Nel settembre del 1986 in pochi, in via Buonarroti a Milano, avrebbero scommesso una lira su quel tizio in giacca nera e camicia rossa che aveva per spalla un sosia di Groucho Marx. Meno di tutti il suo editore Sergio Bonelli, che con il fumetto d'autore ci aveva già provato prima nella seconda metà degli anni Settanta con "Un uomo un'avventura", la collana di grandi volumi firmati da autori come Pratt, Manara, Battaglia e Toppi, e poi con la Bonelli-Dargaud, la joint venture italo-francese chiusa nel 1986 dopo l'esperienza di diverse pubblicazioni "alte". Il ritorno al fumetto popolare era quasi una scelta di campo. Albi da edicola, 96 pagine, bianco e nero, una formula seriale, un eroe, azione e avventura, insomma. L'idea che arrivò da Tiziano Sclavi era però un'altra cosa: fare horror per parlare d'altro. Sclavi aveva capito che l'orrore poteva essere una lente per raccontare le paure molto più concrete della società. Bonelli accettò la scommessa.
Da allora, il cuore di Dylan Dog è rimasto proprio lì, nel contrasto tra una forma popolare e un modo di raccontare tutt'altro che convenzionale. Perché Dylan è, formalmente, un bonellide come gli altri: ne ha la struttura seriale, le storie autoconclusive, i personaggi fissi (l'ispettore Bloch e la sua ulcera in testa a tutti). E ha i suoi oggetti-feticcio, che ritornano da un albo all'altro: il Maggiolino bianco, il galeone mai finito, il clarinetto. Ma dentro quella cornice Sclavi ha infilato tutto quello che il fumetto popolare da edicola sembrava non poter fare: la nevrosi come motore narrativo, il finale che spiega e non spiega, il mostro che spesso è meno mostruoso di come poteva sembrare, la citazione di Romero accanto a quella di Shakespeare.
Fino ad allora il confine sembrava netto. Da una parte le riviste come "Linus", "Corto Maltese" e "Frigidaire", dove abitava il fumetto colto, quello che arrivava nelle librerie, nelle università, sulle pagine culturali dei giornali. Dall'altra l'edicola: i mensili popolari, comprati a migliaia e molto meno frequentati dalla critica. Dylan Dog ha cominciato a far crollare quel muro non con un manifesto, ma con la tiratura: ha dimostrato che si poteva fare fumetto d'autore con il ritmo di un mensile da edicola e che il pubblico non aveva affatto paura di storie più complesse, colte e ambiziose.
All'uscita dei primi numeri, però, i lettori erano pochini. Poi la valanga. Nell'aprile del 1990, la copertina del numero 43, il cult "Storia di Nessuno", annunciava una "tiratura da far paura": 185 mila copie. Due mesi dopo erano diventate 200 mila. Tra il 1992 e il 1993 Dylan Dog arrivò a superare Tex per numero di albi venduti, cosa che in casa Bonelli equivaleva a un parricidio. Il picco sarebbe arrivato pochi mesi dopo, quando la serie toccò circa 530 mila copie. Sommando ristampe, raccolte e collane parallele, negli stessi anni si arrivò a parlare di un milione di copie complessive al mese. Le cifre cambiano a seconda di cosa si conta, ma l'ordine di grandezza resta quello di un fenomeno editoriale di massa, non semplicemente di un comic.
Fu anche il primo dei fumetti Bonelli che si allargò al pubblico femminile. Studentesse universitarie, liceali, lettrici che fino a quel momento frequentavano poco le nuvole parlanti persero la testa per un personaggio fuori dagli schemi: ex poliziotto di Scotland Yard, con un passato da alcolista, squattrinato, vegetariano, pauroso quanto coraggioso, capace di innamorarsi quasi ogni mese e quasi ogni mese di ritrovarsi senza l'amore. Negli anni Ottanta del successo a tutti i costi, un perdente con la faccia di Rupert Everett era una dichiarazione di guerra.
Poi arrivarono gli intellettuali, e non per fare i turisti. Uno per tutti Umberto Eco, il quale affermò che poteva leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarsi. Non era soltanto una boutade, ma il riconoscimento di un fumetto che aveva fatto della contaminazione la propria lingua, mettendo sullo stesso piano cultura alta e popolare, cinema e letteratura, filosofia e horror. Sclavi ricambiò l'affetto nel 1998 con Humbert Coe, il personaggio del numero 136 "Lassù qualcuno ci chiama", costruito con il volto e il nome che rimandavano con chiarezza al semiologo. Nel frattempo, nel pieno delle polemiche sui fumetti giudicati diseducativi, anche Dylan Dog si prese la sua dose di attenzione: qualcuno lo definì "sado-demoniaco", anche se il suo nome non comparve tra quelli direttamente attaccati da un'interrogazione parlamentare. Anche quello, in fondo, era un segno dei tempi: l'indagatore dell'incubo era ormai uscito dal recinto del fumetto.
L'altra eredità, meno visibile ma forse più duratura, è la scuola. Sclavi non ha mai fatto di Dylan una creatura esclusivamente sua, e per quarant'anni Craven Road è stata una sorta di bottega aperta. Da lì sono passati, tra gli altri, Claudio Chiaverotti, Pasquale Ruju, Gianfranco Manfredi, Luigi Mignacco, Paola Barbato, Tito Faraci, Alessandro Bilotta, Roberto Recchioni che lo ha curato per quasi un decennio, fino a Barbara Baraldi, che ne è oggi la curatrice, sotto la supervisione dello stesso Sclavi. Ai disegni, una galleria che è più di una pagina di storia del fumetto italiano. Alcuni nomi: Angelo Stano e le sue anatomie da Egon Schiele, Claudio Villa, che ne definì graficamente il volto, Corrado Roi con i suoi occhi e i suoi neri, Giovanni Freghieri, la coppia Montanari & Grassani, Bruno Brindisi, Giampiero Casertano, Luigi Piccatto, Carlo Ambrosini, Piero Dall'Agnol, Nicola Mari, Gigi Cavenago. Per alcuni di loro Dylan Dog è stato un passaggio decisivo, per altri una parte lunga di carriera. Quasi tutti, però, hanno lasciato qualcosa al personaggio e qualcosa del personaggio si sono portati dietro.
Sclavi, dal canto suo, a un certo punto si è ritirato. Ha scritto sempre meno, si è preso una pausa, è riapparso in occasione del ventennale e poi si è fermato di nuovo. Nel 2016, dopo nove anni di assenza, è tornato per il trentennale con un albo che si intitolava, non a caso, "Dopo un lungo silenzio". Oggi lo stesso titolo di quella storia sembra quasi riecheggiare nel destino del Teatro Eliseo di Roma, pronto a riaprire proprio nel segno dell'indagatore dell'incubo. Dal 28 ottobre andrà in scena "Dylan Dog. Horror Show", scritto da Sclavi, con alcune anteprime dal 22 ottobre. Prima, il 25 settembre, la Horror Night in 80 sedi tra librerie e fumetterie di tutta Italia. E ancora le prime uscite della collana "Dylan Dog – 40 anni di paura!", 41 volumi, uno per ciascun anno della sua storia. La serie regolare, intanto, è arrivata al numero 481, e tra poco più di un anno e mezzo saranno 500.
Le tirature di oggi non sono quelle del periodo d'oro, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Ma il conto, a questo punto, non si fa più soltanto con le copie, ma con ciò che è rimasto dietro e dentro, con i lettori che sono diventati adulti insieme a Dylan, con gli autori che hanno imparato che un fumetto popolare poteva permettersi di essere inquieto, colto, malinconico, persino scomodo. E ancora con chi è arrivato a Poe, a Lovecraft, a Mary Shelley o a Stephen King passando da una vignetta di Sclavi e con un'intera generazione che ha scoperto che dietro un mostro poteva esserci una paura, e dietro una paura qualcosa di molto umano.
Quarant'anni fa, in via Buonarroti, si faceva un esperimento. Oggi, mentre la serie entra nel suo quinto decennio, è difficile chiamarlo ancora così. Il vero miracolo non è che Dylan Dog sia sopravvissuto ai suoi lettori. È che, generazione dopo generazione, continui a trovare nuovi lettori disposti a seguirlo proprio dove ogni incubo che si rispetti dovrebbe portarci: dentro di noi.