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L'ictus arriva all'improvviso. La sua prevenzione, invece, comincia molti anni prima. È forse questo il messaggio più importante da ricordare il 28 ottobre, alla vigilia della Giornata mondiale dell'ictus, che si celebra il 29 ottobre. Quando un braccio perde improvvisamente forza, il volto diventa asimmetrico o le parole non escono più correttamente siamo già davanti a un'emergenza. Ma alcuni dei fattori che hanno contribuito ad aumentare il rischio possono essere presenti da molto tempo, senza provocare sintomi evidenti. La pressione può essere troppo alta senza che ce ne accorgiamo. Il colesterolo LDL può favorire progressivamente l'aterosclerosi senza dare alcun segnale. Anche diabete, fumo, sedentarietà, eccesso di peso e alcune condizioni cardiache possono contribuire al rischio. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2021 si sono verificati circa 11,9 milioni di nuovi ictus nel mondo e la malattia rappresentava la terza causa globale di morte e disabilità considerate insieme. La parte più importante, però, riguarda ciò che possiamo cambiare. Una quota rilevante del peso globale dell'ictus è attribuibile a fattori modificabili, tra cui ipertensione, fumo, LDL elevato, dieta ricca di sodio, glicemia alta, inattività fisica, eccesso di peso e consumo dannoso di alcol. La prevenzione moderna parte proprio da qui: non aspettare che le arterie ci mandino un segnale, ma conoscere il proprio rischio quando ancora ci sentiamo bene.
Ictus: che cosa accade davvero nel cervello -
Per capire la prevenzione bisogna prima sfatare un equivoco: non tutti gli ictus nascono da un'arteria progressivamente ostruita dal colesterolo. La forma più frequente è l'ictus ischemico, nel quale un vaso sanguigno che porta sangue al cervello viene ostruito. L'aterosclerosi può contribuire al processo, ma il coagulo può avere anche altre origini. Una di queste è il cuore. La fibrillazione atriale, per esempio, può favorire la formazione di coaguli capaci di raggiungere il cervello e provocare un ictus. Esiste poi l'ictus emorragico, nel quale il problema è diverso: un vaso sanguigno si rompe e si verifica un sanguinamento cerebrale. Ecco perché parlare esclusivamente di “arterie pulite” o di colesterolo è riduttivo. La prevenzione dell'ictus riguarda un sistema molto più ampio nel quale entrano vasi sanguigni, cuore, pressione arteriosa e metabolismo.
Pressione alta: il rischio silenzioso da mettere al primo posto -
Se c'è un valore che merita particolare attenzione è la pressione arteriosa. L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l'ipertensione il principale contributore all'ictus e segnala che le persone ipertese presentano un rischio quasi tre volte superiore rispetto a quelle senza ipertensione. Il problema è che possiamo avere la pressione alta e sentirci perfettamente bene. L'ipertensione, infatti, spesso non produce sintomi riconoscibili. Aspettare mal di testa, vertigini o altri disturbi per controllarla non è quindi una buona strategia. Quando rimane elevata nel tempo, la pressione esercita uno stress continuo sul sistema vascolare e aumenta il rischio di danno a cuore, cervello, reni e arterie. Misurarla correttamente diventa quindi uno dei gesti di prevenzione più semplici. Se i valori risultano ripetutamente elevati, però, non basta decidere autonomamente di “mangiare meno salato”: occorre parlarne con il medico, valutare il rischio cardiovascolare complessivo e stabilire se siano sufficienti cambiamenti dello stile di vita o sia necessario anche un trattamento farmacologico.
Colesterolo LDL: perché le arterie lo ricordano per anni -
C'è poi il colesterolo LDL, spesso chiamato semplicemente “colesterolo cattivo”. L'espressione è efficace, ma il meccanismo è più interessante. Le particelle contenenti LDL possono contribuire all'accumulo di colesterolo nella parete arteriosa e allo sviluppo dell'aterosclerosi. Nel corso del tempo possono formarsi placche capaci di restringere il vaso o diventare instabili, favorendo eventi trombotici. Il processo può procedere silenziosamente per anni. Per questo conoscere il proprio LDL ha valore anche quando ci sentiamo perfettamente sani. Ma attenzione a un altro errore molto diffuso: non esiste un valore ideale identico per tutti. Un determinato livello di LDL non ha lo stesso significato in una persona giovane senza altri fattori di rischio e in chi ha diabete, malattia renale, aterosclerosi già documentata o ha avuto un precedente evento cardiovascolare. Oggi il colesterolo viene quindi interpretato all'interno del rischio cardiovascolare globale. Quando indicato, oltre allo stile di vita possono essere necessarie terapie farmacologiche per ridurre l'LDL e il rischio di eventi.
Trigliceridi: importanti, ma non sono un secondo colesterolo LDL -
Nel referto degli esami del sangue troviamo anche i trigliceridi. E spesso finiscono nello stesso calderone del colesterolo. Sono invece parametri differenti. Trigliceridi elevati possono accompagnarsi a condizioni come eccesso di peso, diabete e alterazioni metaboliche e possono essere influenzati anche da alimentazione, consumo di alcol e altre condizioni cliniche. Non dobbiamo però raccontarli come se producessero esattamente lo stesso effetto dell'LDL sulle arterie. Il dato più utile è il profilo lipidico nel suo complesso, interpretato insieme agli altri fattori di rischio. Anche in questo caso il fai-da-te può confondere. Una dieta equilibrata, il controllo del peso quando necessario, l'attività fisica e la moderazione dell'alcol possono contribuire al miglioramento del profilo metabolico, ma valori persistentemente molto elevati richiedono una valutazione medica. Il referto, da solo, non racconta tutta la storia.
Non esiste un alimento che “ripulisce” le arterie -
Aglio, limone, zenzero, curcuma, tisane detox: periodicamente qualche alimento viene presentato come capace di “pulire le arterie”. Le arterie non funzionano così. L'aterosclerosi non è sporco depositato all'interno di un tubo e non può essere eliminata bevendo una particolare bevanda o introducendo un superfood. Ciò che conta è il modello alimentare mantenuto nel tempo. Le linee guida dell'American Heart Association e dell'American Stroke Association per la prevenzione primaria dell'ictus raccomandano un'alimentazione di tipo mediterraneo, un modello basato soprattutto su verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta a guscio e olio d'oliva, con un'attenzione complessiva alla qualità della dieta. Non è il singolo alimento, quindi, a proteggere il cervello. Anche l'attività fisica conta. Ridurre la sedentarietà e muoversi regolarmente aiuta a intervenire contemporaneamente su diversi elementi del rischio cardiovascolare. E poi c'è il fumo. Smettere di fumare rimane uno degli interventi più importanti per la salute dei vasi. La prevenzione efficace nasce proprio dalla somma di questi comportamenti, non dalla ricerca del rimedio miracoloso.
Pressione, glicemia e colesterolo: quando dobbiamo controllarli? -
“Ho 40 anni: quali esami devo fare?” È una domanda comprensibile, ma la prevenzione cardiovascolare moderna non comincia necessariamente il giorno del quarantesimo compleanno. Età, familiarità, pressione, fumo, peso, diabete, valori precedenti di colesterolo, malattie renali e storia cardiovascolare modificano la necessità e la frequenza dei controlli. Le linee guida americane sulla prevenzione primaria dell'ictus sottolineano proprio l'importanza di identificare e gestire i fattori di rischio lungo l'intero arco della vita. Pressione arteriosa, profilo lipidico e glicemia rappresentano quindi informazioni importanti, ma non esiste una periodicità universale adatta a chiunque. Particolare attenzione merita, per esempio, chi ha familiari con colesterolo molto elevato o eventi cardiovascolari precoci. In alcuni casi potrebbe essere presente una condizione genetica, come l'ipercolesterolemia familiare, nella quale l'LDL è elevato già in giovane età. La vera prevenzione non consiste nel fare più esami possibile. Consiste nel fare quelli appropriati, nel momento appropriato, in base al proprio rischio.
Quando compaiono i sintomi, non c'è tempo da perdere -
Prevenire significa agire negli anni. Riconoscere un ictus significa invece agire in pochi secondi. Un'improvvisa asimmetria del volto, la perdita di forza o sensibilità di un braccio o di una gamba, difficoltà nel parlare o nel comprendere, perdita improvvisa della vista, problemi improvvisi di equilibrio e coordinazione possono indicare un ictus. Anche un mal di testa violentissimo e improvviso, soprattutto se insolito, può richiedere una valutazione urgente. In presenza di sintomi compatibili bisogna chiamare immediatamente il 112. Non bisogna aspettare per vedere se passano. E non bisogna tranquillizzarsi necessariamente se scompaiono rapidamente: sintomi neurologici transitori possono essere compatibili con un attacco ischemico transitorio, o TIA, che richiede comunque una valutazione urgente. Nell'ictus ogni minuto può essere prezioso perché alcuni trattamenti sono strettamente legati al tempo trascorso dall'esordio dei sintomi e alle caratteristiche cliniche del paziente.
Prevenire per anni, riconoscere i sintomi in pochi secondi -
Alla vigilia della Giornata mondiale dell'ictus, il messaggio da portare con sé è doppio: prevenire per anni e riconoscere i sintomi in pochi secondi. Sono due tempi completamente diversi della stessa malattia. La prevenzione avviene lentamente: una pressione misurata quando ci sentiamo bene, un LDL scoperto prima che abbia prodotto conseguenze, una glicemia controllata, una sigaretta in meno fino a smettere, una passeggiata che diventa abitudine, un'alimentazione mediterranea che entra davvero nella quotidianità. L'emergenza, invece, non aspetta. Quando compaiono improvvisamente difficoltà nel parlare, asimmetria del volto, debolezza di un arto o altri sintomi neurologici, bisogna chiamare immediatamente i soccorsi. Forse è proprio questo il significato più concreto della prevenzione: occuparsi del cervello quando ancora non ci sta chiedendo aiuto. Non possiamo modificare ogni fattore di rischio e non tutti gli ictus possono essere evitati. Possiamo però conoscere meglio pressione, lipidi, glicemia e condizioni cardiovascolari e intervenire sui fattori modificabili insieme ai professionisti sanitari. Perché le arterie non hanno bisogno di essere “ripulite”. Hanno bisogno di essere protette nel tempo.