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C'è una frase che ricorre spesso quando qualcuno entra per la prima volta in una terapia di gruppo: “Pensavo di essere l'unico a sentirmi così”. Forse è proprio da qui che possiamo partire per comprenderne il significato. Quando immaginiamo una psicoterapia pensiamo quasi automaticamente a due persone: il paziente e il terapeuta. Una stanza, due sedie, una conversazione privata. Esiste però un'altra modalità di trattamento nella quale ciò che accade tra le persone diventa parte stessa del percorso terapeutico. È la psicoterapia di gruppo. Il 9 ottobre, alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, parlarne assume un significato particolare. Il tema scelto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2026 è infatti dedicato alle esperienze vissute: “Lived experiences heard: real voices, real change”, esperienze ascoltate, voci reali, cambiamento reale. L'OMS richiama l'attenzione sulla necessità di ascoltare realmente chi vive o ha vissuto una condizione di sofferenza mentale e di coinvolgerlo nelle decisioni che riguardano servizi e percorsi di cura. La terapia di gruppo non coincide naturalmente con questa campagna, ma ne intercetta un tema potente: che cosa accade quando l'esperienza di una persona incontra quella di un'altra? Perché qualche volta scoprire di non essere gli unici a provare paura, vergogna, solitudine o senso di inadeguatezza può cambiare il modo in cui guardiamo anche a noi stessi.
Non è un gruppo di persone che si danno consigli -
È probabilmente il primo equivoco da chiarire. Una psicoterapia di gruppo non è semplicemente una riunione nella quale alcune persone raccontano i propri problemi e gli altri suggeriscono che cosa fare. È un intervento psicoterapeutico strutturato, condotto da uno o più professionisti qualificati, che può seguire orientamenti e modalità differenti. Esistono gruppi cognitivo-comportamentali, psicodinamici, interpersonali e altre forme di intervento; alcuni sono costruiti intorno a uno specifico problema, altri lavorano maggiormente sulle dinamiche relazionali. Possono essere gruppi “chiusi”, nei quali le persone iniziano e terminano il percorso insieme, oppure “aperti”, nei quali nuovi partecipanti possono entrare nel tempo. Anche il numero dei componenti varia in funzione del tipo di gruppo e dell'obiettivo terapeutico. Questo significa che parlare genericamente di “terapia di gruppo” è un po' come parlare genericamente di “farmaco”: il formato non ci dice ancora quale trattamento venga utilizzato, per quale problema e con quale obiettivo. Ed è proprio per questo che la valutazione iniziale del professionista rimane fondamentale.
“Pensavo succedesse solo a me”: il potere di riconoscersi negli altri -
Ansia, depressione e difficoltà relazionali hanno spesso una caratteristica in comune: possono restringere il nostro mondo. La sofferenza diventa privata. Ci convinciamo che gli altri siano più sicuri, più capaci, più sereni. E ciò che stiamo vivendo comincia ad apparirci come qualcosa che riguarda soltanto noi. Nel gruppo questa percezione può cambiare. Ascoltare una persona descrivere una paura simile alla nostra o riconoscere in qualcun altro un meccanismo che utilizziamo anche noi può ridurre quella sensazione di isolamento. Ma il valore del gruppo non consiste soltanto nel sentirsi meno soli. La relazione stessa può diventare materiale terapeutico. Come reagiamo quando qualcuno non è d'accordo con noi? Quanto spazio riusciamo a prendere? Abbiamo paura del giudizio? Tendiamo a compiacere gli altri? Ci ritiriamo quando ci sentiamo vulnerabili? Alcuni schemi che nella vita quotidiana si ripetono quasi automaticamente possono emergere anche nel gruppo. La differenza è che lì possono essere osservati, compresi e affrontati all'interno di un contesto terapeutico. Il gruppo diventa così una sorta di piccolo laboratorio delle relazioni reali.
Bisogna raccontare tutto? È uno dei timori più comuni -
“Dovrò parlare davanti a tutti?” È probabilmente una delle prime paure di chi considera questa possibilità. La risposta non può essere identica per ogni tipo di terapia, perché i gruppi funzionano in modi differenti. Ma una buona psicoterapia non dovrebbe trasformare la condivisione in un'esposizione forzata. All'inizio può essere necessario soprattutto osservare e ascoltare. La partecipazione e la fiducia si costruiscono nel tempo. La riservatezza rappresenta una delle regole fondamentali del gruppo, ma qui esiste una differenza importante rispetto alla terapia individuale: quando sono presenti altri partecipanti, il professionista può stabilire e ribadire regole di confidenzialità, ma non può offrire una garanzia assoluta sul comportamento delle altre persone al di fuori delle sedute. È un aspetto che va spiegato con trasparenza prima di iniziare. Anche per questo la creazione di un clima sufficientemente sicuro non è un dettaglio organizzativo: è parte del lavoro terapeutico.
Funziona davvero? La risposta della ricerca è più interessante di un semplice sì -
La terapia individuale è necessariamente più efficace perché il terapeuta dedica tutto il tempo a una sola persona? Non sempre. Una meta-analisi che ha confrontato direttamente psicoterapie individuali e di gruppo ha esaminato 67 studi. Quando venivano confrontati lo stesso trattamento, lo stesso tipo di pazienti e una dose terapeutica equivalente, non emergevano differenze significative negli esiti principali tra formato individuale e di gruppo. Non risultavano differenze neppure nei tassi di abbandono, remissione e miglioramento. Questo non significa che le due modalità siano intercambiabili per chiunque. Significa qualcosa di più utile: il gruppo non è necessariamente una versione “ridotta” della psicoterapia individuale. Per la depressione, per esempio, una meta-analisi su 42 studi randomizzati ha riscontrato risultati favorevoli delle terapie di gruppo rispetto alle liste d'attesa e al trattamento usuale. Altri studi sulla terapia cognitivo-comportamentale di gruppo hanno rilevato benefici nella depressione, pur con limiti nella qualità delle prove. La domanda corretta, quindi, non è “la terapia di gruppo funziona?”, ma “quale terapia di gruppo funziona, per quale problema e per quale persona?”
Non tutti hanno bisogno dello stesso spazio terapeutico -
C'è un altro rischio quando raccontiamo il gruppo: trasformarlo nella soluzione ideale per tutti. Non lo è. Per alcune persone il formato individuale può essere più indicato. Per altre il gruppo può diventare particolarmente utile; in determinati percorsi le due modalità possono anche essere integrate. La scelta dipende dal problema presentato, dalla fase della terapia, dagli obiettivi, dalle caratteristiche della persona e dal tipo di gruppo disponibile. Persino la composizione conta. L'American Psychological Association sottolinea che gruppi piccoli e grandi offrono dinamiche differenti e che spesso è utile che i partecipanti condividano problematiche compatibili e livelli di funzionamento sufficientemente simili. Questo rende evidente quanto sia importante il lavoro del terapeuta prima ancora della prima seduta. Non basta riunire persone che stanno male perché si produca automaticamente un effetto terapeutico. Occorrono selezione, obiettivi, metodo, regole e competenza nella gestione delle dinamiche che inevitabilmente nasceranno.
A volte la cura comincia quando scopriamo di non essere soli -
La Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre ci ricorda ogni anno quanto sia importante parlare di disagio psicologico. Nel 2026 l'OMS compie un passo ulteriore: invita a dare valore alle esperienze vissute e alle voci delle persone che attraversano direttamente la sofferenza mentale. La terapia di gruppo ci offre una prospettiva complementare molto concreta. Non basta parlare. Occorre essere ascoltati. E qualche volta occorre anche ascoltare. La ricerca mostra che, per alcune condizioni e quando viene utilizzato un trattamento appropriato, il formato di gruppo può ottenere risultati terapeutici importanti e in determinati confronti comparabili a quelli della psicoterapia individuale. Ma non è una soluzione universale e la scelta deve essere valutata con un professionista qualificato. Il suo elemento più particolare rimane qualcosa che nessuna tecnica può riprodurre completamente: la presenza degli altri. Una persona racconta qualcosa che pensavamo appartenesse soltanto a noi. Un'altra reagisce in un modo che non avevamo previsto. Nel rapporto con il gruppo riconosciamo un comportamento che ripetiamo anche fuori da quella stanza. E improvvisamente ciò che sembrava esclusivamente privato diventa condivisibile. Forse è questo uno dei messaggi più interessanti alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale: chiedere aiuto non significa necessariamente affrontare tutto da soli, nemmeno quando si entra in terapia.