Israele (e non solo) è in fermento per le elezioni parlamentari, programmate per il 27 ottobre, che potrebbero portare alla formazione di un nuovo governo. Le prime dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la conseguente offensiva militare di Tel Aviv su Gaza, in realtà ancora in corso ma formalmente finita il 10 ottobre 2025: data di quella che molti analisti chiamano tregua ibrida. Tanti i punti di scontro tra i diversi partiti: corruzione, leva militare, inflazione, i rapporti con gli Usa.
Nella maggior parte dei programmi elettorali, però, manca proprio quello che, da fuori, potrebbe sembrare il problema più urgente per Israele: la guerra nella Striscia e la questione palestinese. Il premier Benjamin Netanyahu, attualmente alla guida di un governo di coalizione di destra, è il più longevo della storia del Paese: in totale, è stato al potere per 19 anni (non consecutivi). Secondo la maggior parte degli ultimi sondaggi, però, davanti al Likud (il suo partito), potrebbe esserci la coalizione di opposizione guidata da Yashar dell'ex capo di Stato maggiore dell'Idf, Gadi Eisenkot, considerata capace di ottenere la maggioranza dei 120 seggi della Knesset.
Ma il risultato non è scontato: come ha spiegato a Tgcom24 Matteo Colombo, ricercatore Clingendael e associato Ispi, "Netanyahu è bravo a recuperare".
Sono passati ormai tre anni dall'attacco di Hamas a Israele e dall'inizio della conseguente guerra scoppiata a Gaza, quasi un anno dall'annuncio di cessate il fuoco nella Striscia. Per molti analisti, però, il cessate il fuoco ha portato a una tregua precaria
È proprio così. È vero che la fase più intensa del conflitto è più o meno cessata, però non c'è una vera e propria pace, banalmente perché Israele continua a mantenere l'occupazione di una parte della Striscia, quella in cui si trovano infatti i soldati israeliani, mentre il resto della popolazione vive in un'altra zona. Oltre questo bisogna considerare che non c'è un accordo politico vero e proprio, né presente né all'orizzonte. Ancora non si capisce chi dovrebbe governare Gaza in futuro e non è chiaro neanche come si dovrebbe arrivare a questo punto. È una situazione di stallo che ha grosse ripercussioni dal punto di vista umanitario.
A questa situazione si aggiunge anche l'altro fronte di guerra: il Libano di Hezbollah, finito nel mirino di Israele soprattutto dopo l'inizio del conflitto in Iran, iniziato da Washington e Tel Aviv.
Qui le cose si sono evolute in maniera un po' diversa: Israele, in varie fasi, ha cercato di eliminare Hezbollah (che è sia un gruppo armato che un partito politico) dalla parte sud del Libano, riuscendo anche a occupare alcune aree del territorio libanese con l'idea di creare una sorta di cuscinetto per impedire che ci fossero attacchi di Hezbollah sul territorio israeliano. Questo obiettivo si è poi legato anche a tutta la questione Iran, perché Hezbollah è storicamente un gruppo molto vicino a Teheran.
La Knesset si prepara alle elezioni. Che influenza crede che avranno questi due fronti di guerra, di fatto ancora aperti, sulla tenuta del governo Netanyahu?
In questo momento i sondaggi dicono che di fatto le forze non di governo - soprattutto il generale Eisenkot - sono leggermente avanti rispetto alla coalizione dell'attuale esecutivo, guidato da Netanyahu. In Israele, però, vive circa un 15-20% di popolazione araba, sostanzialmente di origine palestinese, che ha i suoi partiti. L'opposizione dovrebbe governare con loro, ma questo potrebbe essere molto difficile. Il punto dei due conflitti è importante, anche perché sono state iniziate di fatto da Netanyahu: un nuovo premier potrebbe spingere verso un qualche tipo di accordo, ma più sul Libano che sulla Palestina. In ogni caso è importante sottolineare una cosa: nessuno dei partiti - al di là di una parte della sinistra e dei partiti arabi - è per la creazione di uno Stato palestinese in tempi brevi. Da questo punto di vista, secondo me, non ci saranno grossi cambiamenti, perché la soluzione dei "due popoli, due Stati" di cui tanto si parla non ha grande popolarità né nei partiti politici, né tanto meno nell'opinione pubblica israeliana.
Su cosa puntano le campagne elettorali dei partiti?
Il tema divisivo principale è quello del servizio militare per gli ortodossi: storicamente le persone che fanno parte di queste comunità, se frequentano la scuola per imparare la Torah per un certo numero di anni, non sono obbligate a servire la patria. Questo significa che non contribuiscono alla difesa di Israele e quindi c'è tensione tra i partiti che vogliono che questo tipo di esenzioni venga cancellato e i partiti ortodossi che vogliono che rimanga. Proprio questi partiti sono alleati di Netanyahu e, alcuni di loro, sono anche quelli più legati alla colonizzazione e al concetto che Israele debba espandersi dal fiume fino al mare - quindi dal Giordano al Mediterraneo - e, secondo alcuni, addirittura oltre. Altri temi sono l'economia (l'inflazione, per esempio) o la casa, ma si parla anche di questioni di sicurezza e più in generale dell'immagine di Israele nel mondo, visto che ha perso moltissimo anche in Europa e negli Stati Uniti.
Infine c'è un grosso tema che è quello della corruzione: Netanyahu, qualora non venisse rieletto, rischierebbe di finire in carcere. Non si parla, invece, di Gaza e Cisgiordania, perché non è un argomento così divisivo.
Di recente Netanyahu ha ordinato di smantellare gli avamposti dei coloni in Cisgiordania. Come mai questa decisione arriva proprio adesso, nonostante quello della violenza dei coloni sia un tema sollevato dalla popolazione locale ormai da decenni? È una mossa da campagna elettorale?
È più una mossa cosmetica che effettiva: da una parte si parla di smantellamenti, dall'altra di approvazione di nuovi progetti. Quindi è un modo per cercare un po' di recuperare l'immagine a livello internazionale, ma il problema di Netanyahu è che i partiti che lo sostengono sono quelli che sostengono la colonizzazione della Cisgiordania - a cominciare da Ben-Gvir per esempio, che è proprio residente in uno di questi insediamenti -. Per il premier è quindi molto difficile portare avanti questo tema, ma lo sarebbe anche per un eventuale nuovo governo.
Negli ultimi mesi ci sono stati diversi momenti di tensione, più o meno intensi, tra Netanyahu e Donald Trump. Hanno avuto qualche tipo di effetto sull'elettorato israeliano?
Sì, l'opposizione critica molto il fatto che Netanyahu non abbia saputo gestire fino in fondo il rapporto con Trump e questo fa pensare che le sue decisioni abbiano messo in crisi l'alleanza con gli Stati Uniti. Un'opinione pubblica mondiale così sfavorevole è un problema per il Paese intero, perché i governi fanno più difficoltà a siglare accordi con Israele e alcune istituzioni vogliono rivedere quelli esistenti. I critici di Netanyahu sostengono che questo, alla fine, non può che indebolire il Paese: più Tel Aviv prende decisioni unilaterali (come ha fatto negli ultimi anni), più si isola internazionalmente.
Secondo lei con una maggioranza diversa potrebbe cambiare qualcosa e, in quel caso cosa, potrebbe cambiare?
Internamente potrebbero cambiare alcune cose: il discorso della giustizia, quello della coscrizione degli ortodossi, ci potrebbero essere delle limitazioni su alcuni gruppi più estremisti (come i coloni). Potrebbe esserci, magari, anche un tentativo di chiudere alcuni fronti: per come stanno le cose oggi, più il Libano che la Palestina, ma potrebbe anche accadere qualcosa sul fronte Gaza perché Israele è un Paese che a volte sorprende.
Come immagina un nuovo governo, se dovesse cambiare?
Bisogna vedere i sondaggi, perché Netanyahu è sempre stato molto bravo a recuperare e quindi, innanzitutto, bisogna capire se ci sarà un nuovo governo. Se ci fosse un governo dell'opposizione rischia di essere un governo abbastanza instabile perché dovrebbe mettere dentro partiti che hanno idee molto diverse: il primo tema sarebbe capire se i partiti di opposizione riuscirebbero a governare senza i partiti arabi e poi bisognerebbe vedere che tipo di composizione c'è dal punto di vista dei partiti, laici o religiosi. Io mi aspetto che, se ci sarà un governo dell'opposizione, sarà un governo meno influenzato dalla parte più estremista dei coloni (come è stato quello attuale); farà alcuni cambiamenti dal punto di vista dell'esercito, magari anche sulla corruzione ci saranno delle leggi nuove. Però si tratterebbe di un governo potenzialmente molto instabile: un accordo con gli arabi spingerebbe la destra a dire che un esecutivo così fatto non fa gli interessi Israele. Essere contro Netanyahu non vuol dire sempre avere le stesse idee: questi partiti a volte hanno idee molto diverse tra loro. Il risultato non è scontato.