solo nel breve periodo

L'intesa tra Stati Uniti e Russia sul diesel può davvero far abbassare i prezzi?

La combinazione tra raffinerie bombardate, infrastrutture danneggiate e rotte insicure rende improbabile una riduzione duratura dei costi nonostante l'accordo. E per l'Europa non ci sarà nessun vantaggio

© Dal Web | petrolio

© Dal Web| petrolio

L'intesa tra Stati Uniti e Russia sul ritorno di una quota di gasolio russo sul mercato ha avuto un effetto immediato sulle quotazioni, ma difficilmente potrà determinare una discesa stabile dei prezzi energetici. Questo perché i mercati continuano a guardare oltre l'annuncio politico e a concentrarsi sul lungo periodo. E qui ci si scontra con due problemi, strettamente collegati tra loro. Da un lato i numeri, a fine settembre da Hormuz transitavano 677mila barili di prodotti raffinati al giorno rispetto 3,6 milioni pre-guerra (dati Kpler), con un calo di oltre l'80%; dall'altro la distribuzione. Il problema non è solo il blocco dello Stretto ma anche i danni inferti dall’Iran alle raffinerie. E sempre per i danni agli impianti il Qatar, secondo maggior esportatore di gas naturale liquefatto al mondo dopo gli Usa, ha esteso la forza maggiore fino a dicembre. Poi c’è la guerra tra Mosca e Kiev, con quest’ultima che bombarda le infrastrutture energetiche russe nonostante gli appelli di Trump. Tutti elementi che hanno ridotto drasticamente la produzione globale di carburante.

Perché c'è stato un calo così drastico delle esportazioni? - Secondo il rapporto di settembre dell'Iea (International energy agency) la strozzatura più grave non riguarda più il greggio, ma i prodotti raffinati. Le esportazioni nette di diesel e gasolio provenienti da Golfo Persico e Russia risultano inferiori di circa 1,6 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli precedenti alla crisi, mentre i flussi di prodotti raffinati e GPL dal Golfo restano ridotti di circa 3,7 milioni di barili al giorno. Alla base di questo deficit c'è il deterioramento delle infrastrutture energetiche. In Medio Oriente, gli attacchi hanno costretto alla chiusura di quasi 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione, mentre in Russia i bombardamenti ucraini contro raffinerie, depositi e impianti energetici hanno ridotto in modo significativo la produzione e l'export di carburanti. L'Iea sottolinea che il sistema globale della raffinazione è ormai "al limite" con impianti danneggiati o operativi a capacità ridotta e una crescente difficoltà nel compensare le perdite di offerta.

Quanto può compensare l'accordo Usa-Russia? - Poco. Dopo la marcia indietro di Trump sulle sanzioni a Mosca dovrebbero arrivare 2,25 milioni di barili questo mese (ovvero 300mila tonnellate), 3,75 milioni a novembre, e 7,5 milioni "subito dopo", probabilmente a dicembre, stando alle conferme del Cremlino. Senza contare gli altri 22,5 milioni di barili che Trump ha promesso arriveranno "entro breve".  Ma sono gocce in mezzo al mare. I maggiori flussi che dovrebbero arrivare a ottobre da Mosca equivalgono a circa 72mila barili al giorno, una quantità davvero modesta rispetto alla domanda globale (solo per il diesel è pari a 30 milioni di barili al giorno) e alle esportazioni russe pre-attacchi, che erano di circa 800mila al giorno negli ultimi mesi del 2025. In pratica vuol dire che questo mese potrebbe affluire sul mercato il 10% dell'export mensile della Russia pre-guerra in Iran. È proprio questa fragilità industriale a spiegare perché l'accordo tra Washington e Mosca non basta a cambiare il quadro. Anche se una parte del gasolio russo tornerà sul mercato, le quantità aggiuntive restano modeste rispetto ai volumi persi a causa della guerra e delle interruzioni produttive. E i mercati sanno che ricostruire raffinerie, ripristinare terminali danneggiati e riportare a pieno regime intere filiere energetiche richiede mesi, se non anni.

Per l'Europa ci sono vantaggi, anche se nel breve periodo? No, nessuno. Quel gasolio non arriverà in Europa. Bruxelles continua infatti a mantenere il divieto di importazione dei prodotti petroliferi russi. "Sospendere le sanzioni sul gasolio russo offre a Mosca maggiori entrate per portare avanti la guerra. Non è il momento di allentare le pressioni e l'Europa non lo farà", ha dichiarato la responsabile della diplomazia Ue, Kaja Kallas. Finché resteranno fuori servizio quasi 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione in Medio Oriente e le raffinerie russe continueranno a subire gli effetti degli attacchi, i prezzi europei potranno registrare fasi di tregua ma difficilmente torneranno in modo stabile ai livelli precedenti alla crisi. Per Bruxelles, spiega ancora l'Iea il vero punto debole non è la mancanza di greggio ma la carenza globale di carburanti raffinati. E poiché il diesel è il combustibile che alimenta gran parte del trasporto merci e dell'industria europea, la sua persistente scarsità continuerà a trasferire pressioni inflazionistiche su trasporti, logistica e prezzi al consumo anche se il petrolio dovesse temporaneamente correggere al ribasso. L'accordo tra Washington e Mosca avrà quindi effetti diretti soprattutto sui mercati extraeuropei, mentre per l'Unione europea l'eventuale beneficio potrà arrivare soltanto attraverso un allentamento delle tensioni sui prezzi internazionali.

Quanto incide il rischio geopolitico sulla valutazione dei mercati? - Molto. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, resta un punto vulnerabile per gli approvvigionamenti globali. Finché le rotte energetiche del Golfo e le infrastrutture russe continueranno a essere esposte agli attacchi gli operatori manterranno un premio al rischio incorporato nei prezzi. Per questo gli annunci possono provocare ribassi nel breve periodo, ma non eliminano le cause strutturali della crisi. Come evidenzia il rapporto di settembre con le scorte mondiali in calo, le raffinerie sotto pressione e le esportazioni di diesel ancora ben al di sotto dei livelli prebellici, il mercato continua a scontare una carenza di carburanti più che di petrolio. Ed è proprio questa combinazione di raffinerie bombardate, infrastrutture danneggiate e rotte insicure a rendere improbabile una riduzione duratura dei prezzi nonostante l'accordo tra Stati Uniti e Russia.