C'è un luogo, nel nostro ordinamento sociale, in cui il tempo è scandito da ore che sembrano tutte uguali. E dove lo spazio si riduce a una finestra e pochi metri di cemento. Qui, però, ogni giorno c'è un registro che si apre tutte le mattine ed è in grado di regalare momenti durante i quali il mondo esterno sembra finalmente entrare in queste quattro mura, rendendole forse più ampie e meno soffocanti. È la realtà della scuola in carcere, vera peculiarità del sistema educativo italiano e forse uno tra gli avamposti più estremi della civiltà. Perché in un luogo nato per limitare la libertà, l’istruzione compie il miracolo opposto, restituendo ai detenuti l’unica cosa che nessuna sentenza può davvero confiscare: il diritto all'istruzione. Per riscattare il proprio passato, ma per sognare anche un futuro diverso. Per sè e per i propri figli.
A raccontare la vita e le attività di una scuola in carcere, intervistata da Tgcom24, è la professoressa Renata Antonietta Cumino, dirigente scolastico dell'Istituto professionale "Adriano Olivetti” di Monza, che da diversi anni coordina i percorsi didattici presenti anche all'interno della Casa circondariale della stessa città. Insieme a lei, anche il professor Carmine Iapozzuto, referente del corpo docenti, che ogni giorno vive la quotidianità del carcere in mezzo ai detenuti, tutti collaboratori di giustizia: ex membri di organizzazioni criminali che hanno deciso di interrompere i legami con la malavita per cooperare con la magistratura. E che, insieme ai libri, vogliono solamente voltare pagina. Qui, tra i corridoi e le sezioni protette di via Sanquirico, l’apertura quotidiana della porta dell'aula rappresenta una rottura della routine detentiva: una normalità faticosamente conquistata che, in una sezione specifica del penitenziario, assume un valore ancora più delicato e profondo.
Preside, com'è strutturata la scuola in carcere?
La classe attualmente attiva, che seguiamo direttamente come istituto "Olivetti", è una quinta che si avvia verso la conclusione del percorso didattico ed è composta da 10 detenuti, tutti collaboratori di giustizia. Si tratta di adulti, di età compresa tra i 35 e i 40 anni, che hanno alle spalle un percorso molto difficile e con poche possibilità di poter essere trasferiti o tornare in libertà in tempi brevi. Quindi, per loro, quella della scuola è veramente una sfida, ma anche una modalità di riscatto rispetto al proprio passato.
Come si svolgono le lezioni?
Gli alunni svolgono esattamente le stesse ore di lezione e le stesse materie della scuola serale, perché tutto è incardinato nell'ambito dell'istruzione per adulti: parliamo di 23 ore settimanali con tutte le discipline del curriculum e con l'esame di stato che sarà identico rispetto alle classi del diurno e del serale. Per le attività didattiche, tuttavia, c'è una maggiore flessibilità, perché mentre nella scuola tradizionale abbiamo un orario solo al mattino o solo alla sera, per i detenuti le lezioni possono occupare qualsiasi momento della giornata.
Stesso discorso per i docenti?
I docenti che lavorano in casa circondariale sono otto, al momento, e sono gli stessi che insegnano nella scuola diurna o serale del nostro Istituto professionale. Ho cercato di evitare che si formasse un "ghetto", con insegnanti esclusivamente inseriti in carcere, proprio per dare una circolarità nell'attività didattica di cui tutti potessero giovare, sia docenti che studenti.
Come vivono la scuola i detenuti?
In maniera assolutamente positiva. Il livello è molto alto perché è molto alta la motivazione. Stiamo comunque parlando di persone che possiedono competenze notevoli, anche di carattere giuridico, e consapevolezze decisamente più importanti rispetto a un adolescente. Abbiamo già avuto dei diplomati negli anni scorsi e quello che abbiamo visto è che all'esame di stato queste competenze vengono valorizzate. Sì, è vero, magari sono meno strutturati nell'affrontare una prova scritta, ma poi emerge nel colloquio quella che è proprio la ricchezza di esperienza e tutto il vissuto di queste persone.
Trattandosi di collaboratori di giustizia, la privacy e la sicurezza vengono garantite?
Assolutamente sì, sia in un senso che nell'altro. Noi non possiamo sapere i nomi dei detenuti e non usiamo nemmeno il registro elettronico, per fare un esempio. Così come i docenti non possono rivelare troppe informazioni sul proprio conto.
Esiste una scuola anche per i detenuti comuni?
Come Istituto "Olivetti" per i detenuti comuni non prevediamo una classe. È stata una decisione maturata nel tempo, perché presenterebbe una mutevolezza enorme. I collaboratori di giustizia, come le dicevo, hanno un orizzonte temporale più duraturo. Invece i detenuti comuni hanno un valore molto cangiante, perché intanto magari devono scontare pene più brevi, poi possono essere trasferiti in altre strutture, possono ottenere i domiciliari... Quindi c'è un indice di cambiamento molto alto. Invece i collaboratori di giustizia garantiscono una stabilità della classe molto più importante.
Personalmente come vive questa responsabilità?
È un'esperienza molto forte sotto tutti i punti di vista, ma anche appagante. Riscontro le difficoltà maggiori quando arrivano i nuovi docenti: comprensibilmente ci sono delle remore, dei timori. Devo dire che io li conforto molto all'inizio, ma dopo un primo periodo di paura e di ansia tutti scoprono invece un mondo che li arricchisce tantissimo, sia dal punto di vista umano che professionale.
Prof Iapozzuto, secondo lei cosa spinge i detenuti verso la scuola?
Per loro è una forma di riscatto personale, come diceva la dirigente, ma queste persone lo fanno anche per orgoglio nei confronti dei propri figli. Conseguire un titolo di studio, e raggiungere così un obiettivo, rappresenta una rivalsa agli occhi dei propri ragazzi, soprattutto quelli più piccoli che non conoscono completamente la storia dei propri genitori, perché comunque li possano vedere con altri occhi nonostante gli errori commessi. Perché per questi detenuti, il vero obiettivo nella vita è che i figli non commettano i loro stessi sbagli.
Qual è il rapporto con voi docenti?
Molto positivo. Noi rappresentiamo soprattutto una valvola di sfogo alla loro quotidianità. Bisogna pensare che queste persone vivono in un ambiente isolato, senza contatti nemmeno con il resto della comunità penitenziaria. Quindi per loro noi siamo anche una finestra sul mondo esterno. E infatti ci chiedono sempre cosa succede all'esterno, come sta cambiando la società: vogliono sapere i costi della vita, come cambiano i prezzi dei supermercati... Può sembrare banale, ma non lo è: siamo i loro occhi, l'unico modo di "vedere" il mondo al di fuori del carcere.
Per voi, invece, cosa vuol dire vivere questa esperienza?
Lavorare con i detenuti è un accrescimento della professione e della persona. Solitamente abbiamo a che fare con adolescenti, quindi ragazzi che hanno un vissuto molto piccolo, ancora infantile per certi versi. Invece qui ci confrontiamo con persone adulte, che quando si aprono ci raccontano il loro mondo, le loro vite, che comunque sono state piene. Quindi per noi docenti è veramente un arricchimento sotto tutti i punti di vista. Lezioni di vita che, a nostra volta, possiamo trasmettere agli studenti più giovani durante il resto della settimana.
Un insegnamento, insomma.
Impariamo moltissimo da loro. Proprio oggi in classe ho fatto un discorso ai miei studenti dicendo: ragazzi, non sbagliate nella vita, perché io vi vorrei far passare soltanto una giornata all'interno di un istituto penitenziario. Solo così vi rendereste conto che quando si commette quella che pensate sia una goliardata, come anche solo tirare un pugno a qualcuno per far vedere che siete forti, le conseguenze possono essere molto impattanti nelle vite di una persona, anche giovane. Posso garantire che la vita detentiva è forse una delle cose più brutte che ci possa essere, perché è veramente una vita pesante.
Per questo ci vuole anche una certa sensibilità nel vostro lavoro.
Sì, assolutamente, ci vuole ci vuole un certo tatto nel lavorare insieme ai detenuti. Quando ho iniziato a collaborare con il carcere non posso negare che il primo impatto è stato tosto, perché il pensiero era di avere a che fare con delle persone pericolose. Avevo paura che potesse accadermi qualcosa, ero timoroso. E invece mi sono reso conto che, giorno dopo giorno, tutti i miei pregiudizi venivano cancellati. Io oggi non vedo più un detenuto che ha fatto qualcosa di sbagliato, vedo una persona che vuole rimediare ai propri errori con la massima educazione e disponibilità. Non giudico il vissuto, ma per me esiste solo la persona che ho davanti in quel momento.
Quindi a lei piace questo ruolo.
Le dico la verità: io di solito non vedo l'ora di andare a fare la mia lezione settimanale in carcere, perché lì mi sento rilassato. Mi confronto con persone adulte con cui posso parlare di tutto e trarre anche qualche insegnamento che mi può aiutare nella vita personale, professionale e familiare. Quando esco da lì mi sento meglio, con me stesso e con gli altri. Paradossalmente, quando entro in carcere, io mi sento libero. E tutto grazie a queste persone, che ormai per me sono diventati degli amici.
La soddisfazione più grande?
In questi anni abbiamo portato alcuni studenti a conseguire il diploma di maturità e per noi è stato un orgoglio. Pensi che tra i diplomati c'è stato un ragazzo, rinchiuso in carcere da 22 anni, che all'inizio del percorso non sapeva nemmeno scrivere. E l'abbiamo portato a conseguire la maturità con 64! Meglio di tantissimi altri studenti che escono con il 100. Perché c'è da dire una cosa...
Prego...
Queste persone frequentano la scuola in un contesto di vita allucinante. Sono qui, in carcere, completamente isolati dal mondo e dalle famiglie, con cui magari qualcuno ha dovuto tagliare del tutto i ponti. E poi i pensieri al processo, all'avvocato che non risponde, al magistrato che non vuole sentire ragioni… in testa loro hanno veramente un frullatore. Eppure, in tutto questo, riescono ad affrontare la scuola e ottenere risultati incredibili.
E finita la scuola, cosa succede?
Questo è un tasto dolente anche per me, mi fa provare tanta rabbia. Perché al di fuori del carcere c'è ancora tanta paura a fidarsi di un ex detenuto. Ecco perché il reinserimento nella società una volta scontata la pena, che nel loro caso è anche molto lunga, è estremamente complesso. Ci sono poche realtà lavorative disposte a offrire loro una reale opportunità. Così, chi si trova la strada sbarrata torna a fare quello che sapeva fare benissimo prima di entrare in carcere...
Si potrebbe fare qualcosa di più secondo lei?
Sì, certamente. Da una parte mi piacerebbe che lo stesso istituto penitenziario, a livello generale, si aprisse un po' di più all'esterno per far conoscere quella che è la realtà di queste persone, affinché anche per loro ci sia un sorriso o una pacca sulla spalla in più durante il loro percorso che non è solo punitivo, ma anche rieducativo. Perché quando dall'esterno arriva qualcuno o qualcosa di diverso dalla routine, per loro è un giorno di festa. Di contro penso che anche il mondo esterno dovrebbe rompere più tabù e aprire maggiormente le proprie porte: posto che chi sbaglia è assolutamente giusto che paghi, anche in maniera dura, tutti abbiamo diritto a una seconda chance nella vita.