Immaginate un classico del cinema italiano come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri e toglieteci l'indagine, aggiungendoci in compenso robuste dosi di umorismo grottesco. A differenza del protagonista di quel capolavoro della cinematografia non solo italiana, in Serpenti nessuno si muove davvero mai per arrestare il colpevole. E questo nonostante quest'ultimo faccia di tutto per essere messo alla gogna (e in galera) per le sue azioni, arrivando addirittura nel caso specifico di Serpenti a dichiarare le sue colpe in maniera esplicita già dalla primissima scena. Tanti hanno parlato di questa commedia nera passata nella sezione Spotlight a Venezia definendola "kafkiana" Ed effettivamente è impossibile non pensare durante la visione a Il castello e a come il suo protagonista facesse di tutto per potersi interfacciare con le autorità.
Una situazione grave ma non seria -
D'alta parte tutto il film è pieno di riferimenti letterari. Il regista Roberto De Paolis Maino dopo Cuori puri e Princess dimostra di saper cambiare pelle (un po' come i serpenti) applicando un registro per lui inedito. Qui infatti siamo dalle parti di una commedia dell'assurdo che sarebbe piaciuta a Ennio Flaiano, qui non a caso evocato nella frase di apertura del film: "La situazione politica in Italia è grave ma non è seria". L'intellettuale abruzzese avrebbe apprezzato di certo questo tono, così sottilmente amaro. Un tono condiviso con un'altra grande pellicola che presenta i medesimi rettili nel titolo: Parenti serpenti di Mario Monicelli, anch'essa ambientata guarda caso nella medesima regione.
Personaggi a sangue freddo -
Il regista e gli sceneggiatori hanno raccontato che Serpenti non è stato subito il titolo prescelto per quest'opera, che tuttavia ha trovato alla fine la sua denominazione perfetta. Il protagonista, un uxoricida reo confesso che vorrebbe venire arrestato per il suo crimine, è infatti solitario e "a sangue freddo" proprio come un rettile. Caratteristiche che condivide tra l'altro anche con gli altri personaggi che incontra sulla sua strada, incapaci di cogliere la portata della tragedia e affrontarla con un minimo di umanità.
Game over inevitabile -
I titoli di testa, che evocano il classico giochino per cellulare Snake, anticipano già la parabola di un serpentone destinato a un certo punto a "mordersi da solo", proprio come la nostra società sclerotizzata nelle proprie sovrastrutture. L'empatia per il protagonista (per quanto si auto-accusi di qualcosa di terribile come un femminicidio) nasce dal suo essere vittima di questo sistema, che non ha la forza o la voglia nemmeno di condannarlo. Già nella primissima scena ci avviciniamo a lui non a caso con un movimento di camera, fino a quando non ammette il suo crimine rompendo quasi la quarta parete. La vicinanza a un personaggio così meritevole di repulsione va tuttavia scemando mano mano nel film, in particolare quando Paolo Marra ormai sconfitto dal sistema fa emergere la sua vera natura di uomo abietto.
Ciao maschio -
È innegabile che questa opera non avrebbe lo stesso respiro se a sorreggerla non ci fosse la sceneggiatura dei fratelli D'Innocenzo. La coppia dietro la miniserie Dostoevskij costruisce un "castigo e delitto", invertendo l'ordine degli addendi del capolavoro letterario russo. Se nel libro il protagonista fugge infatti dalla giustizia qui abbiamo un omicida che cerca di consegnarsi alla stessa senza fortuna. È "d'innocenziano" poi anche il voler raccontare la crisi del maschio per una generazione (quella dei millenial) che "il mal di vivere ha incontrato troppo spesso". "Ciao Maschio" potremmo dire evocando un classico della filmografia di Marco Ferreri, affine per tematiche e tono grottesco a Serpenti.
Io morto -
Il maschio è morto, subissato da etichette e regole di comportamento ma anche da giustificati sensi di colpa. È morto dentro anche Marra, che ha ucciso qualcuno senza saperne nemmeno davvero il perché, un po' come il protagonista de Lo Straniero di Camus. Ed è morto anche il poliziotto interpretato da Alessandro Borghi, soffocato da quella stessa burocrazia che rappresenta e da una famiglia tradizionale che gli provoca solo un grande mal di testa (pardon, "un'emicrania a grappolo").
Commissariati liminali -
È proprio quest'ultimo personaggio ad accompagnare il protagonista per i corridoi giallini del commissariato. Un luogo che sembra uno spazio liminale simile a quelli al centro del caso horror dell'anno Backrooms. Anche in questo ambiente infatti i confini tra realtà e fantasia si fanno molto labili. Nel commissariato vediamo addirittura affissa al muro una copia de La Gazzetta dello Sport, quella uscita il giorno dopo il trionfo al mondiale del 2006. Non c'entra palesemente nulla col resto ma quel titolo a tutta pagina (Tutto vero) sembra fatto apposta per sottolineare un ambiente pieno di incongruenze al suo interno.
True crime decostruito -
Ogni monade in questo disordinato mix di unità semplici e autonome sembra andare per conto suo. Ogni personaggio ha una propria scala di priorità palesemente arbitraria, in un universo dove trovare un Brufen sembra più importante che trovare un criminale. Un mondo dove a uno che ha ucciso sua moglie viene ricordato che non cambiare residenza costituisce reato e che comunque anche per incolparsi "servono le prove". Serpenti in questo senso opera una cosciente decostruzione del true crime, vera ossessione di questo periodo storico, svuotandolo di significato. Le prove servono ma solo per condannare se stessi.
La struttura del serpente -
De Paolis abbandona la macchina a mano adoperata per i suoi due precedenti film adottando qui un'impostazione teatrale, in cui è immediato riconoscere la suddivisione in atti. È un cinema fatto di tempi dilatati, con una comicità che ricorda certo cinema asiatico o la voglia di dissacrare senza uscire dalle righe del quaderno di tanta commedia belga (si pensi a come la religione viene desacralizzata in Dio esiste e vive a Bruxelles, per esempio). Anche attori che conosciamo e che a prima vista ripropongono le loro solite maschere (Borghi, Castellitto jr, Golino) in realtà appaiono ripresi da una luce straniante, che quasi ne deforma la recitazione. In questa atmosfera onirica, dove tutto viene destrutturato, soprattutto quando si esce finalmente dal commissariato, è normale per lo spettatore sentirsi disorientato. Chi andrà al cinema sperando in un film lineare, spinto dall'amore per i membri del cast, rischierà di restare bruciato da questo affresco pieno di slow-motion in cui i protagonisti scivolano fuori dalla scena come serpenti.
Strisciare via -
Tutti quelli che Marra incontra sulla sua strada sembrano offrirgli una scappatoia per farlo strisciare via, ancora una volta appunto come una biscia o una vipera. Viene a un certo punto il dubbio che il poliziotto, l'avvocato e la cartomante siano altro che proiezioni dell'anima del protagonista, alla costante ricerca di un modo per auto-assolversi. Il tutore della legge razionalizza l'atto violento provando a svuotarlo mentre il difensore d'ufficio Pietro Castellitto personifica la furbizia e l'imbroglio. Pur non incrociandosi mai in scena i due sono un po' il gatto e la volpe, in un Paese dei balocchi (l'Italia) dove si fa presto a diventare asini.
In cerca di auto-assoluzione -
L'avvocato è un arci-italiano nel senso più deteriore del termine: dà alla società la colpa di tutte le proprie azioni, anche le più efferate, e addossa al sistema anche l'eventuale insorgere dei sensi di colpa. Questi ultimi sono pericolosissimi dal suo punto di vista, perché impediscono l'insorgere di quel cinismo che ti fa sopravvivere accettando frasi come "Ma scusa, ma non puoi far finta che si è ammazzata tua moglie? E così tu il senso di colpa lo affronti quando sei comodo a casa, piuttosto che in una cella angusta della galera?". Castellitto interpreta un uomo detestabile, pronto a parlare se serve di "moda del femminicidio" pur di giustificare Paolo Marra e in generale tutto il genere maschile. D'altra parte il protagonista stesso, pur riconoscendosi colpevole dell'omicidio, cerca comunque di assolversi almeno in parte moralmente ("Io non sono un assassino. Mia moglie? No no, quella è un’altra cosa").
Biglietto per l'inferno -
Come ha ammesso De Paolis a Film Tv Leonardo Lidi si è rivelata una scelta perfetta per il ruolo del protagonista anche grazie alla sua "fisicità controintuitiva rispetto allo stereotipo del maschio violento e tossico". Anche l'ultimo suo incontro, quello con la cartomante (Valeria Golino) che gli predice un destino di vendetta verso chi lo aveva bullizzato da ragazzo, nasce dal suo bisogno di una giustificazione sociale. Lui ha ucciso la moglie per il trauma che gli hanno inflitto quando era giovane, è la tesi della donna. Una tesi che il protagonista finirà per introiettare. In linea con l'atmosfera paradossale dell'intero film, Serpenti non può quindi che terminare con Paolo Marra che viene arrestato proprio mentre va a far fuori anche il bullo che lo tormentava ad Anzio. E non viene fermato comunque per il femminicidio che ha commesso, quanto piuttosto per non aveva pagato il biglietto dell'autobus (in una scena assurda che ricorda una parodia di Aldo, Giovanni e Giacomo).
Cogliere il senso -
A un certo punto del film l'avvocato chiede al protagonista: "Ma tu l'hai capito il senso di sta storia?", sentendosi rispondere "No, sinceramente no". E la sensazione è che quel negare il senso di tutto sia un estremo alibi per Marra come per lo spettatore, che potrebbe scegliere di non cogliere l'ironia amarissima di questa storia quasi per proprio istinto di sopravvivenza. Come un serpente che si mimetizza negli arbusti, il rischio è quello di perdersi in questo ginepraio di regole e rimasugli burocratici smarrendo (anche volutamente) il senso di ciò che davvero conta. D'altra parte il serpente non è altro che il simbolo viscido della tentazione, di quel male strisciante che sopravvive auto-giustificandosi.