EMERGENZA ABITATIVA / 1

Stipendi fermi e boom degli affitti brevi: perché la casa è diventata un problema mondiale

Le cause della crisi abitativa, dall’Italia alle grandi metropoli

di Giuliana Grimaldi
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L'emergenza casa ha fatto cadere la prima testa, quella di Pedro Sánchez: il premier spagnolo ha annunciato elezioni anticipate per il 29 novembre. Dove gli scandali giudiziari, la fragilità della sua maggioranza o la pressione migratoria su Ceuta non erano arrivati, è riuscita la crisi abitativa, dopo la bocciatura dei decreti sulla casa. Sabato 3 ottobre le strade di Madrid si sono riempite di manifestanti che scandivano gli slogan "Tenemos las llaves de todo Madrid", abbiamo le chiavi di tutta Madrid, e "Fuera rentistas de nuestros barrios", fuori i rentier dai nostri quartieri.

Le chiavi tintinnano in Puerta del Sol, ma la rabbia che le ha mosse è la stessa che si respira da New York a Milano, da Londra a Parigi. Non solo la signora Maricarmen, sfrattata a 87 anni, il dramma di sfratti e case introvabili non risparmia neppure i giovani. Com’è possibile aver studiato per anni, spesso più dei propri genitori, lavorare anche 10-12 ore al giorno e non potersi permettere di vivere nella stessa città in cui si ha il proprio ufficio?  Avere magari 35 anni e doversi ancora accontentare di una stanza o di un posto letto perché il reddito disponibile consente di sostenere un affitto di appena 34 metri quadrati o l'acquisto con mutuo di 22 metri? E dopo aver pagato 800-900 euro per un loculo, dover fare i conti anche per uscire a mangiare una pizza e bere una birra. Non parliamo poi, di farsi una famiglia su queste premesse economiche e logistiche.

Da qui parte il viaggio di Tgcom24 in diverse puntate per raccontare perché la casa è l'emergenza dei nostri giorni: dalle cause della crisi alle sue ricadute economiche su single, coppie, donne, famiglie; dalle possibili risposte fino al paradossale sogno di rendere tutte le abitazioni green proprio quando un tetto sulla testa è fuori dalla portata di moltissimi.

Le storie di chi è stato "sputato" fuori dalla città -

  "Quando mia figlia aveva 6 anni ho scelto di affittare per noi un appartamento in zona Brera, vicino alla scuola che lei frequentava. Per me era fondamentale lei potesse essere accompagnata da una tata in mia assenza visto che lavoravo a tempo pieno a volte con turni notturni o all'alba. Quando ha cominciato ad andare a scuola da sola per me era rassicurante il pensiero che tornasse senza lunghi percorsi o mezzi. La casa era in un bel quartiere è vero ma era un appartamento normalissimo, senza alcuna ristrutturazione, bagni datati, spifferi e impianto elettrico a vista. Dopo 12 anni di affitto e spese regolarmente e puntualmente pagate persino durante la pandemia, mi sono sentita dire dai proprietari che dovevo sloggiare a scadenza. Alla domanda se intendevano usare loro l’appartamento oppure riaffittarlo mi è stato risposto: 'Siete delle miracolate a essere state qui, ora lo affitteremo al triplo'.

Una settimana fa dopo avere gettato in discarica i ricordi di una vita, regalato a una amica le amate piante della mia terrazza, ho riconsegnato le chiavi al proprietario e scoperto che la casa dove la mia famiglia ha vissuto la sua storia diventerà un ufficio. I nuovi inquilini pagheranno 6mila euro quando io ne avevo pagati 1.600, poi 2mila. Tre volte tanto e senza che il proprietario faccia un minimo lavoro di ristrutturazione. La più amareggiata è mia figlia, oramai grande: 'Mamma, ma ci cacciano per metterci un ufficio? Ma non è giusto, noi eravamo parte del quartiere, la cassiera del supermercato, il fruttivendolo, il barista ci chiamavano per nome… non è giusto!'"


Questa la testimonianza a Tgcom24 di Eleonora, comunicatrice di successo ha chiuso le scatole del trasloco da pochi giorni e la rabbia per quanto subito è ancora troppo cogente. Una nuova casa ha dovuto trovarla in fretta e furia ed è fortunata perché oggi un tetto sulla testa comunque ce l'ha, ma la spietata legge del mercato l'ha strappata al suo quartiere e alla sua vecchia vita.

Precarietà abitativa e povertà lavorativa, due facce della stessa medaglia -

  Precarietà abitativa e povertà lavorativa sono questi i mostri con cui chi vive nelle grandi metropoli lotta anche quando un lavoro ce l’ha. Mercato del lavoro e mercato immobiliare non vanno più a braccetto: gli stipendi perdono terreno e la casa divora il reddito. Si resta in appartamenti condivisi ben oltre l’università, mentre comprare dipende sempre più dal patrimonio di famiglia.

La precarietà abitativa significa faticare a trovare una casa adeguata e a mantenerla senza sacrificare tutto il resto. Anche chi paga l’affitto puntualmente può vivere senza margine: basta una malattia o un aumento del canone perché l’equilibrio salti. La povertà lavorativa riguarda invece chi, pur lavorando, vive in una famiglia con risorse inferiori alla soglia di povertà relativa. Nell’indagine Istat del 2025, questa condizione interessa il 10,2% degli occupati tra 18 e 64 anni, contro il 10,3% del 2024: persone che hanno lavorato per oltre metà dell’anno precedente, ma il cui reddito familiare disponibile equivalente resta sotto il 60% della mediana nazionale. Con un solo percettore di reddito la quota sale al 20,4%; tra gli stranieri raggiunge il 25,9%, contro l’8,3% degli italiani.

Anche sopra quella soglia, però, la casa può diventare insostenibile. Il terzo rapporto dell’Osservatorio Casa Abbordabile (OCA), promosso da Consorzio Cooperative Lavoratori e LUM con il Politecnico di Milano, fotografa il divario: nel 2024 a Milano i prezzi di vendita sono saliti dell’8,5% e i canoni del 6,8%, contro un aumento delle retribuzioni medie dei dipendenti privati del 4,2%. Per operai e impiegati, che rappresentano oltre l’85% dei lavoratori considerati, la crescita si ferma rispettivamente al 3,7% e al 2,6%.

Massimo Bricocoli e Marco Peverini, del Dipartimento DAStU del Politecnico di Milano e dell’OCA, spiegano perché redditi e costi abitativi vadano letti insieme: "Bassi stipendi ed entità di prezzi e affitti sono sempre da considerare insieme: è per questo che con l’osservatorio OCA abbiamo introdotto il concetto di 'abbordabilità', traduzione dell’inglese housing affordability, che lega strettamente l’incidenza dei costi abitativi sul reddito disponibile. Per troppo tempo si è guardato solo all’andamento dei prezzi delle case a Milano, Parigi, Londra, senza considerare l’andamento degli stipendi, notevolmente diverso e critico in Italia, e pure in Lombardia, dove quasi due terzi di chi lavora conta su redditi netti compresi tra 1.000 e 2.000 euro al mese. Con uno stipendio modesto, il reddito residuo dopo aver pagato i costi abitativi (affitto, mutuo e spese) può risultare per molti sotto la soglia di povertà".

Il rapporto traduce questa distanza in metri quadrati. Con retribuzioni lorde medie mensili di 1.542 euro per gli operai e 2.707 per gli impiegati, destinando alla casa il 30% del netto, si possono sostenere rispettivamente 25 e 34 metri quadrati in affitto. Per l’acquisto con mutuo si scende a 16 e 22 metri quadrati, tre e quattro in meno rispetto al 2023. Ma va detto che, anche accettando il sacrificio di abitare in così poco spazio, non sempre sono superfici disponibili nella realtà.

Per un impiegato, il canone sostenibile è di 569 euro mensili: un budget che spinge verso una camera condividendo l’appartamento, mentre un monolocale tutto per sé diventa un’utopia. Persino la stanza può costare di più: nella rilevazione di Immobiliare.it pubblicata ad agosto 2026, una singola viene proposta mediamente a 704 euro a Milano e 615 a Roma.

Comprare aggiunge la barriera dell’anticipo. La simulazione OCA considera un mutuo ventennale al 3,5%, con rata pari al 30% del netto e finanziamento dell’80% del prezzo. Per l’impiegato servono circa 23,5mila euro iniziali, oltre ai costi di acquisto; condominio e tasse restano esclusi dal calcolo della rata sostenibile. Accumulare quella somma mentre si paga l’affitto è un’impresa.

Scappare dalla grande città sembra la via più ovvia, ma anche l’hinterland presenta il conto. Nei comuni meglio collegati i canoni restano impegnativi; dove scendono, raggiungere il lavoro può diventare più difficile. Nella simulazione OCA per uno stipendio di 1.540 euro lordi mensili e un’abitazione in affitto di 70 metri quadrati, il costo complessivo supera il 60% del salario netto in gran parte di Milano. Sono compresi l’abbonamento ai mezzi pubblici e il valore economico del tempo di viaggio: il risparmio sulla casa può consumarsi negli spostamenti.

Quando l’equilibrio si spezza, si può perdere l’alloggio. Nel 2024 i giudici italiani hanno emesso oltre 40mila  provvedimenti di sfratto, oltre 30mila dei quali nella categoria "morosità e altra causa". Le richieste di esecuzione sono state circa 81mila, gli sfratti eseguiti circa 21mila.

La questione che scalda le piazze di tutto il mondo -

   Per anni la difficoltà di trovare casa è rimasta una questione da risolvere da soli: accettare meno spazio o cercare più lontano, magari chiedendo aiuto alla famiglia. Le proteste portano questa fatica fuori dalla cerchia personale e la trasformano in una domanda rivolta ai governi. Se lavorare non basta per permettersi un tetto, quanto vale la promessa di una vita migliore?

Come spiega Alessandro Coppola, docente di urbanistica e politiche urbane al Politecnico di Milano, "in Italia vivere in affitto è associato a redditi bassi: è molto diffuso che chi guadagna poco rimanga in affitto a lungo. La precarietà lavorativa aggiunge un’ulteriore fonte di instabilità, perché rende difficile fornire le garanzie richieste per un contratto di locazione. Questo indebolisce la posizione del lavoratore sul mercato degli affitti e lo rende più ricattabile. Il problema è ancora più evidente nell’accesso alla proprietà. Nelle grandi aree metropolitane comprare casa dipende sempre meno dal lavoro che si fa e dal reddito di cui si dispone, e sempre più dal patrimonio trasmesso dalla famiglia di origine: attraverso un aiuto dei genitori o dei nonni quando sono in vita, oppure attraverso un’eredità. Il patrimonio familiare è diventato sempre più una precondizione per restare come proprietari nelle aree centrali delle metropoli. A Milano, Bologna o Firenze, acquistare con un reddito medio richiede ormai sempre più spesso un consistente aiuto patrimoniale. La possibilità di comprare dipende quindi dalla posizione familiare, oltre che dalla capacità di ottenere credito attraverso il proprio lavoro".

Come già detto, a Madrid, sabato 3 ottobre, la manifestazione è arrivata dopo la bocciatura dei decreti sulla casa. In Francia, a settembre, associazioni e amministratori locali si sono mobilitati per prolungare il controllo degli affitti, in vista del confronto al Senato del 21 ottobre. La difficoltà di abitare diventa una rivendicazione collettiva, capace di mettere sotto pressione la politica. A New York, la casa è già una prova per la nuova amministrazione a trazione democratica: il sindaco Zohran Mamdani ha puntato sul congelamento dei canoni regolamentati. Dal 1° ottobre, i rinnovi annuali e biennali degli appartamenti rent-stabilized che iniziano entro il 30 settembre 2027 prevedono aumenti zero. La misura lascia fuori il mercato libero ed è stata impugnata da alcuni proprietari: lo scontro sul costo della casa continua anche dopo l’approvazione delle risposte politiche.

Ma perché l’emergenza sta esplodendo politicamente proprio adesso? Ancora secondo gli esperti Massimo Bricocoli e Marco Peverini il problema parte da lontano: "A lungo, finché si andava allargando la quota di proprietari di casa, si è sottovalutata la necessità di intraprendere politiche pubbliche all’altezza del problema (per aumentare l’offerta di abitazioni a prezzi calmierati) e di introdurre forme di regolazione di un mercato che è diventato sempre più sconsiderato, con buona pace di chi non riusciva a uscire dall’affitto. Adesso sta esplodendo politicamente perché la precarietà abitativa interessa non più solo poveri e vulnerabili, ma una quota assai consistente di quella popolazione qualificata e fondamentale per l’innovazione e il futuro delle città. E questo mentre in molti settori economici è diventato sempre più difficile reclutare personale qualificato o anche di base".

Sulle cause della crisi abitativa i due docenti entrano nel dettaglio: "Su queste città si è riversata un’enorme aspettativa di arricchimento da parte di fondi di investimento ma anche di piccoli, medi e grandi proprietari immobiliari, a volte anche società pubbliche. Ciò che sta accomunando molte città del mondo esposte a questo rischio è la crescente consapevolezza che l’accesso alla casa sta diventando una criticità estrema, che mette in crisi anche l’economia produttiva di una città a vantaggio di una economia centrata sulla estrazione di rendita. È una consapevolezza che ha portato ad avviare parecchie sperimentazioni e a riprendere in mano gli strumenti delle politiche abitative, dall’edilizia pubblica e cooperativa al controllo degli affitti, ma che vede le città italiane in forte ritardo".

Come ci siamo arrivati: perché lavorare in una metropoli diventa insostenibile -

  La città offre lavoro, ma lo stipendio fatica a comprare lo spazio necessario per viverci. Le opportunità si concentrano nelle metropoli e attirano persone; la disponibilità di case accessibili, invece, può invece restare un miraggio. Alla domanda di chi cerca un’abitazione per anni si aggiunge quella di chi arriva per un soggiorno temporaneo o compra per investire.

Il professor Coppola ci spiega ancora meglio la questione: "La diversificazione degli usi del patrimonio residenziale è uno dei fattori che hanno reso sempre meno sostenibile il mercato degli affitti, con effetti anche sulle compravendite. Fino a una ventina di anni fa, le abitazioni delle nostre città erano destinate soprattutto alla residenza di lungo periodo o a permanenze di media durata, come quelle degli studenti. Negli ultimi anni è cresciuta vertiginosamente la quota di alloggi utilizzati per finalità turistiche. È aumentata anche l’offerta rivolta a una domanda molto temporanea, espressa spesso da persone con elevate disponibilità economiche, capaci di spostarsi da una città all’altra. Questa trasformazione ha messo in crisi l’offerta di affitti di lungo periodo.

In Italia il fenomeno pesa anche per l’approccio sostanzialmente permissivo agli affitti turistici. In Spagna, Germania e Francia, da diversi anni si interviene a livello nazionale e locale per limitare la possibilità di trasferire gli alloggi dalla locazione stabile a quella breve. Alcune città stanno arrivando a prospettare il superamento dell’offerta di appartamenti turistici. La politica italiana, pur con alcune differenze, continua invece a trattare gli alloggi come una questione esclusiva dei proprietari. Ma nelle città la casa è un bene prezioso e scarso, con implicazioni sociali ed economiche rilevanti. In altri Paesi anche i datori di lavoro convergono sempre più sulla necessità di limitare gli affitti turistici, perché la scarsità di abitazioni ostacola l’arrivo dei lavoratori di cui hanno bisogno. Gli affitti turistici sono quindi uno dei fattori della crisi. In Italia incidono su un mercato in cui gli alloggi disponibili per la locazione sono già pochi. Destinare decine di migliaia di abitazioni nelle grandi città ai soggiorni turistici ha un impatto consistente sull’offerta complessiva: riduce ulteriormente quella di lungo periodo e aggiunge pressione sui canoni".

Dove la locazione turistica rende di più, un proprietario può preferire i visitatori mordi e fuggi ai residenti. Il rapporto OCA registra a Milano oltre 100mila posti letto in abitazioni private nel 2024, con un aumento del 38% in un anno. 

Accanto agli affitti turistici si espandono i contratti transitori. Secondo idealista, tra il secondo trimestre del 2016 e quello del 2026 la loro quota negli annunci sulla piattaforma è passata dall’1,6% al 31,4%. Sul contributo degli affitti brevi e della speculazione alla crisi, Bricocoli e Peverini non usano mezzi termini: "Pesano assai. È indiscutibile che gli affitti brevi abbiano prodotto aspettative di rendimento che non hanno confronto con le entità di canoni di locazione di tipo residenziale ordinario, per non parlare dei salari, e quindi la concorrenza degli affitti brevi su singoli e famiglie che necessitano di una abitazione in modo permanente è spietata. Il prelievo fiscale sugli affitti, brevi ma anche ordinari, è significativamente più basso di quello sui redditi da lavoro dipendente e anche solo questo dato dovrebbe essere considerato come una pesante criticità: è più conveniente speculare sulla rendita di un alloggio che non intraprendere e costruire condizioni per nuovi posti di lavoro e d’impresa. Il peso della rendita immobiliare, e lo spostamento della tassazione sul lavoro, è uno dei fattori che mantiene difficile fare impresa in questo paese. A incidere sono anche le politiche a supporto dello sviluppo turistico laddove, come nelle città italiane, non si considera contestualmente la produzione di una nuova e variegata offerta alberghiera, è evidente che i flussi turistici si riversano sugli affitti brevi sottraendo alloggi al mercato residenziale, oltre che un’offerta abitativa pubblica e sociale che mitighi gli effetti distorsivi del turismo sul mercato della casa".

E se il quartiere si valorizza, ma chi lo abita può perdere terreno. La riqualificazione migliora gli spazi e può far crescere i valori immobiliari. Per un proprietario può essere un vantaggio; per un inquilino può significare un canone più alto al prossimo contratto. È il meccanismo della gentrificazione, che può sostituire gradualmente gli abitanti con persone dotate di maggiori disponibilità economiche.

Nei quartieri più turistici cambia anche l’offerta commerciale. I residenti possono ritrovarsi con meno servizi quotidiani, mentre gli spazi si rivolgono sempre più a chi visita la città. Il turismo produce reddito, ma la sua concentrazione può aumentare la pressione sulla casa anche per chi lavora nello stesso settore. Il peso di questi effetti varia tra territori. 

Chi cerca casa con uno stipendio compete con chi dispone di un patrimonio. Nell’acquisto, avere risparmi o un aiuto familiare permette di superare la barriera dell’anticipo. Chi ne è privo resta più a lungo in affitto, proprio mentre il canone riduce la possibilità di mettere da parte denaro. Nella locazione, invece, la selezione passa anche dalle garanzie: un reddito sufficiente a pagare può accompagnarsi a un contratto di lavoro che il proprietario considera poco sicuro. Sul peso della famiglia di origine nelle possibilità di accesso, Bricocoli e Peverini fanno una lettura molto chiara: "Discutiamo di diseguaglianze e dovremmo forse iniziare a parlare in termini più propositivi di eguaglianza, ovvero di come possiamo favorire maggiore eguaglianza nell’accesso a servizi, diritti, condizioni di vita. Altrimenti il rischio evidente è che il privilegio sia una condizione che torna a essere legato alla famiglia, alla classe sociale di origine, al peso di una eredità e non più alla pienezza di una vita autonoma. E in questo processo, l’abitare è letteralmente fondamentale, in quanto la casa è il primo tassello dell’accesso a tutti i diritti e servizi, soprattutto in un momento in cui il lavoro è instabile e poco remunerativo".

E costruire non è in automatico la soluzione: più case non significa automaticamente più case accessibili. Conta dove si costruisce e a chi si rivolge la nuova offerta. Un intervento destinato alla fascia alta può aumentare il numero degli alloggi senza rispondere ai bisogni di chi vive di uno stipendio ordinario. Nel frattempo, costruire costa: il prezzo dei terreni e quello dei materiali incidono sul risultato finale. Vincoli urbanistici e carenza di manodopera possono rallentare i progetti. L’OCSE indica questi ostacoli, insieme alla riduzione degli investimenti pubblici nell’abitare, tra i fattori che limitano l’offerta.

Quando mancano alternative pubbliche o sociali, chi cerca casa dipende ancora di più dal mercato privato. E gli immobili vuoti non sono necessariamente pronti a risolvere il problema: alcuni richiedono lavori, altri hanno impedimenti giuridici o si trovano lontano dalle aree dove cresce la domanda. Per capire quanta offerta possa essere recuperata serve distinguere queste situazioni dalle scelte di chi tiene un’abitazione indisponibile.

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