IN CHIAROSCURO

L'ultimo rapporto Ocse sulla scuola italiana: Neet in calo al 16% e più diplomati | Ma i docenti guadagnano fino al 36% in meno

Il nostro Paese in un decennio ha dimezzato il numero degli "inattivi" e abbassato la quota di giovani adulti senza diploma al 19%. Ma il documento svela gravi emergenze di sistema

© Ansa

© Ansa

L'istruzione in Italia fa passi da gigante nella lotta all'abbandono scolastico, ma continua a fare i conti con difetti sistemici che ne rallentano la rincorsa al resto d'Europa. Su tutti, un corpo docente cronicamente insoddisfatto dal punto di vista retributivo, divari regionali abissali e lo tsunami dell'inverno demografico all'orizzonte. È un quadro in chiaroscuro quello tracciato dal rapporto "Education at a Glance 2026" ("Uno sguardo sull'istruzione") dell'Ocse, che fotografa con precisione chirurgica lo stato di salute del nostro sistema formativo. Il portale Skuola.net ne ha riassunto i tratti salienti.

L'allarme cattedre: docenti malpagati e l'incubo demografico - L'anello debole del settore, in prospettiva, rischia di essere proprio chi la scuola la manda avanti ogni giorno. Il report dedica, infatti, un focus allarmante alla condizione della classe docente, evidenziando una profonda frustrazione economica.

I professori italiani guadagnano notevolmente meno rispetto ad altri lavoratori con pari livello di istruzione (laurea): i maestri della scuola dell'infanzia percepiscono il 36% in meno, mentre i professori delle medie guadagnano il 33% in meno. Non stupisce, quindi, che appena il 22,6% dei docenti della secondaria di primo grado si dichiari soddisfatto del proprio stipendio.

Questa scarsa attrattività si incrocia con due anomalie, tutte italiane. La prima è l'elevata presenza di "docenti di seconda carriera": il 14,9% degli insegnanti delle medie è arrivato in cattedra dopo aver svolto un'altra professione, una quota quasi doppia rispetto alla media Ocse (8,4%). La seconda è l'età anagrafica: nonostante un leggero ringiovanimento recente, oltre un terzo (36%) dei docenti della scuola secondaria ha superato i 55 anni, contro una media internazionale che si ferma al 25%.

Infine, all'orizzonte si profila lo spettro dell'inverno demografico, che imporrà a breve un ripensamento urgente delle politiche scolastiche. Le proiezioni OCSE parlano chiaro: tra il 2024 e il 2033 il numero di bambini tra i 5 e i 14 anni in Italia crollerà del 18%. I primi effetti, del resto, sono già visibili: tra il 2015 e il 2024, gli alunni della scuola primaria sono diminuiti dell'11%, a fronte di un numero di insegnanti che è paradossalmente salito del 4%.

La ritirata dei Neet e l'eccellenza dell'infanzia - Se i docenti soffrono, i risultati degli studenti fanno però ben sperare. La notizia più incoraggiante riguarda l'emorragia dell'abbandono precoce, che per anni ha visto l'Italia indossare la maglia nera in Europa.

Nell'ultimo decennio, il nostro Paese ha compiuto progressi impressionanti: tra il 2015 e il 2025, la quota di Neet (i giovani tra i 18 e i 24 anni che non studiano e non lavorano) è quasi dimezzata, crollando dal 30% al 16%.

Un miglioramento netto che si riflette anche sull'innalzamento generale del livello di istruzione: la percentuale di giovani adulti (25-34 anni) privi di un diploma di scuola superiore è scesa dal 26% al 19% nello stesso arco di tempo.

A questo traguardo si aggiunge, poi, un'autentica eccellenza nazionale: la scuola dell'infanzia. In Italia la partecipazione è capillare, con il 94% dei bambini tra i 3 e i 5 anni iscritti a servizi educativi pre-primari, superando agevolmente la media OCSE, ferma al 90%. La conseguenza di un investimento massiccio fatto dallo Stato in questo settore: la spesa pubblica per bambino è balzata dai 6.745 dollari del 2015 ai 10.294 dollari del 2023.

Laurearsi rende solo se si arriva alla Magistrale - Un altro nodo strutturale sviscerato dall'OCSE riguarda la valorizzazione economica dei titoli di studio. Studiare fino alla laurea conviene, ma in Italia rende decisamente meno che altrove. Nel nostro Paese, un lavoratore a tempo pieno con un titolo universitario percepisce una retribuzione superiore del 35% rispetto a chi possiede solo il diploma. Un vantaggio economico che tuttavia impallidisce di fronte alla media Ocse, dove il "premio retributivo" a favore dei laureati vola al 54%.

Andando ad analizzare i dati nel dettaglio, si scopre poi un'ulteriore stortura: la differenza salariale si fa addirittura esigua per chi si ferma al primo step accademico. Gli adulti in possesso di una laurea di primo livello percepiscono retribuzioni superiori di appena il 4% rispetto a coloro che possiedono un titolo di istruzione secondaria di secondo grado o una qualifica post-secondaria non terziaria.

L'ampio scarto, quello in grado di fare la vera differenza in busta paga, si apre solo proseguendo con gli studi: per chi consegue una laurea di secondo livello o un dottorato, il vantaggio retributivo compie un balzo e sale al 44%.

Il divario di genere e un'Italia a due velocità - La crescita dei livelli di istruzione nasconde, infine, dinamiche interne profondamente sbilanciate. A livello di genere, ad esempio, le ragazze staccano nettamente i coetanei: le donne italiane hanno una probabilità superiore di 11 punti percentuali rispetto agli uomini di completare le scuole superiori, un divario decisamente più ampio della maggior parte degli altri Paesi Ocse.

Ma la frattura più eloquente rimane quella geografica: le medie nazionali celano un Paese letteralmente spaccato in due. Se, ad esempio, nel Lazio la quota di adulti con una laurea tocca il 29%, in Sicilia precipita al 17%. Allo stesso modo, il dato sugli adulti senza un diploma di maturità oscilla dal virtuoso 22% della Provincia Autonoma di Trento al drammatico 43% della Sicilia.

Una disuguaglianza educativa che si ribalta inesorabilmente sul mercato del lavoro, dove l'Italia registra il più ampio divario regionale nei tassi di occupazione tra le aree con i livelli più alti e più bassi di impiego dell'intera zona Ocse.

Ti potrebbe interessare