C'è un momento, nella vita di un disco, in cui smette di essere un progetto e diventa un oggetto che il pubblico può toccare, ascoltare, far proprio. Per arrivare a quel momento, però, servono mesi — a volte anni — di lavoro che restano quasi sempre invisibili all'ascoltatore finale.
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È il caso di "Non so chi ha creato il mondo ma so che era innamorato", il terzo album in studio del cantautore genovese Alfa, uscito il 16 febbraio 2024 per Artist First e Wanderlust Society: dieci tracce di folk pop e country pop, aperte dalla voce di Roberto Vecchioni nell'intro che dà il titolo al disco.
Un lavoro che ha portato ad Alfa una certificazione di disco di platino, seguita a distanza di oltre un anno dalla stessa certificazione anche per la versione deluxe, arricchita da cinque brani inediti — tra cui "A me mi piace", nato dalla collaborazione con Manu Chao.
Dietro la direzione artistica di quel progetto c'è Antonio Di Santo, produttore musicale originario di Lanciano, che ha seguito l'album dalla sua genesi fino alla pubblicazione, lavorando fianco a fianco con l'artista per due anni. Un legame professionale che non si è esaurito con l'uscita del disco: da due anni Di Santo porta Alfa in tour, tra palazzetti e arene costantemente sold out in tutta Italia.
Chiediamo ad Antonio Di Santo da dove sia partito tutto. "Non c'è stato un giorno in cui abbiamo deciso 'ora facciamo il disco'", racconta. "È stato un processo intenso e molto intimo: due anni passati praticamente tutti i giorni in studio, a costruire canzone dopo canzone con la massima cura, pur muovendoci dentro scadenze precise da rispettare."
Questo tipo di lavorazione, spiega Di Santo, richiede un metodo solido, anche quando i tempi sono stretti. "Oggi si tende a lavorare per singoli, uno via l'altro, con logiche molto legate all'uscita immediata. Con Andrea abbiamo fatto una scelta diversa: costruire un album che avesse una sua coerenza interna, un tema che tenesse insieme tutto. In questo caso il tema era l'amore, declinato in tutte le sue forme — e per raccontarlo bene, anche rispettando le deadline, serviva un lavoro organizzato e costante, giorno dopo giorno."
Uno degli aspetti che Di Santo tiene a sottolineare è la natura del proprio ruolo. "Fare direzione artistica non significa imporre una visione a un artista", spiega. "Significa creare le condizioni perché la sua visione venga fuori nella forma più chiara possibile. Il mio lavoro con Andrea è stato soprattutto un lavoro di ascolto: capire cosa voleva dire davvero, e poi aiutarlo a trovare il suono, l'arrangiamento, la struttura che rendessero quel racconto immediato per chi ascolta."
Il risultato è un disco che, pur muovendosi nel linguaggio del pop italiano contemporaneo, mantiene un'anima cantautorale: non a caso la title track si apre con la voce di Roberto Vecchioni, un ponte simbolico tra generazioni diverse di scrittura musicale. "Quella scelta racconta bene lo spirito del disco", dice Di Santo. "Non volevamo fare un album 'furbo', costruito a tavolino per il mercato. Volevamo un disco vero, che potesse invecchiare bene."
La certificazione di disco di platino, arrivata per l'album originale, si è poi ripetuta per l'edizione deluxe, pubblicata oltre un anno dopo con cinque brani aggiuntivi. Per Di Santo è la conferma che il lavoro fatto in origine aveva basi solide. "Quando un progetto nasce da un'urgenza vera dell'artista, continua a produrre energia anche a distanza di tempo. La deluxe non è stata pensata come un'operazione commerciale per allungare la vita del disco: è stata un'estensione naturale dello stesso racconto, con la stessa cura messa nei due anni precedenti."
Alla domanda su cosa porti con sé da questa esperienza, Antonio Di Santo risponde senza esitazioni: "La conferma che la qualità, in musica, nasce dal metodo e dalla costanza, anche quando si lavora con scadenze precise. Il lavoro con Andrea mi ha ricordato che i dischi che restano nascono quasi sempre da un rapporto di fiducia costruito giorno dopo giorno, con disciplina, non da una formula."
Un metodo che, a giudicare dai risultati, ha pagato: un disco di platino, una deluxe altrettanto premiata, e un album che continua a essere ascoltato e citato ben oltre la sua data di uscita — la prova, per un produttore e direttore artistico, che il lavoro fatto nell'ombra dello studio di registrazione può arrivare, intatto, fino al pubblico.