un altro accostamento dissonante, come quello tra i Ken che spopolano sui social e il “branco” lupesco, affamato, bestiale che vive la vita vera.
Il risultato di tutto questo? Un nuovo patriarcato, anche in questo caso 3.0, che perde anche la grazia stilnovista del corteggiamento per spingersi all’ossimoro. Un patriarcato che si nutre dei social, dell’idealizzazione, dei modelli irraggiungibili, della lontananza, di tutte quelle Barbie e di tutti quei Ken.
Ditemi voi come fa a nascere l’amore con questi presupposti, ma con commenti gentili e stilnovisti, che non trasudino odio. Ce n’è già troppo di questi tempi.
Chiara Baldi
Chiara Baldi è nata nel marzo del 1990 a Costigliole d'Asti, un paese tra le Langhe e il Monferrato dove torna ancora oggi per scrivere. Ha pubblicato nel 2023 con Mondadori L'erede della felicità. Attualmente sta lavorando a un nuovo titolo per Rizzoli che vedrà la luce il prossimo anno. Svolge attività di scrittura per terzi in ambito narrativo e saggistico ed è autrice televisiva per Mediaset