L'indagine

Così i terroristi utilizzano l'Intelligenza artificiale come consulente militare

Secondo uno studio dell'Università di Cambridge, Boko Haram avrebbe trasformato i chatbot in veri e propri consulenti tecnici, utilizzandoli per migliorare esplosivi, droni e pianificare operazioni sul campo

© Afp

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"Chat, spiegami come evitare un campo minato e superare una linea di trincee difensive". Oppure: "Come posso rendere più potente una bomba costruita con i materiali che ho a disposizione?". Più o meno, magari con molti più dettagli e immagini caricate, potrebbero essere queste alcune delle richieste rivolte all'Intelligenza artificiale da un terrorista prima di lanciare un attacco. L'AI, infatti, non viene più utilizzata soltanto per propaganda, disinformazione o reclutamento di nuovi combattenti, ma anche come un vero e proprio consulente militare. Secondo un recente studio dell'Università di Cambridge, il gruppo jihadista Boko Haram, attivo principalmente nella regione del Lago Ciad, starebbe utilizzando chatbot come ChatGPT, Claude, Gemini, Grok, Meta AI e DeepSeek come fonte abituale di consulenza tecnica e operativa prima, durante e dopo gli attacchi.

Addestramento sull'AI: i corsi organizzati dall'Isis -

 Secondo lo studio dell'Università di Cambridge, l'utilizzo dell'Intelligenza artificiale da parte dei militanti non sarebbe nato in modo spontaneo. Diversi ex comandanti hanno raccontato che istruttori collegati allo Stato Islamico avrebbero raggiunto le aree controllate da Iswap (Islamic State West Africa Province), la branca dell'Isis attiva nell'Africa occidentale, per insegnare ai quadri del gruppo come sfruttare chatbot e modelli linguistici avanzati. Le lezioni si sarebbero svolte in stanze allestite con laptop e proiettori, dove i comandanti venivano istruiti sia sull'utilizzo dei chatbot sia sui metodi per aggirarne le protezioni. Ai partecipanti sarebbero stati inoltre forniti computer dotati di software per la cifratura delle comunicazioni, account dedicati e abbonamenti a pagamento per diverse piattaforme di AI.

Le "unità AI" al servizio dei combattenti -

 L'addestramento avrebbe portato alla nascita di vere e proprie cellule specializzate. Secondo le testimonianze raccolte dalla ricercatrice Antonia Juelich, del Cambridge Programme on AI Science and Policy, sia Iswap che la fazione rivale Jas (Jama'at Ahl as-Sunnah lid-Da'wah wa'l-Jihad) avrebbero costituito gruppi composti da esperti di armi, artificieri e tecnici informatici incaricati di interrogare costantemente i chatbot per conto dei comandanti. In uno dei casi descritti nello studio, un'unità composta da 23 persone operava da una stanza alimentata a energia solare, fornendo supporto ai vertici del gruppo prima, durante e dopo le operazioni. L'Intelligenza artificiale sarebbe stata utilizzata quindi per analizzare problemi tecnici, suggerire soluzioni tattiche e assistere nella preparazione degli attacchi.

"Chiedilo a Grok": l'AI come consulente militare -

 Tra gli episodi più sorprendenti emerge il racconto di un comandante che, interrogato su come utilizzare alcune armi appena catturate, avrebbe risposto ai propri uomini con una frase diventata simbolica: "Chiedilo a Grok". Altri ex membri hanno riferito che il gruppo consultava regolarmente i chatbot per capire come superare ostacoli difensivi, adattare droni commerciali a scopi militari e analizzare gli errori commessi durante le operazioni. Al termine delle missioni, i combattenti avrebbero caricato informazioni e resoconti sugli scontri per ottenere suggerimenti su come migliorare le tattiche future. Una pratica che, secondo i ricercatori, mostra come l'intelligenza artificiale stia diventando per alcuni gruppi jihadisti una sorta di consulente militare virtuale, capace di fornire supporto tecnico e operativo praticamente in tempo reale.

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